Non so cosa mi faccia piangere. Una volta ero lì che guardavo Bugs Bunny e una tartarughina si è presa una mazzata in testa con una clava e mi sono venuti i brividi. I documentari dove i leoni sbranano le gazzelle: nemmeno quelli riesco a guardarli. Credo che per piangere mi basti una storia triste, anche solo Via col vento. L’avrò visto 15 volte quel film: c’è dentro tanta di quella libertà perduta che fa quasi male.
Se fossi un personaggio dei cartoni animati che personaggio sarei? Ma che domanda è? Non so, direi Bip Bip: è un grande Bip Bip, sa già dove scapperà ancora prima che il coso, il coyote, inizi a inseguirlo.
Mangiare, il mangiare più buono è sempre quello di mia moglie: una fetta di pane fatto in casa e un bicchiere di latte delle mie mucche. Quando torno alla fattoria dopo i concerti mi metto a leggere i numeri dei chilometri sui cartelli stradali, li sommo tra loro, li sottraggo e li moltiplico, sa, per tenermi il cervello allenato: giocare a scacchi non sono capace, a carte mi stufo. Poi cantare, in generale, mi è sempre sembrato un buon esercizio per il cervello: non sono mai stato un gran che come intrattenitore-di-pubblico-tra-una-canzone-e-l’altra, a quello ci ha sempre pensato mio fratello. E poi non mi piace la mia voce nel microfono quando parlo (quando canto è diverso). Mio fratello era una specie di predicatore, apriva la bocca e la gente l’ascoltava, non sono cose che si improvvisano.
Per cosa voglio essere ricordato? Per la mia onestà. Voglio che la gente dica Charlie Louvin era uno di cui ci si poteva fidare. Mio padre diceva sempre Se la tua parola non vale niente, nemmeno la tua firma varrà niente. Non sono il più grande cantante del mondo, ma a cantare mi diverto di più che ad ascoltare la gente che canta. E poi sono intonato: faccio poche note, ma quelle poche le prendo tutte.
Il più grande cantante di tutti i tempi? Red Foley. Lo so che non lo conosci. Era un prodigio: sapeva piangere a comando, non so se mi spiego. Sapeva piangere a comando mentre cantava. Ha scritto una canzone su un funerale. La canzone racconta di lui che cammina per la strada e passa di fianco a una chiesa battista e sente un coro da piantagione, allora si avvicina guarda dentro e vede quaranta donne nere che piangono intorno a una piccola bara bianca con dentro un ragazzo di 12 anni vestito benissimo, le scarpe lucide la cravatta i capelli tirati indietro, morto, e le donne piangono e cantano, la madre del ragazzo è vestita di giallo e piange che sembra soffocare e il prete dice Mandy, tuo figlio non era tuo figlio, Dio non te l’ha regalato, te l’ha solo prestato per un po’, io piango come uno scemo ogni volta che la risento, peggio dei documentari con i leoni.
Anche se in realtà la canzone più bella del mondo è un’altra, si chiama Suppertime, ora di cena, la cantava Jimmie Davis, lo so che non conosci nemmeno lui, stammi a sentire che te la canto e mi viene da piangere mentre te la canto, la canzone dice Quando ero bambino stavo fuori tutto il pomeriggio a giocare a pallone finché non faceva buio, e al tramonto mia madre mi chiamava perché era pronta la cena, Torna a casa, mi diceva, torna a casa, è ora di cena, finalmente si torna a casa, poi ti accorgi che è tutta una metafora sul Paradiso e lui sogna La Chiamata del Padre che riunisce tutti i figli intorno al suo tavolo, e uno di solito pensa all’Ultima Cena come all’inizio della fine, il tradimento e la morte, e invece l’ora di cena di Jimmie Davis è l’ora della resurrezione, se uno crede a queste cose, della riconciliazione, se uno crede a queste cose, e io credo a ogni parola che esce dalla bocca di Jimmie Davis. Prossima domanda?
Signor Louvin, volevo sapere secondo lei qual è la cosa migliore che i soldi possono comprare.
Io la cosa migliore della mia vita l’ho comprata nel ’49 e ho speso 3 dollari: il mio certificato matrimoniale. Ci ho sposato Betty, siamo ancora qua.