Tanta, troppa poesia viene accantonata con un gesto che è di condiscendenza pura, e quindi di insopportabile arroganza (insopportabile, perché stolta), da parte di chi sente di appartenere, per contro, alla “élite poetica”. Non si sa bene, in realtà, chi e che cosa possa rappresentare questa élite, se non la classica “nicchia della nicchia”. Una casta aristocratica in continua decadenza e, davanti alla scomparsa del pubblico della poesia, un esperimento snobistico prossimo al fallimento, alla dissoluzione.
Autore: Gabriele Xella
Titolo: Neanche vedo più tutto l’amore
Editore: L’Arcolaio, Forlì 2010
Pagine: 85
Tanta, troppa poesia viene accantonata con un gesto che è di condiscendenza pura, e quindi di insopportabile arroganza (insopportabile, perché stolta), da parte di chi sente di appartenere, per contro, alla “élite poetica”. Non si sa bene, in realtà, chi e che cosa possa rappresentare questa élite, se non la classica “nicchia della nicchia”. Una casta aristocratica in continua decadenza e, davanti alla scomparsa del pubblico della poesia, un esperimento snobistico prossimo al fallimento, alla dissoluzione.
Il gesto, intimamente a-critico, viene spesso accompagnato da parole che pretendono di essere definitive: “è giovane, scrive di pancia”. Il che significa, con ogni probabilità: dovrebbe ravvedersi, raffinarsi, maturare, crescere. Dovrebbe scrivere come scriviamo noi: adeguarsi ai nostri schemi, che sono ritmici, tematici e ideologici. Sociali, in una parola, e con la pretesa di essere naturali.
La visceralità di Gabriele Xella si prende gioco di questo atteggiamento, mescolando a quello che può sembrare un’annotazione diaristica prossima al lirismo una presa di posizione nettamente al di sopra del contrasto tra sentimentalismo e cerebralismo – due versioni, equidistanti dalla verità, della stessa drammatizzazione dell’intelletto – e che si protende, forse, oltre la stessa ironia. Quand’essa risulti troppo facile, almeno.
Rabbia e amore si contendono infatti la palma, all’interno di Neanche vedo più tutto l’amore (Edizioni L’Arcolaio, Forlì 2010), senza indulgere nei patetismi dell’auto-rappresentazione, ma cercando sempre di risolversi in un “tu” non soltanto lirico, ma anche materiale, carnale, sessuale – sempre, indiscutibilmente altro. Giungono quindi a condensarsi in quella che mi sembra la sezione meglio riuscita della raccolta, le Raffiche, testi in prosa poetica di grande forza, dalle quali estraggo (almeno) una citazione di rilievo (contemplativo): “La disperazione è una forma superiore di critica, che chiameremo felicità.”
Questo testo, nello specifico, ha un preciso indirizzo (“Ai ragazzi, a Carlo Giuliani”), che non è, come si potrebbe pensare, generazionale, ma – verrebbe da dire – di classe, senza però accodarsi a una pura e semplice adesione politica. Ci si rivolge ai giovani non come questione del ricambio – sfiancante, nella sua banalizzazione – ma per effetto dell’identificazione politica della voce poetica in un soggetto represso, ma anche oppresso (“Perché era scritto su quelle magliette poi diventate sangue”), che sta soffrendo – nel portafoglio, ma anche nelle carni – l’imponente sgretolarsi di un mondo. Che non è solo il modello emiliano in crisi, che altrove, giustamente, affiora (“Le dimenticate parole, orfane come i capannoni / lungo l’emilia. // Anche ora / qui / è lo stesso identico momento”), ma un tessuto sociale ormai incancrenito. Come segnalano le pustole televisive, che sono sempre sia macabre che spettacolari.
In Xella rabbia e amore si fondono, com’era in principio, quando Anacreonte, per esempio, sapeva (a mio avviso, correttamente) indicare la sede dell’amore nel fegato. E non solo nel cuore, che ormai soffre dell’abuso lirico.
Ventrale, dunque, la poesia di Xella, ma anche, soprattutto, perché lì colpiscono i manganelli. Si è davanti, se ci si passa la metafora, a una critica sociale e politica del ventre, in attesa che una danza (decisamente altra, rispetto ai nostri standard) se ne possa liberare.