Gerardo apre la porta della cabina 112, sul ponte Aurora. Il pavimento è di velluto blu; i suoi passi – dopo aver acceso la luce – non fanno rumore quando si dirigono verso il letto con la testiera a prua; se dovesse avere freddo – gli hanno detto alla reception – se dovesse avere freddo troverà una coperta nell'armadio. Gerardo, posata la valigia al centro della stanza, è la prima cosa che ha fatto, guardare se dentro l'armadio ci fosse la coperta; rassicurato dalla vista di questa si è disteso sul letto e ha liberato i piedi dalle scarpe bloccando le mani dietro la nuca, ha chiuso gli occhi qualche minuto, ha sentito la voce del comandante uscire dal soffitto della cabina: la voce ha salutato i passeggeri presenti nella nave diretta a Tangeri via Cagliari, informandoli dell'avvenuta chiusura delle sale d'imbarco.
Gerardo apre la porta della cabina 112, sul ponte Aurora. Il pavimento è di velluto blu; i suoi passi – dopo aver acceso la luce – non fanno rumore quando si dirigono verso il letto con la testiera a prua; se dovesse avere freddo – gli hanno detto alla reception – se dovesse avere freddo troverà una coperta nell'armadio. Gerardo, posata la valigia al centro della stanza, è la prima cosa che ha fatto, guardare se dentro l'armadio ci fosse la coperta; rassicurato dalla vista di questa si è disteso sul letto e ha liberato i piedi dalle scarpe bloccando le mani dietro la nuca, ha chiuso gli occhi qualche minuto, ha sentito la voce del comandante uscire dal soffitto della cabina: la voce ha salutato i passeggeri presenti nella nave diretta a Tangeri via Cagliari, informandoli dell'avvenuta chiusura delle sale d'imbarco. Gerardo ha pensato di rimanere chiuso lì dentro, dentro le sale d'imbarco, dentro una di queste: come avrebbe chiesto aiuto? bussando qualche porta l'avrebbero sentito? avrebbe trascorso tutta la notte nelle sale d'imbarco dei passeggeri senza un bagno? c'era un bagno? non si sarebbe potuto lavare i denti, aveva la valigia con sé e quindi si sarebbe potuto lavare i denti, aveva anche l'acqua… perché chiudono le sale d'imbarco per tutta la navigazione?
«La partenza dal porto di Genova è prevista per le venti e trenta; l'arrivo a Cagliari è previsto per le sette e quaranta. A Cagliari, la Nautilus Crovia, dovrà essere liberata dai passeggeri per quattro giorni, fino alle diciotto e venti di venerdì 12 giugno. L'orario di partenza da Cagliari per Tangeri è fissato per le venti e trenta. Durante la traversata, per motivi di sicurezza, l'accesso alle sale d'imbarco rimarrà chiuso…»
Perché? si domanda Gerardo.
«…buon viaggio.»
«Ci vediamo direttamente a Tangeri» ha detto la signora Arrivederci a suo marito. «Ho da spedire le ultime fiale.»
Tutta questa attenzione per il loro gioco, Gerardo crede di poterla rintracciare all'indomani della pubblicazione dell'articolo su Le Figaro: Fiale di caffè esausto al Beaubourg. Il Beaubourg è una merda d'artista: oh le provocazioni in scatola e valigia, o il manichino con il tronco superiore dentro un bidone dell'immondizia in piazza, un morto in piazza dentro un bidone dell'immondizia, la polizia che sistema nel sedile posteriore della macchina il bidone con dentro il manichino morto; poi la denuncia per procurato allarme:
«Che ridere» dice la signora Arrivederci uscendo in cortile; in mano ha il recipiente che contiene il caffé esausto pronto per la seccatura al sole di mezziogiorno.
Durante le operazioni di riempimento-fiala Gerardo le sta accanto, e se c'è qualcuno arrivato fin lassù per vedere il procedimento di creazione (sic!) delle fiale c12, è lui che gli risponde, la signora Arrivederci non dice nulla e sul giornale locale hanno scritto che è muta. La signora Arrivederci non è muta, è solo poco interessata ai meccanismi comunitari che non siano quelli fra lei e il marito; è duale la signora Arrivederci, prende fra le mani una fiala e sul collo di vetro infila un piccolo imbuto – nulla deve andare perso.
[…]
Bevono quattro caffè al giorno lei e suo marito, tutti prima del sole di mezzogiorno; e ne berranno ancora di caffè, ancora quattro al giorno per settandue giorni; il mercante che cura i loro affari ha deciso che la serie dei caffè potrà dirsi conclusa dopo trecentoquaranta esemplari. Inizieranno la serie del the bianco: «12 cc – la misura è sempre la stessa – di the bianco esausto dentro una fiala di vetro chiusa con un tappo di sughero e laccata con la cera rossa.»
