Beijing, 23, 04, 2011 | 00:50
Riprendo.
Mi riprendo.
Questo luogo di parola muta.
Cambia, si rinnova.
Parola muta e visione sorda, frastornante come muta di cani, cieca, abba(gl)iante come questo cielo di pietra pechinese attraverso il quale s’intravede una impenetrabilità che disegna abissi oceanici e una muta, appunto,
per sprofondarvicisi.
Mi rincuora l’ideale avallo che imprudentemente alcuni di voi mi hanno concesso.
Mi libera dall’oppressione compulsiva dell’invadenza e mi permette il lusso prezioso di considerarvi sodali d’una carboneria del pensiero sordida, mutevole, visionaria (sorda-muta-cieca).
Ci sarebbe da sborniarsi insieme pronunciando balbi sussurri di suono che solo noi sapremmo tradurre in motteggi arditamente eversivi.
Venerdi santo.
M’echeggia addosso con angosciosa improntitudine la molesta risolutezza di coloro che si votano al martirio.
Che si votano e proprio per questo diventano, indiscutibilmente, gli eletti.
Provo sgomento per la deriva torbida e senza uscita che sta abbracciando il nostro paese.
Eppure non è il tiranno a sollecitare le mie rassegnate endoscopie sociologiche ma piuttosto colui che, alla sua ombra (e a quella di tanti altri), ingrassa e di cui ignoro anagrafe e volto: l’adulatore.
Ecco, l’Italia è irrimediabilmente malata di servilismo.
Consorterie, ghenghe, fans club.
Il disgustoso sultano è appendice cancerogena d’un tumore molto più profondo che non potrà essere sanato solo con l’amputazione di questo infinitesimale prepuzio.
Sono i nostri organi vitali ad essere ormai impotenti, sordi, muti e ciechi, ai richiami voluttuosamente erotici della disperante esortazione alla libertà.
Ci sono epoche in cui il sacrificio, la rinuncia e, addirittura, il martirio, sono le uniche risorse di cui l’uomo dispone per contrapporsi alle micragnose iniquità del potere.
Ma noi (me compreso con ipocrita ribrezzo per la mia persona) siamo troppo virulentemente aggrediti dalle nostre aspirazioni piccolo borghesi e da una decadente idea di benessere.
Continueremo a elemosinare appartenenze.
A sedurre amministratori condominiali di anime.
Non ci sarà rivoluzione (neppure il segno tangibile di un meno altisonante cambiamento) fino a quando il calcolo burocrate delle ultime spartizioni non si sarà esaurito.
Nel Caligola di Camus, i congiuranti senatori si riuniscono in convivio e dissertano alacremente intorno all’intollerabile pazzia dispotica del dissoluto regnante.
Il moralista Cherea sermoneggia e aizza gli altri a iniziative necessarie e immediate.
Eppure, in presenza del titanico Caligola il loro coraggio si ritrae pateticamente e accondiscendono con patetica benevolenza a ogni terribile sopruso che viene imposto loro.
No, anzi! Risponde uno dei probi cospiratori alla premura del sovrano che intendeva sincerarsi che non si fosse risentito del fatto che gli aveva violentato la moglie.
No, anzi!
Lo accoltelleranno nel più vigliacco degli agguati ma le ultime parole che Camus detta al suo Caligola morente diventano monito anche per noi.
Io sono ancora vivo dice il tiranno mentre viene assassinato.
Io sono ancora vivo.