Infiniti Balcani

I Balcani per Gentilini sono la porta che ha sempre separato l’Oriente dall’Occidente, una sorta di non luogo che nel corso dei secoli ha permesso ad una miriade di etnie e culture differenti di mescolarsi, contaminarsi e combattersi tra di loro (d’altronde ogni guerra, come insegna Todorov, è anche uno scambio culturale), uno spazio sospeso tra Bisanzio e Venezia, tra l’Impero Turco e quello Austro-Ungarico, tra la NATO e l’irredentismo delle varie minoranze, e forse proprio per questo mai sfiorato dalla logica dei blocchi che ha attraversato il XX° secolo.

Titolo: Infiniti Balcani. Viaggio sentimentale da Pristina a Bruxelles
Autore: Fernando Gentilini
Edizioni: Pendragon, Bologna 2007
Pagine: 219

Nei giorni precedenti all’indipendenza del Kossovo, reale o presunta che essa sia, è uscito un libro che aiuta parecchio ad orientarsi negli intrigati meandri della complessità culturale dei Balcani, ed in particolare proprio della neo-nazione kossovara.
Fernando Gentilini è un diplomatico che ha lavorato a lungo nei Balcani nell’équipe di Solana, e che quindi può vantare un’approfondita conoscenza della magmatica storia politica passata e recente di quell’area. Una conoscenza che riesce puntualmente a trasmettere attraverso un linguaggio diretto e scorrevole, quasi di tipo anglo-sassone, punteggiato da frequenti riferimenti storici, letterari e cinematografici che permettono al lettore d’inquadrare con precisione il contesto nel quale si dipanano gli eventi del racconto.
Ma il libro in questione, come preannunciato nel titolo, è molto lontano dall’essere un trattato di geopolitica, e si sviluppa piuttosto come un lungo sguardo sulle diverse realtà nazionali balcaniche intriso d’affetto e ammirazione per popoli e culture a noi geograficamente così vicine, ma allo stesso tempo così distanti culturalmente. E per “noi” non s’intende l’Italia e gli Italiani, ma piuttosto la Fortezza Europa, un edificio non da smantellare ma da ridefinire drasticamente nella sua stessa concezione.
I Balcani per Gentilini sono la porta che ha sempre separato l’Oriente dall’Occidente, una sorta di non luogo che nel corso dei secoli ha permesso ad una miriade di etnie e culture differenti di mescolarsi, contaminarsi e combattersi tra di loro (d’altronde ogni guerra, come insegna Todorov, è anche uno scambio culturale), uno spazio sospeso tra Bisanzio e Venezia, tra l’Impero Turco e quello Austro-Ungarico, tra la NATO e l’irredentismo delle varie minoranze, e forse proprio per questo mai sfiorato dalla logica dei blocchi che ha attraversato il XX° secolo.
Sorprendentemente Per essere un diplomatico, l’autore riesce sorprendentemente (ma non per me, che lo conosco personalmente) a mescolare in maniera estremamente evocativa (sentimentale, come indica il titolo) piani alti e bassi per descrivere le complessità di quelle nazioni, e lo fa citando autori classici e moderni della letteratura albanese, come Ismail Kadare, e raccontando al contempo storie di taverne e turbofolk, una rumorosa evoluzione moderna della musica popolare balcanica. Nelle pagine compaiono ovviamente riferimenti a situazioni alquanto toccanti dal punto di vista umano, come la scoperta di fosse comuni e la vita nelle enclaves etniche, dove si vive sotto assedio, ma anche questi resoconti sono sempre raccontati con riserbo e decoro, lontano dalla logica strillona e sensazionalistica di gran parte dell’informazione contemporanea.
Secondo me, però, le parti più accattivanti del libro rimangono quelle in cui viene descritta la realtà concreta della vita quotidiana di quelle genti, come il Kanun, il severo codice d’onore albanese che regola la vita pubblica a privata degli albanesi delle montagne; oppure la schizofrenia etnica di Skopje, improbabile capitale divisa da un fiume che separa nettamente la comunità gitana da quella macedone, e ancora gli incontri con autorità della scena locale in bilico tra politica e criminalità, le visite ai monasteri ortodossi protetti dai caschi blu, il traffico di Pristina, le famiglie che lavorano i campi senza mai separarsi dal kalashnikov, i ristoranti aperti sotto i bombardamenti.
Ed infine il paesaggio e i paesaggi, interpretati sull’impronta del modello di Mediterraneo delineato da Braudel, autore frequentemente citato anche lui. Scenari che pagina dopo pagina vengono descritti con una efficacissima minuzia visiva, sia che descriva la Piana dei Merli (culla culturale della nazione serba ma oggi in territorio kossovaro), sia che racconti il villaggio macedone scelto da Kusturica per girare “Il Tempo dei Gitani”, o la costa albanese intorno a Tirana, oppure le vaste spiagge del Belgio fiammingo.
Perché al termine di questo viaggio, l’attenzione del narratore si sposta sulla realtà europea, particolarmente quella belga, descritta con altrettanta partecipazione, ma al contempo tacciata di essere incredibilmente meno vitale e dinamica delle realtà emergenti ad oriente, dentro e fuori dall’Europa. Una condizione di vulnerabilità politica e culturale di cui l’Europa potrà liberarsi, suggerisce l’autore, solo aprendosi verso l’esterno, piuttosto che rinchiudersi su sé stessa come spesso ha fatto in passato, e spesso tende ancora a fare.

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