«Per una fiala c12 a noi bastano ottocento euro» ha detto Gerardo al mercante.
Gerardo e la signora Arrivederci si sono sposati vicino Tangeri, a Jibia. Il cielo, durante il tramonto, era diventato quasi verde, mai vista una luce così. Avevano suonato e ballato in spiaggia fino a cadere esausti dondolati dal Mizmar. Gerardo e la signora Arrivederci dormivano stretti al centro del primo cerchio, quello delle donne ginocchiate che vegliavano la loro prima notte di nozze; gli uomini, nel cerchio più esterno, avevano abbassato gli strumenti lentamente, uno ad uno, accompagnando gli sposi fino alla fase theta:
Nella fase theta del sonno cantano le balene, l'onda scende di frequenza sotto gli 8 Hz e gli occhi si muovono ancora per poco; l'onda – anche sull'Oceano Atlantico – è funzione di uno spazio e di un tempo.
Non si era ancora dorato l'orizzonte quando un gallo, oltre il canneto, rintonò il suo canto e fece tornare in piedi gli uomini e gli strumenti: buongiorno alle donne in cerchio, sulla spiaggia, a vegliare la prima notte di nozze di Gerardo e della signora Arrivederci; buongiorno battuto con le mani sulle ginocchia tessute dalla gonna e l'acqua per il the sulle braci; buongiorno ai primi colori sul mare.
«Buongiorno Consuelo.»
«Buongiorno Gerardo.»
Dopo un'ora di viaggio si torna in porto, c'è un problema. Dentro la NTC diretta a Barcellona da Tarranóa ci sono anche Gerardo e la signora Arrivederci; sul ponte affollato anche loro vedono il porto sempre più vicino, non c'è bisogno delle scialuppe ha detto il comandante, dov'è il comandante? hanno assaltato il ponte di poppa, la nave sta affondando, giù le scialuppe, qualcuno che grida c'è sempre; Gerardo trascina la signora Arrivederci tra giubbotti, visi sfatti di cere, caldo, sigarette accese, vetri, il gancio che abbassa la scialuppa carica di sedici unità, uno due tre si buttano direttamente dal ponte di comando, hanno assaltato il ponte di comando, la nave affonda signore e signori e nessuna Rapsodia ungherese esce dagli altoparlanti, non spaccate i vetri, non quelli del ponte comando dal quale scende verso il mare la scialuppa NTC4, dentro ci sono anche Gerardo e la Signora Arrivederci che non parlano più, a volte non vogliono nemmeno vedere e si coprono gli occhi. Sulla banchina sono in tanti, sono tutti? Qualcuno ancora arriva a nuoto, le scialuppe della NTC hanno scaricato tutti, non c'è più nessuno dentro la nave che affonda.
La signora Arrivederci non prenderà più la via del mare da qual giorno:
«Perché?» gli chiede Gerardo.
«Buon viaggio» risponde lei. E il tempo del mare lo riempirà di fiale di caffè esausto: ogni giorno così fino alla partenza per Cagliari, in aereo.
«Prendiamo una cabina con il finestrone sul mare» le ha detto Gerardo. «Vedremo la luna.»
La signora Arrivederci non ne ha voluto più parlare.
Il comandante avvisa i signori passeggeri che fra pochi minuti la nave lascerà il porto di Genova. Le condizioni del mare durante la traversata saranno buone. Gerardo è nudo davanti al finestrone ma nessuno può vederlo, sono tutti troppo lontani, trenta metri di vuoto fino alla banchina. Con la mano tamburella sulla scrivania, poi raggiunge il bagno, apre la doccia, la moquette raccoglie zampilli d'acqua, Gerardo manovra il dosatore e si tiene forte al supporto come c'è scritto nell'avviso:
Il pavimento bagnato diventa molto scivoloso; consigliamo quindi, durante le operazioni di lavaggio, di reggersi agli appositi supporti per evitare di scivolare.
Gerardo è prudente: una mano al supporto e l'altra ad insaponare i capelli; durante il risciacquo, per la prima volta da quando è sotto il getto dell'acqua, Gerardo lascia il supporto allungando le gambe e fa forza con i piedi sulla plastica del box-doccia, si siede, si piega a scorrere con la mano quanto resta del suo polpaccio nero e rosso strappato da una murena infiocinata: Gerardo sentì solo caldo durante la risalita in apnea pesantata dalla murena appesa al polpaccio; raggiunse la barca senza nemmeno provare a liberarsi, e quella stringeva ed aveva iniziato la rotazione del pezzo di carne addentata da parte a parte: uno due tre giri e strappo, e l'acqua del mare rossa di sangue, la muta di Gerardo rossa sulla barca di resina che sbatte sulle creste di libeccio, fino alla cucitura senza dolore, Gerardo e la luce soffice di un dormiente, avvolto senza dolore.
