Nonostante lo prometta a chiare lettere il risvolto di copertina, quello che propone la neonata, e coraggiosa, collana Novevolt dell’editrice Zona, con “Il molosso” di Enzo Fileno Carabba, non è – non è soltanto – un “piccolo gioiello di stile”.
Nel racconto, senz’alcuna pretesa allegorica, o definitiva, della leggenda del molosso, si uniscono, senz’alcuna ratio, spazi mitici, storici e distopici: dalla culla mitica del cane, che è poi la culla della civiltà indoeuropea, tra Iran e Afghanistan, si arriva ad un – non del tutto improbabile – esito futuro della storia italiana, tra guerre tecnologiche che premono alle porte e ritorni non meglio precisati alla pastorizia.
Autore: Enzo Fileno Carabba
Titolo: Il molosso. La leggenda del cane
Editore: Zona, Civitella in Val di Chiana (AR), 2010
Pagine: 95
Nonostante lo prometta a chiare lettere il risvolto di copertina, quello che propone la neonata, e coraggiosa, collana Novevolt dell’editrice Zona, con “Il molosso” di Enzo Fileno Carabba, non è – non è soltanto – un “piccolo gioiello di stile”.
Nel racconto, senz’alcuna pretesa allegorica, o definitiva, della leggenda del molosso, si uniscono, senz’alcuna ratio, spazi mitici, storici e distopici: dalla culla mitica del cane, che è poi la culla della civiltà indoeuropea, tra Iran e Afghanistan, si arriva ad un – non del tutto improbabile – esito futuro della storia italiana, tra guerre tecnologiche che premono alle porte e ritorni non meglio precisati alla pastorizia.
Il molosso è sempre presente, in questo itinerario, anche se con una carica metaforica ambigua, anzi, perfettamente ambivalente: il molosso può essere sia guardiano che nemico, può proteggere, ma anche assaltare l’uomo e i suoi averi – le greggi, ad esempio.
Una tensione semantica fortemente contraddittoria mantiene alta anche la tensione emotiva del lettore, che ne esce affascinato e al tempo stesso inquietato.
Non è, però, paura fisica, in una narrazione che si avvale dell’iterazione di alcuni, precisi stilemi allo scopo di assicurare alcuni solidi effetti di realtà ad una narrazione che, altrimenti, sarebbe generica, priva di appigli spaziali e temporali certi, scivolosa.
Si tratta, piuttosto, di una paura culturale, e non soltanto della paura di una narrazione consapevolmente – forse troppo – proiettata oltre il postmoderno, ovvero di un racconto che ha la capacità di mettere in discussione le coordinate temporali e socio-culturali della nostra epoca.
La paura, nei tratti di scrittura più felici e rigogliosi, viene dal disorientamento – molto più potente, forse – che si subisce quando si scopre, con Walter Benjamin, che “ogni documento di cultura” – non solo di cultura postmoderna – “è anche un documento di barbarie”.
Per magia nera – nera d’inchiostro – il documento si può trasformare ora in un famelico molosso, ora anche in uno scrittore, che, nell’ambito di un’angosciante analogia, può proteggere, ma anche assaltare i capisaldi e le convinzioni della propria comunità.
Diffidare, insomma, del gioiello di stile: ci guarda dall’oscurità, non è innocuo.