A loro il tentativo di chiudermi ametà è un resoconto, per stessa ammissione del suo protagonista Decimo Cirenaica, resoconto di cui si stabilisce un tempo preciso. Ad una prima lettura potrebbe sembrare un diario, io invece suggerirei un censimento puntuale di tutto ciò che il giovane Decimo decide di offrire all’occhio del lettore. L’esercizio di sottrazione che Simone Olla attua nei confronti della scrittura – asciutta raffinata e tagliente – è lo stesso che viene messo in scena nei riguardi della relazione. Liberato fin da subito di orpelli e noiose romanticherie, dichiara l’intento (già chiaro dal titolo a dire il vero): il tentativo di chiudere a metà che è lo scacco del linguaggio, innanzitutto. E – soprattutto – confessare (senza giustificazioni) che ci si manca e che ci si cerca negli altri potremmo dire costituzionalmente. Gli altri dovrebbero essere quel Loro che risuona nel titolo ma non sarebbe esaustivo e nemmeno propriamente corretto. Gli altri non sono l’inferno ma perlomeno un purgatorio, nel senso di lavacro o dispositivo di espiazione. Quel Loro dunque è un crocicchio di cui Simone descrive minuziosamente i vicoli, i pertugi e le oscurità – soprattutto le oscurità, quelle placate dal controllo e dal rifiuto. Forse è vero che bisogna uccidere chi più si ama per poter restare soli. Gli altri, quelli che non ami abbastanza, sono talmente lontani che potresti evitare di ucciderli. Penso questo, sdraiato sul letto con il sole che lentamente si leva. La solitudine che ricorre diverse volte nel romanzo è la descrizione puntale di vicinanze e lontananze. Mentre le distanze si stabiliscono tacitamente infatti, sono le vicinanze che vanno nominate ed è esattamente quella nominazione ad affaticare. Si fa fatica nell’affidarsi, si fa fatica a mettersi in gioco nel senso che la parzialità, la metà appunto, è qualcosa che prima di tutto infliggiamo a noi stessi e che, ancora più doloroso, sono gli altri a reclamarci. Le continue richieste di disponibilità da parte di Luisanna (figura femminile portante e matura del romanzo), dunque, che giudica per non essere giudicata, i turbamenti della giovane Anita Santa Cruz e la libertà fin troppo prorompente di Hilde danno l’idea di una femminilità intermittente e per nulla rassicurante. Una femminilità agognata e mai conosciuta verticalmente, indecifrabile e al contempo erotizzante. La narrazione in soggettiva si muove su una mappatura di luoghi altrettanto precisi. Eppure è il flusso di coscienza, in qualche modo arbitraria e flessibile categoria, che padroneggia ciò che Decimo vive e vede. Questo della vista è, insieme all’udito, uno dei sensi maggiormente declinati nel libro. Due sensi che avvertono come pochi altri cosa è già accaduto (la vista) e cosa sta per accadere (l’udito). Decimo Cirenaica non viene mai visto, non è mai stato abituato; diventa chiaro come lo sviluppo della vista, l’osservazione, lo sguardo a tratti circospetto, diventi per Decimo una modalità di difesa e di conoscenza insieme alla pretesa di continuare a essere trasparente – unica dimensione familiare. Si guarda in silenzio e si immagina anche, moltissimo. L’udito è in parte immaginifico e in parte amplificato; piuttosto presente è il rumore, il rumore fuori di noi, quel brusio confondente che distrae e che ha la stessa qualità del silenzio: la riduzione ad un piano liscio, disordinato ma confortante in relazione al pericolo. In questo flusso costellato di appuntamenti mancati o, per la teoria della deriva debordiana, di appuntamenti possibili si dipana l’apprendistato emotivo e sentimentale del protagonista. Nell’appuntamento stabilito da Decimo Cirenaica e Luisanna Gerace vi è lo scarto della deriva. In realtà infatti non c’è nessuno da attendere e il tempo trascorso assumerà una piega imprevista, di spaesamento. Eppure l’imprevisto, quella filigrana del possibile, non ha mai luogo, e l’incontro tra Decimo e Luisanna, si trasforma nel suo contrario: la necessità, per esempio, dello sdebitamento da parte di Decimo rispetto alla capacità endoscopica di Luisanna, insieme alla vergogna e l’impossibilità di riconoscersi in corpi che riempiono uno spazio di desiderio. Il dato corporeo è contrassegnato da una mortificazione profonda, da un’esitazione strutturale di gesti e parole che determinerebbero uno spostamento se solo fossero condivisi. In quella esitazione, in quell’attesa di qualcuno che sia all’altezza delle proprie imperfezioni, Decimo racconta con particolare grazia e levità cosa significa confrontarsi con se stessi. Nelle gambe malferme e nel pudore per il turbamento, viene costruito così un personaggio capace di ascoltarsi e interrogarsi. Le cose intorno a cui Decimo indaga se stesso sono diverse, io elencherò quelle che a parer mio sono maggiormente fondative:
l’amore: Peter Høeg in Esperimenti sulla durata dell’amore delega alle riflessioni di Charlotte Gabel la sua teoria sulla disgregazione spontanea dell’amore e l’ipotesi della sua persistenza: solo la persona che rappresenta un sistema chiuso conserva costante il proprio amore.
la mancanza: il mancarsi è un tentativo inesausto di volersi sentire completi ma anche un vicolo cieco. Il mancarsi è non padroneggiare i propri desideri. Decimo ci avvisa infatti che fin da bambini ci sottraggono il desiderio (…) Troppa voglia di deserto fuor di noi invece che dentro di noi. Non c’è deserto eloquente, c’è solo mancanza di corrispondenza, mancanza di risonanza. E mi disturba in particolare affidarmi perché di nuovo cado nella mancanza.
La consapevolezza che nelle relazioni con gli altri non si possa mai consegnare la verità per intero è un motto che Decimo non intende abbandonare. Dentro tutto questo c’è la coscienza della libertà che passa per l’essenziale e la deiezione del corpo. Che passa per un’anoressia (intesa come mancanza di desiderio) che agisce Decimo come prodotto di una cultura che categorizza, etichetta, giudica e risputa fuori modelli morali ed estetici assolutamente alieni. Ecco, mi sembra che il tentativo di chiudere a metà stia esattamente all’altezza della volontà altrui che si vorrebbe imporre su quella individuale. Tentativo che non va a buon fine perché Decimo è già chiuso nella contemplazione della propria differenza e di quelle altrui: sta a lui e al suo resoconto l’operazione culturale e politica di comprenderle e organizzarle queste differenze, allentandone emotivamente l’antagonismo, il disordine simbolico dettato dal pericolo della relazione, e il ladrocinio dell’io – quell’impostore (o quell’impasto, se volete) che disseziona a tradimento ogni nostra scappatoia.