Non è la nota comica che importa, in questi racconti – spesso, soltanto bozzetti – satirici; le perle da cercare in questo piccolo, affascinante libretto possono essere benissimo altre, dal fascino della biografia e delle opere di un anarchico boemo assai attento al crinale sul quale anche il più convinto degli anarchici si trasforma in un bieco affarista, fino allo straniamento di una serie di “Curiosità dal mondo degli animali” che la dicono lunga, invece sul mondo degli umani.
Autore: Jaroslav Hašek
Titolo: Il mio commercio di cani – Il mondo degli animali
Editore: Miraviglia editore, Reggio Emilia 2008
Pagine: 132
L’umorismo slavo è diverso, l’umorismo slavo ha un fondo di tristezza e una patina di antico, come se tutto succedesse sotto la pioggia, e in bianco e nero, l’umorismo slavo non fa ridere. (Tutto vero, e d’altra parte difficilmente i latini sanno ridere con gli occhi.)
Penso un poco per generalizzazioni, posando il libro di Jaroslav Hašek (1883-1923), Il mio commercio di cani – Il mondo degli animali, pubblicato nel 2008 per i tipi di Miraviglia, piccola ma combattiva realtà editoriale di Reggio Emilia. Generalizzare è sempre un atto autoritario e crudele, spesso scorretto, ma in questo caso è uno di quei primi passi che si possono fare dopo aver chiuso il libro, per tornare dalla lettura alla vita – o viceversa, perché questo è libro che si fa gradevolmente rileggere, o almeno risentire: come si suol dire, risuona dentro…
Penso anche che l’unico brano che mi abbia provocato una risata, sincera e, in diversi sensi – anche politici – liberatoria, è stato questo:
“Il comportamento più comico in un giardino zoologico lo hanno avuto gli orangutan. Così come un piccolo bambino esamina i burattini, anche loro con la stessa curiosità hanno sottoposto il grammofono ad un esame minuzioso. Che poi le scimmie ascoltino appassionatamente la musica non c’è da meravigliarsi, soprattutto alla luce delle ultime indagini dei naturalisti che hanno scoperto che gli antropoidi hanno una qualche predisposizione al canto.
Ed è proprio lui, l’antropoide gibbone, che riesce a cantare tutta l’ottava con i semitoni come noi umani, però solo se è innamorato.
Così dunque aveva ragione Richard Wagner, quando disse: “Quanto si capisce l’anima della musica quando amiamo! L’amore di per sé è musica.”
E i gibboni cantano alle loro amate le ottave.”
Spreco in questo modo – consapevolmente – l’unica battuta buona, per me – forse, per noi… – di Hašek, perché non è la nota comica che importa, in questi racconti – spesso, soltanto bozzetti – satirici; le perle da cercare in questo piccolo, affascinante libretto possono essere benissimo altre, dal fascino della biografia e delle opere di un anarchico boemo assai attento al crinale sul quale anche il più convinto degli anarchici si trasforma in un bieco affarista, fino allo straniamento di una serie di “Curiosità dal mondo degli animali” che la dicono lunga, invece sul mondo degli umani. Probabilmente, il tutto si sintetizza, come segnala la brillante introduzione di Noè Rocchi, nella scoperta della faccia irriverente e sarcastica della letteratura della periferia dell’Impero austroungarico, nel suo momento di apogeo e poi di decadenza. Una faccia da assemblare e ricomporre con quella niente meno che di Franz Kafka.
Qui non si parla, infatti, di animali caricandoli di simbolismo religioso, come nelle “Indagini di un cane” kafkiane, sotto la spinta di una ricerca, disperata ma costante, di grazia: si parla della grazia irrimediabilmente perduta, nei meandri della società e delle sue sistematiche costrizioni, di chi dei cani fa commercio. Puntando in questo modo il dito verso l’inganno e il delitto che sostanziano questa figura, questo lavoro, nonché questa storia e questo brano di realtà – che potrebbero essere, per contro, assai risibili.
Potrebbero: se abbiamo capito la battuta, ovvero se siamo tornati bene, e con successo, alla lettura o alla vita.