viaggio obliquo (poesie 1995-2009)

La recensione che si ferma alla prima pagina (o, come in questo caso, ancora prima) è generalmente considerata una cattiva recensione – la si reputa, anzi, la cattiva recensione per antonomasia…
Tuttavia, nel caso dell’antologia poetica di Ulrike Draesner viaggio obliquo (poesie 1995-2009), pubblicata ad inizio anno da Lavieri, con introduzione di Camilla Miglio e postfazione di Theresia Prammer, la tappa d’arresto è d’obbligo, in quanto già nel paratesto si delineano non soltanto le caratteristiche principali della raccolta, ma anche le linee dell’accorta operazione editoriale che ha presieduto alla pubblicazione italiana.

Autore: Ulrike Draesner
Titolo: viaggio obliquo (poesie 1995-2009)
Editore: Lavieri, S. Angelo in Formis, 2010
Pagine: 221

La recensione che si ferma alla prima pagina (o, come in questo caso, ancora prima) è generalmente considerata una cattiva recensione – la si reputa, anzi, la cattiva recensione per antonomasia…
Tuttavia, nel caso dell’antologia poetica di Ulrike Draesner viaggio obliquo (poesie 1995-2009), pubblicata ad inizio anno da Lavieri, con introduzione di Camilla Miglio e postfazione di Theresia Prammer, la tappa d’arresto è d’obbligo, in quanto già nel paratesto si delineano non soltanto le caratteristiche principali della raccolta, ma anche le linee dell’accorta operazione editoriale che ha presieduto alla pubblicazione italiana.
Sarà sufficiente, quindi, dare una risposta a ogni domanda, a ogni sollecitazione del breve testo introduttivo, “per farsene un’idea” – per cominciare (e, contro tutti i pronostici, cominciare molto opportunamente…) ad entrare nel mondo poetico di Draesner.
Ecco dunque i resoconti di una conversazione – assai poco genettiana, in fondo – sulla soglia del testo.

Cos’è una poesia – oggi?

Come nella migliore tradizione sperimentale (qualunque cosa voglia dire l’espressione sibillina: “tradizione sperimentale”), la domanda sull’essenza della poesia è inaugurale, ma scivola subito nel paradosso di una risposta che, seppur meditata e articolata, non può mai essere definitiva.
(Il crisma del definitivo è stigma del fallimento, come si cercherà di dimostrare…)
In questo caso, la risposta parziale e laterale che compete, nella fattispecie, a Ulrike Draesner sembra procedere dalle “traduzioni radicali” di Shakespeare con le quali si apre il libro: si tratta di traduzioni che conferiscono attualità ai sonetti “immortali” del Bardo inglese (inserendo riferimenti metaforici alla pecora Dolly laddove si parla del desiderio di immortalità, per esempio), ri-orientandoli così verso un presente non solo cronologico, ma anche ideologico. Il procedimento di “twin spin” con le quali i due Lieder – di Shakespeare e di Draesner – si avvolgono reciprocamente per formare un nuovo ordito è in tutto e per tutto analogo a quello con cui, nel verso, s’intrecciano morte (poesia del passato) e desiderio (poesia del futuro).
Fear and desire, insomma: ora et semper, e a pieno titolo anche nel postmoderno che apparentemente vive, culturalmente, senz’autorità né paura, ma poi, nella società, ovvero in tutto ciò che è, o tende ad essere, fuori dal testo, riconferma sia l’una che l’altra presenza.
La tradizione sperimentale, dunque, si rivela oggi radicata nel presente, più che nel passato (come vorrebbe certa critica reazionaria) o nel futuro (come vorrebbe, con un surplus di volontarismo, la critica sedicente rivoluzionaria), con tutte le ambivalenze che certamente ne conseguono, di un giano bifronte che non può andare molto avanti, ma neppure si può rivolgere molto indietro.
È una poesia che fa i conti, allora, con la sua immobilità, trascendendola in un viaggio obliquo, tutto (o quasi) corporeo.

Ornamento, passatempo, un quickie nella ridda di informazioni, un assaggio di sentimento? Anacronistico o accelerato, un breve brano di canzoni d’altri tempi?
Forse non si deve domandare cosa una poesia potrebbe essere, ma come a un certo punto qualcosa diventa poesia.

Draesner manipola il linguaggio, ma non crea né “ornamenti” né “passatempi”.
Nonostante abbia più volte dichiarato, come riporta anche Camilla Miglio, di aver fatto i primi esperimenti creativi all’epoca dei suoi studi a Oxford, basandosi sul gioco di assonanze tra le varie lingue da lei conosciute e sui procedimenti del willful misundertanding, Draesner ha sempre inteso flirtare con il linguaggio non per il puro e semplice godimento di uno spirito ludico, bensì per arrivare a quella forma che è “capace di uscire dalla prigione del corpo, o almeno di sporgersi a metà corpo” – secondo la citazione di Robert Musil brillantemente riesumata da Theresia Prammer – e che si raggiunge nel “punto in cui qualcosa diventa poesia”.
Punto che si può ritrovare soltanto in circostanze paradossali, lacerato com’è, nella sua costitutiva inscindibilità, tra estasi e in-stasi.