Gerardo lava con cura tutti gli interstizi di questo sbrego, prende in mano la cipolla della doccia e la indirizza sulla ferita, e lava il sangue rappreso.
Lo specchio sulla testiera del letto lo ritrae a mezzo busto, già visto e annodato di cravatta; fuori c'è la parte di Genova a lui dedicata: Genova ha mani di noia posate sui muri delle case, mani di ballerine che lo salutano quando la nave lascia la banchina.
E prende il mare.
Gerardo dice che sua madre è a colori sui bordi delle cose, l'inizio, la fine, il mezzo, tutto a una luce; e invece sono ancora e soltanto ripetizioni di visi muti; Gerardo parla con la madre e risponde la sorella apprensiva, risponde per la madre malata che non sente e non parla: ha mangiato? sì, oggi è stata brava, ha mangiato tutto. Era buono, mamma? diglielo che era buono. E quella scuote la testa per dire al figlio che era buono il pranzo, fa di sì con la testa. Poi ha smesso anche di muovere la testa per rispondere.
«Voglio parlare con lei, senza di te.»
«Non parlerà mai più» ha risposto la sorella uscendo in cortile.
La madre di Gerardo, moto perpetuo e silenzio con gli occhi aperti sul televisore acceso. Suo figlio che pensa, ancora, se vivere significhi soltanto prendere o rifiutare garbatamente quanto arriva: è possibile ignorare una domanda? Gerardo preferirebbe pensarla sottoterra mangiata dai vermi che subirla un altro giorno dondola davanti al televisore acceso con gli occhi sciutti e snervati. Vorrebbe dirglielo alla madre che sbagliare strada è stimolante: a Gerardo gli capita e non si dispera, è più attento alle alture che lo circondano – se ce ne sono – o al sole – se c'è; e continua a sbagliare strada, a cercarsi. Siamo i pensieri di Gerardo accennati sui tasti di un pianoforte, ogni nota un vicolo chiuso, ogni sabato Gerardo scende le scale fino alla cucina rustica, la chiamano così, la cucina rustica, dove è ancora buio, e dalla finestra, fra un po', spunterà una calante dorata appesa come un gingillo ad un cielo scuro che Gerardo guarderà a lungo camminando sul vialetto che lo condurrà al garage; metterà in moto il pick-up e partirà, la cartina sul sedile del passeggero, il gps acceso, pentolame di rumori, acqua, vestiti, coltelli, sementi, viveri a lunga conservazione. Nella cartina è segnato il punto esatto dell'ultimo incontro con suo figlio Dano, che nel frattempo avrà finito di costruire il rifugio.
«Ho cambiato idea» ha detto Dano a suo padre. «Non la raccolgo l'acqua piovana. Metto delle trappole tutt'intorno però.»
«E la notte ti sveglierai al primo rumore» gli ha detto Gerardo.
«Dentro è caldo, faremo il fuoco al centro.»
Gerardo sa che questo non sarà l'ultimo rifugio costruito da suo figlio. Sa che continuerà a spostarsi, senza lasciare altro che un rifugio in buono stato, da abitare per chi lo vorrà abitare: costruisce case di legno che abbandona nel bosco, Dano.
Gerardo con il suo pick-up carico di necessità per il figlio si è perso cercando l'ultimo rifugio di Dano, si è perso cercandolo oltre il passo Mànghen, giù fino al fondovalle, circondato dal rumore dell'acqua, giù, incrociando i tagliatori di legna, per tutti un saluto; ha proseguito verso ponente cercando sulla cartina la strada percorsa: perdendosi e ritrovandosi all'incrocio con la strada delgi alpini, ha deciso di continuare a salire e di trascorrere la notte fuori di casa, avrebbe acceso un fuoco anche lui.
La signora Arrivederci, quel giorno, non ha completato le operazioni di riempimento-fiale, era distratta, guardava quel breve rettilineo che sale verso casa sua, guardava oltre il torrente, con il binocolo e, scesa la notte, ascoltava il rumore dell'acqua e cercava un fuoco da qualche parte, sarebbe bastata una colonna alta di fumo. Trovò il primo e poi il secondo fuoco, non si erano incontrati Dano e suo padre; e tornando dentro casa con il binocolo al collo, la signora Arrivederci segnò i due fuochi sulla mappa appesa al muro, dov'erano segnati tutti gli altri fuochi, gli altri rifugi, la geografia selvatica del figlio.
[tratto da Antiguida di un confine, 2011 - traduzione di Lautino Crippa | alfiogenitron.wordpress.com]