In quasi tutti gli ambienti, oggi gli Stati Uniti d’America vengono considerati la prima democrazia del mondo. Accendendo la televisione, leggendo un giornale, semplicemente passeggiando per strada, ci si accorge di come tutti si riempiano la bocca con questa parola ormai inflazionata e, a mio avviso, oggi priva di un chiaro significato: democrazia.
In quasi tutti gli ambienti, oggi gli Stati Uniti d’America vengono considerati la prima democrazia del mondo. Accendendo la televisione, leggendo un giornale, semplicemente passeggiando per strada, ci si accorge di come tutti si riempiano la bocca con questa parola ormai inflazionata e, a mio avviso, oggi priva di un chiaro significato: democrazia. È ormai diventato un rischio, senza esagerazioni, esprimere in pubblico qualche dubbio in ordine ai valori democratici ed al funzionamento delle democrazie occidentali: c’è il pericolo di essere additati come fiancheggiatori del terrorismo o nostalgici dei campi di stermino.
Eppure, questa parola tabù non ha lo stesso significato per tutti quelli che la pronunciano, tantomeno per quelli che la mitizzano. Le definizioni di “democrazia” sembrano innumerevoli e attorno alle più accreditate si sono create altrettante correnti di pensiero: Schumpeter ha proposto una definizione squisitamente formale, sulla base della quale si è coniata l’espressione democrazia procedurale. Dice infatti che “il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare”. Per Giovanni Sartori, di contro, la democrazia è “un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano”. Robert Dahl, un noto politologo statunitense, indica, perché si possa riconoscere a un regime il carattere democratico, la necessità della presenza di otto garanzie istituzionali: a) libertà di associazione ed organizzazione b) libertà di pensiero ed espressione c) diritto di voto d) diritto dei leader di competere per il sostegno elettorale e) fonti alternative di informazione f) possibilità di essere eletti a pubblici uffici g) elezioni ricorrenti e libere h) esistenza di istituzioni che rendono le politiche governative dipendenti dal voto e da altre espressioni di preferenza.
Sembrerebbe tutto in regola, se non per un paio di non secondari elementi che concernono il contenuto, l’ideale democratico. Che cosa intende Giovanni Sartori per “etica”? L’etica democratica coincide con il rispetto dei diritti umani e con tutta una serie di valori liberali che derivano dalla triade giacobina “libertà, uguaglianza, fratellanza” o con che altro? E poi ancora: per quanto la definizione di Dahl sia empiricamente accettabile ed accettata, esistono nella realtà delle sincere fonti alternative di informazione oppure nella liberaldemocrazia di massa è ancora più facile tappare la bocca e tarpare le ali a chi muove critiche al sistema vigente? In fondo oggi è sufficiente tagliare gli spazi di espressione legati agli organi di comunicazione per costringere un possibile ”eretico” nell’anonimato; non serve più l’eliminazione fisica.
Sembra che gli slogans, i metodi di comunicazione e di propaganda, la manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione da parte delle potenze democratiche, USA in testa, siano molto, troppo simili a quelli che le grandi ideologie del ‘900 misero in pratica nella loro epoca. La differenza fondamentale sta nel fatto che alcune di queste ultime hanno dato vita a regimi totalitari. Gran parte degli odierni stati europei e gli Stati Uniti si legittimano viceversa agli occhi dell’opinione pubblica come democratici e liberali. Democrazie liberali che, per di più, non permettono che in altri stati il potere politico venga declinato in maniera diversa da come è concepito in occidente.
Nonostante ciò, un parallelismo fra le due situazioni esiste: se nelle dittature del secolo scorso i dissidenti rischiavano la vita, adesso un qualsiasi dissidente viene “democraticamente” costretto in un ghetto insonorizzato cosicché niente delle sue eresie possa giungere al grande pubblico ipnotizzato dalla televisione e dai suoi opinion makers.
