In un libro bellissimo, Le mie stagioni, Giovanni Comisso, che da giovane era arrivato a Fiume direttamente dalle trincee di una guerra finita e già diventata routine militare, riepilogherà, vent’anni dopo, alcune coordinate di quell’esperienza: «Godere dello spirito, credere nella propria individualità, essere certi che le macchine non accrescono il tempo, ma ogni attimo se profondamente vissuto è vasto come una vita, ridurre al minimo le nostre esigenze materiali, disprezzare il denaro, il lusso, generatori di stupidità». In una frase che ha l’andatura di un verso trova il modo di racchiudere il senso di un’avventura e un’esperienza: «Questa città era stupenda, la mia giovinezza era al massimo, l’estate declinava lentamente con tramonti sfolgoranti sul mare».
La carta del Carnaro e altri scritti su Fiume
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