stenio solinas | victoria ocampo e drieu la rochelle

Autore: Julien Hervier (a cura di)
Titolo: Amarti non è stato un errore
Edizioni: Archinto, Milano 2011
Pagine: 224

Dalla corrispondenza, durata quindici anni, fra la Ocampo e Drieu La Rochelle emergono due mondi, due culture, due caratteri. Così il sentimento che li legò fu qualcosa di più e di meno di una vera passione. Continua a leggere

giuseppe giaccio | la critica alla forma capitale di alain de benoist

Titolo: Sull’orlo del baratro
Autore: Alain de Benoist
Edizioni: Arianna editrice, Bologna 2012
Pagine: 182

Le fibrillazioni che hanno caratterizzato, negli ultimi anni, la vita del capitalismo (la crisi dei subprimes e del debito sovrano), con ripercussioni negative e spesso drammatiche sulle esistenze di milioni di persone, appartengono alla fisiologia e non alla patologia di questa formazione economico-sociale. Lasciato a se stesso, alla coltivazione delle sue spontanee inclinazioni, il capitalismo tende, per sua logica interna, obbedendo alla sua intima ratio, a produrre il modello della cosiddetta società a clessidra, espressione con la quale ci si riferisce a una aggregazione umana in cui la ricchezza si accumula nella parte alta della scala sociale (come succede, appunto, in una clessidra, dove la maggiore quantità di polvere o acqua si trova nella parte superiore dell’ampolla), diminuendo, fino a produrre una strozzatura, a mano a mano che se ne scendono i gradini. Il capitalismo, come, del resto, suggerisce il suo nome, è un modo di produzione sbilanciato in direzione del capitale. Cos’altro dovrebbero fare i capitalisti se non accrescerlo ad ogni costo, a spese della terra e del lavoro? Questo è il loro mestiere, il loro dna, e non ha senso attendersi da essi qualcosa di diverso. Continua a leggere

costanzo preve | comunismo e/o comunitarismo

1. Riferirsi congiuntamente al comunismo ed al comunitarismo è una relativa novità nel panorama culturale e politico italiano ed europeo-occidentale. Sono esistiti in passato i cosiddetti nazionalcomunisti e nazionalbolscevichi, ma noi non abbiamo letteralmente nulla a che fare con loro, perché non ci collochiamo sul terreno delle rivendicazioni di una nazione contro altre nazioni. Sono esistiti ed esistono i cosiddetti eurasiatisti, ma il nostro profilo culturale e politico prescinde interamente dalla geopolitica, comunque concepita, in quanto si fonda su di un profilo economico, politico e culturale del tutto estraneo alla geopolitica, di difesa o di offesa che sia. Continua a leggere

alain de benoist | da marx a heidegger

A Karl Marx sono state rimproverate molte cose: il carattere sistematico del suo pensiero, l’economicismo (sensibile soprattutto nei suoi epigoni, giacché in lui il primato dell’economia si situa molto più nell’ordine delle cause che nell’ordine dei fini), la definizione quasi metafisica della classe sociale, l’incapacità di uscire dalla filosofia di Hegel, di cui pretende soltanto di “rimettere sui suoi piedi” l’interpretazione dialettica, la filosofia della storia nella quale il comunismo primitivo prende il posto del giardino dell’Eden e la società senza classi quello della Parusìa, l’atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia (da un lato nemico da combattere, dall’altro classe che ha svolto nella storia un ruolo “eminentemente rivoluzionario”), l’adesione all’ideologia del progresso – ideologia tipicamente borghese anch’essa, come ricorderà Georges Sorel –, che lo conduce a leggere la storia come Rivelazione progressiva e a vedere nella colonizzazione un “progresso della civiltà”, e via dicendo. Continua a leggere

claudio ughetto | duecento metri più in là

A mio padre

Dovevo avere meno di dieci anni quando mio padre mi regalò la slitta, ma di preciso non ricordo quanti. Intorno a quell’età il passaggio da un anno all’altro si riduce a un giorno di regali e festeggiamenti, molto atteso, nel quale diventiamo oggetto d’attenzione come non mai. Un’unica cifra (sette, otto, nove?), meno di dieci candeline su cui soffiare, ma in noi c’è ancora ben poco di quei cambiamenti che ci coglieranno dopo che uno zero si sarà aggiunto all’uno che ha segnato il primo anno della nostra vita. Continua a leggere

mauro maraschi | piccolo testamento

Autore: Gabriele Dadati
Titolo: Piccolo testamento
Edizioni: Laurana, Milano 2011
Pagine: 128