Si arriva al paradosso che neanche le torture inflitte ai prigionieri iracheni suscitano qualche dubbio sulla reale essenza della prima democrazia del mondo, quella che detiene in qualche modo il bollino di qualità democratica. La fama “liberatrice” guadagnata, legittima gli Stati Uniti ad esportare la democrazia e a bombardare interi Stati, radere al suolo intere città per raggiungere i loro scopi. Aiutati non solo da avanzatissime e costosissime tecnologie militari, ma anche da un apparato mass-mediale estremamente capillare che riesce ad infilarsi in ogni casa e in ogni famiglia in ogni zona del pianeta, gli Stati Uniti nascondono sotto la maestosa cupola dell’ideologia liberal-democratica una politica estera da superpotenza assolutamente indifferente nei confronti di altri Stati che possono essere considerati ostacoli o noiosi sassolini nella scarpa verso il cammino del dominio del mondo. Non si capiscono altrimenti la guerra all’Iraq e la permanenza, dopo la vittoria e la caduta del regime “nemico”, in uno paese la cui popolazione ha dimostrato ampiamente di non avere nessuna intenzione di piegarsi al volere degli invasori. Chiaramente nessuna arma di distruzione di massa è stata ritrovata: e come poteva essere diversamente? L’Iraq all’inizio della guerra usciva da ben 12 anni di devastante embargo americano…
La scusa per l’attacco è stata la dittatura di Saddam Hussein e le intenzioni bellicose che questo poteva avere nei confronti del genericamente definito “occidente”. Esportare la democrazia e liberare l’Iraq era il compito che si prefiggevano gli States e le forze loro alleate. Ormai sono cose dette e ridette e mi sembra quasi di cadere nella banalità: non è certo per magnanimità che i “liberatori” sono intervenuti in Iraq e sicuramente non è con la tortura che si insegna il rispetto dei “diritti umani” ad una popolazione che non ne ha cognizione.
Ancora oggi si parla di Cuba come di un paese il cui governo reca offesa ai diritti umani, ma poi gli stessi regimi che fanno dei diritti universali dell’uomo il loro baluardo scadono nel disprezzo della Convenzione di Ginevra e nella perpetrazione di torture efferate ed atti osceni su prigionieri di guerra. Bush, certo, non si può certo occupare personalmente delle singole carceri dirette dal suo esercito, ma il nodo non sta nell’essere informati o meno dell’esistenza di prove e quindi venire a conoscenza nei minimi dettagli delle torture inflitte ai prigionieri. Il problema sta a monte: le raccapriccianti immagini di soldati statunitensi sorridenti davanti ai corpi straziati di prigionieri dimostrano la sostanziale intolleranza, per dirla con un dolce eufemismo, sparsa a livello di base nella più grande democrazia del mondo.
Precedo la critica che si potrebbe muovere a queste mie ragioni obiettandomi che, certo, il comportamento dell’esercito statunitense è deprecabile per gli atti che ha compiuto, ma il terrorismo è la più subdola delle strategie di guerra, inaccettabile e indegna di alcuna giustificazione, e tutti i mezzi sono buoni per combatterlo. Rispondo che l’obiezione è insufficiente, visto che gli USA hanno invaso un paese che si difende con le uniche armi di cui dispone. È incredibile come gli Stati Uniti abbiano potuto sciogliere, per un versante, una diatriba tra la comunità sciita e quella sunnita che durava da secoli. Dopo la caduta del regime di Saddam entrambe si sono trovate d’accordo nel voler gentilmente accompagnare i “liberatori” alla porta di casa. Probabilmente lo staff del presidente americano non si aspettava questa risposta, che ha ben poco a che fare con la gratitudine, e del resto i costi che l’America sta subendo per la permanenza in Iraq sono troppo alti per essere sopportati dalla sua opinione pubblica. Chissà che lo scandalo delle torture non rappresenti, per quella parte della popolazione statunitense nazionalista e un po’ fanatica, che era fin dall’inizio favorevole all’attacco in Iraq, una sorta di vendetta per i soldati americani uccisi negli attentati e nei combattimenti.
Un’altra possibile obiezione potrebbe essere: “Ma gli stati Uniti hanno liberato l’Iraq da un sanguinario dittatore, dovrebbero essere ringraziati perché stanno portando la democrazia e quindi il benessere là dove non ce n’era ombra”. Questa è un’ingenuità: lo spirito con cui gli Stati Uniti stanno conducendo la guerra o guerriglia in Iraq non è certo filantropico. Non mi sembra che neanche l’ultima ipocrisia sulla remota eventualità dell’abbandono delle forze di occupazione dei territori iracheni sia impregnata di magnanimità. Chiariamoci invece qualche dubbio per capire cosa c’è dietro la presunta missione di esportazione della democrazia voluta da Washington. Prima domanda: le elezioni che si terranno in Iraq nel 2005 saranno libere o controllate dall’esercito statunitense che, guardingo, farà in modo di difendere gli interessi americani con uomini fedeli agli Stati Uniti? Seconda domanda: se eventualmente un nuovo governo iracheno eletto liberamente decidesse di non aver più bisogno degli eserciti invasori per il controllo dell’ordine pubblico, che cosa succederà? Veramente gli Stati Uniti potrebbero rimettere i carri armati nei loro hangar e tornare a casa con la coda tra le gambe dopo gli altissimi costi che hanno dovuto subire in termini economici e di vite umane?
