Che orgia patriottarda per le celebrazioni dell’unità d’Italia: da Jovanotti che canta in piazza l’inno di Mameli alle sedi leghiste assaltate di italianità, dagli autobus con il tricolore sul davanti ai concerti per strada dove i più distanti dal sentimento nazionale si accordano su Gaber e sul suo “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”, la destra e la sinistra che quando c’è da distrarre festosamente il popolo che governano, mettono in moto una macchina mediatica/organizzativa che poi, alla fine, come fai a non sentirti anche tu un po’ italiano…
V’è, in tutta questa sbornia per la terra dei padri, una reazione a decenni di individualismo liberale in cui essere cittadini del mondo, senza padri e senza terra era la religiosa regola. Ed è la reazione a giocare un ruolo decisivo e – non di meno – un dato socioantropologico da sottolineare: se di reazione, un qualunque sentimento di appartenenza esaurirà la sua funzione nel momento in cui viene meno lo stimolo (esterno) che l’ha provocato. Appartenere alla tribù di second life o delle borse di hermès, esaurisce la sua funzione “comunitaria” nel momento in cui viene meno lo stimolo/oggetto di condivisione; questo è quello che Maffessoli chiama radicamento dinamico: una reazione ad uno stato individuale. Il discorso cambia (cambia?) quando si tratta di appartanenza ad un luogo, quando si tratta di identità: vi può essere radicamento dinamico quando si parla di luogo? Può l’appartenenza a un destino comune caratterizzarsi come reazione? Si può essere italiani per un giorno?
L’Italia è l’italiano, ancora e soltanto un segno linguistico.