Il leitmotiv di Piccolo testamento è l’elaborazione di un lutto, un tema difficile da trattare senza tendere al patetismo. Ma Gabriele Dadati è un autore giovane quanto raffinato. Aveva brillato per maturità già al suo esordio, a ventitré anni, con Sorvegliato dai fantasmi (Pequod, 2006): nove racconti dalla voce mutevole, con un ottimo equilibrio tra contenuto, forma e diegesi. Quindi il primo romanzo, Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009), all’altezza dell’exploit ma, per sua natura, rivolto ai lettori forti: “è un romanzo che vi confonderà”, ne scrisse Mozzi. Parabola dagli echi altisonanti (è diviso in Purgatorio, Inferno e Paradiso), eleva una sinossi da thriller a letteratura, raccontando del regista Gabriele e del suo confronto con un rapitore invasato. Già lì trapelava il bisogno di riconciliare anima e corpo (intesi come essere e apparire), apologizzando quest’ultimo: “Se scavassimo con le mani per cinque secoli di seguito troveremmo la più grande grotta di cristalli che si possa immaginare. Ma il corrispondente punto della crosta terrestre dove è iniziato lo scavo alla fine sarebbe devastato. Solo in quel momento capiremmo che lì stava il senso. Nell’inesauribile superficie delle cose”. Continua a leggere

alain de benoist | il cinema è morto

Un richiamo che è solo apparentemente banale: il cinema è fatto di immagini che si muovono. Movie, dicono gli inglesi per designare un film, e per una volta è proprio la parola adatta: realizzare un film vuol dire proporre una narrazione per il tramite di immagini che si muovono. Il che significa che il cinema si rivolge all’occhio e non all’orecchio. Che è un’ostensione e non solo uno spettacolo. E che la parola o la musica non ne modificano minimamente la natura. Il film parlato, in altri termini, ha certamente rappresentato un progresso tecnico rispetto al film muto, ma non ha aggiunto niente all’essenza del cinematografo. Anzi, al contrario: è nel film muto che il cinema si fa cogliere meglio in ciò che gli è più caratteristico: sottoporre all’occhio immagini che si muovono, organizzarle in maniera tale da conferire loro un senso, ordinarle per farne un’opera. Ogni film che vale solo per i suoi dialoghi vira verso il teatro filmato e non ha più a che vedere con il cinema in senso proprio. Continua a leggere

alain de benoist | lo sport e il feticismo del primato

Si riparla di sport: scandali, tifosi frementi, sponsor rivali, come sempre, discorsi politici. Colgono l’essenziale?
Non tutte le attività fisiche, le forme di «vita sana» o esercizio sono sport; non ogni sport è agonismo. La cultura europea ha sempre dato alla competizione sportiva un ruolo centrale. Dalla prima antichità, motivazione essenziale della competizione, retta dal principio agonistico, è la gloria di battere i concorrenti, indissociabile da ciò che gli Antichi chiamavano «prezzo della vittoria». In greco antico, il premio di una gara è athlon, sostantivo neutro associato al maschile athlos, «prova» (le «fatiche» d’Ercole sono dette anche athloi), da cui deriva il lessico dell’«atletismo». Continua a leggere

giuseppe giaccio | per una sinistra reazionaria

Autore: Bruno Arpaia
Titolo: Per una sinistra reazionaria
Edizioni: Guanda, Parma 2007
Pagine: 182

La celebre definizione marx-engelsiana della moderna democrazia parlamentare come di un comitato che amministra gli affari della borghesia è andata, col tempo, sempre più perdendo il suo originario carattere polemico per assumere, a poco a poco, i contorni di una sintetica, folgorante descrizione scientifica. Questa natura della democrazia borghese poteva essere meno facilmente percepibile fintantoché la destra, il centro e la sinistra scendevano nell’arena politica presentandosi come portatrici di diverse e contrapposte visioni del mondo, ma da quando, con la fine dell’Urss, l’ideologia liberale è rimasta padrona del campo, questi contenitori si sono in fretta svuotati di ogni istanza e pretesa politico-culturale forte, per connotarsi come agenzie interne al campo del vincitore le cui differenze non si situano nell’ambito strategico, che è lo stesso per tutte le formazioni politiche (l’incremento del pil e quindi dello sviluppo, l’estensione della logica del mercato ad ogni sfera della vita, l’alleggerimento/smantellamento del welfare, la flessibilità, l’esportazione della democrazia), ma in quello tattico, relativo cioè alle diverse dosi di individuo, stato e mercato somministrate ai cittadini, che risulta sempre più arduo distinguere dai clienti e dai consumatori, per raggiungere i medesimi obiettivi. Continua a leggere