Terza domanda: quale sarà la prossima nazione che sarà attaccata con la scusa di importarvi la vera democrazia?
Quarta domanda: quando si parla di benessere si ha idea di chi benefici di questo benessere e di chi ne trarrà i vantaggi maggiori? Le poche migliaia di miliziani iracheni che agiscono nell’ombra sfruttando i vantaggi della guerra non convenzionale si accaparrano senza difficoltà le simpatie di milioni di civili iracheni. È patetico cercare di farci credere attraverso televisioni e giornali che i resistenti iracheni, spacciati per terroristi, siccome sono una minoranza sul totale della popolazione, non sono visti di buon occhio dai connazionali. Quelli che vengono definiti terroristi da molti dei media occidentali sembrano invece essere coperti ed aiutati dalla popolazione locale. E come potrebbe essere altrimenti? Invasi da una superpotenza con la maschera di liberatrice scoprono di essere finiti dalla padella nella brace. Forse i bombardamenti, le distruzioni e la fame che per dodici anni di embargo americano hanno devastato l’Iraq sono sinonimo di benessere e di democrazia? Probabilmente, anche nel periodo in cui il governo statunitense forniva armi e finanziamenti a Saddam Hussein quest’ultimo non era molto diverso dal dittatore assassino messo alla berlina nel 2003: facendo i conti, lo sterminio dei Curdi risale proprio al periodo di alleanza di fatto con gli Stati Uniti. Ma né politicamente né economicamente conveniva esportare la democrazia in Iraq in quel periodo: gli Stati Uniti non avrebbero avuto riscontri utili. Ne hanno invece adesso, nel momento in cui con terrore e raccapriccio sento pronunciare dalla bocca del presidente degli Stati Uniti le parole “Progetto grande oriente”, che lasciano intravedere una campagna militare su larga scala, se le pressioni politiche non dovessero bastare, per “esportare” la democrazia in Medio Oriente.
Sicuramente, invece, il Sudan o la Somalia, che pure sono stati infestati da guerre civili durate decenni e nei quali non esiste la più la vaga ombra di democrazia, non valgono oggi la perdita di un ulteriore soldato americano in termini di riscontri economici e geopolitici.
In questo desolante panorama internazionale, l’Europa rimane senza un ruolo preciso. Forse è molto più comodo non avere un ruolo, evitare di prendere posizioni non conformi alla politica estera statunitense. Da una parte stanno la Francia e la Germania che, con l’appoggio esterno della Russia, non hanno partecipato alle operazioni di guerra né a quelle di pace, rischiando l’inimicizia della superpotenza americana (salvo poi riappacificarsi durante la visita di Bush in Europa la prima settimana di giugno). Dall’altra parte si sono collocate Inghilterra, Italia e Spagna, quest’ultima fino alla strage dell’11 marzo ed al conseguente successo di Zapatero alle elezioni politiche, che ha provocato il ritiro dell’esercito spagnolo dai territori occupati. Le tre hanno fatto a gara ad accaparrarsi il ruolo di punto di riferimento europeo per gli Stati Uniti, il tutto in una politica di egoismo nazionale che non ha certamente portato ad una crescita europea ma anzi ha fatto degli stati alleati con gli USA dei perfetti bersagli per il terrorismo internazionale. Non c’è da stupirsi, infatti, se le “missioni di pace in Iraq” vengono percepite dalla resistenza irachena e da chi la spalleggia solo come aiuti alle forze di occupazione.
Da europea, speranzosa (e forse illusa) in un’Europa che non sia soltanto un’entità economica, vedo con rammarico una divisione che ha già portato i suoi danni in Spagna. Credo ancora che l’unica soluzione per far cessare i continui attacchi “non convenzionali” contro gli invasori dell’Iraq sia il ritiro delle truppe degli Stati Uniti e dei loro alleati. Credo inoltre che l’unico futuro che si potrebbe prospettare roseo per l’Europa sia un’unione soprattutto politica che subordini gli egoismi nazionali ad un interesse comune. I pragmatici possono obiettare che l’Europa deve obbligatoriamente essere alleata degli Stati Uniti, sia per motivi economici sia per una eventuale difesa contro un futuro attacco cinese. Io credo che la Realpolitik sia cosa ben diversa dal servilismo e che questa stanca e vecchia Europa potrebbe ancora avere voce nelle vicende mondiali se si discostasse dalle scelte degli Stati Uniti e, forte di un proprio esercito e di una omogeneità politica interna, si comportasse da terza forza tra gli Stati Uniti ed il paventato pericolo della potenza cinese.