Qui…

Qui è l’imminenza della visione, qui anche l’apertura in cui si verifica la possibilità di innesti post-umani, anche se non compiutamente cyborg, come quelli, a carattere botanico, che accadono puntualmente nel Verpflanzungsgebiet (zona trapianti) di gedächtnisschleifen, prima raccolta che viene qui antologizzata, risalente al 1995.

Qui c’erano: un viaggio. Il ricordo di questo.

Tra estasi e in-stasi, dunque, l’ipotesi del viaggio.
Non si tratta soltanto del “viaggio obliquo quasi uno squillare / continuo di tutti i nervi” (da waset, in damasco, manovra) che dà il titolo alla raccolta, riallacciandola a una meditazione da e verso il trauma – quale è stata anche quella del romanzo Spiele (2005) della Draesner, sull’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1972 – ma anche della possibilità di ricordare la ferita, prefigurando una discesa in campo della memoria come forza poetica di primo piano, assieme all’immaginazione e alla logica filosofica (non per caso le gedächtnisschleifen del 1995 si traducono correttamente come “stringhe di memoria”).
Ciò che “si fa” con la poiesis del verso è anche storia, o, meglio, un intreccio proteiforme, seppur bellissimo, di storia e memoria, che, in ultima analisi, rende quest’antologia poetica degna erede dell’opera gigantesca e pluriversa di Arno Schmidt, la grande scommessa editoriale di Lavieri.
È questo un dato di fatto che, come si accennava, legittima, se non nobilita, la scelta di pubblicare il verso, raffinatissimo e difficilmente accessibile – anche se con vari “livelli” di difficoltà – di Ulrike Draesner.
La riflessione iniziale (oppure finale?) si chiude poi con una rievocazione per nulla ironica della Farbentheorie di Goethe, nume poetico nazionale ed europeo:

Troppi colori forse – fino al punto della trasformazione: trans lucenti. Una parola estranea al tedesco: trans e lucere – passaggio attraversato dalla luce. Ciò che riverbera – come ventagli (delle ali dei gabbiani, spruzzate), come un batuffolo di pelo che si disperde. Permeati dalla parola “impressi”: imprimere qualcosa, premere – esercitare una pressione. Anche:
Senza.
Forse: senza nient’altro che il ricordo.
Essere insieme, ensemble. Un rosso appare, lieve. Anche cercare, mettere insieme, in modo che le parole stampino una copia di sé sui loro vicini, su altre parole nella poesia, pure distanti – leggere, ma percepibili nello spazio: dico fino a quando non si formi un’atmosfera. Solo allora la luce si diffrange – solo allora si dispiegano i colori.
Impressione e ingestione: colore è ciò che la materia restituisce e riverbera.

Il finale è però degno, molto più che di Goethe di Gottfried Benn, altro maestro di poesia ricordato (in u) assieme a Shakespeare e a René Char (poesia matrimoniale), nonché alle sodali della vituperata “letteratura femminile”, tra le quali Draesner annovera sia l’antenata Gaspara Stampa (novo e raro miracol di natura) sia la più recente Marguerite Duras (essay).

Che gli occhi si possano aprire ancora – una seconda volta, prego – una terza.

In questo sbatter di ciglia che prelude all’epifania, o al ritorno, della visione nella poesia – la sfida numero uno di molta poesia contemporanea – il baluginio del mondo è lo stesso che porta dalla materialità dei Flimmerhaare (capelli fiammeggianti) di Benn alle Flimmerworte di Draesner  (fiammeggianti parole).
Il viaggio obliquo, in questo fiammeggiante inferno terrestre e somatico, diventa, in ultima istanza, viaggio sotto ciglia e sopracciglia, come quei Reisen unter den Augenlindern che sigillano la raccolta di racconti di Draesner del 1999.
Il cerchio si chiude, dunque, per quanto riguarda l’opera della scrittrice tedesca, già nel paratesto, e il senso di conclusione, raggiunto prima dell’incipit, per il testo non significa altro che la configurazione di un percorso fallimentare, senza meta e senza fine, segnato dall’incapacità di recuperare l’icasticità iniziale.

Tale è il percorso del novantanove per cento delle antologie, si dirà, in rapporto, magari alle loro introduzioni e prefazioni, che le “spiegano”, senza con ciò dispiegarle.
Ma questa caporetto, in particolare, di Ulrike Draesner porta alla sconfitta più grandiosa, quella di chi ha saputo sfidare il contemporaneo, “restituendolo e riverberandolo” affatto surrettiziamente – caporetto che è forse il segno di denominazione di origine protetta per la letteratura più grande, o soltanto più preziosa.

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