Autore: Barry Miles
Titolo: Frank Zappa
Edizioni: Kowalski Editore, Milano 2006
Pagine: 592
Frank Zappa era davvero un uomo absolutely free, come Barry Miles del New York Times lascia intendere dal titolo della sua biografia? A leggere le righe di questo libro, viene fuori un Ni. Che era un genio l’ho dapprima sospettato, quando il suo nome evocava in me soltanto l’immagine di un uomo baffuto che suonava la chitarra, e come lo facesse per me era tutto da scoprire. E poi l’ho scoperto. E dire che mi stava anche un po’antipatico, perché mi dissero che aveva parlato male dei Beatles. Ma poi venni a sapere che non era vero, e che in realtà ce l’avesse solo un po’con McCartney per una questione di copertine. E poi scoprii che anche i Beatles erano stati un fenomeno borghese, allora li retrocessi dal grado di semi-dei a quello di normali esseri umani. Ma questo non è importante. Tutto questo per dire che i tempi per il mio incontro con Frank Zappa erano maturi. Che fosse un uomo libero, sapevo anche quello. Uno dei freaks senza essere mai troppo freak, e del resto chi è davvero libero è inclassificabile. A modo suo un ribelle e non un rivoluzionario, specie se il rivoluzionario era disegnato attraverso i tratti della tipica figura americana intorno alle vicende del Vietnam: Zappa, infatti, aveva capito con trent’anni di anticipo che più che gli strilli di piazza forse bisognava arrivare ai media, e sosteneva che chi veniva schiacciato era il primo responsabile. Egli odiava la censura di qualsiasi tipo, così come i formalismi esteriori del mondo contemporaneo; cantava, o parlava il suo sdegno, che più che sdegno è disincanto del ribelle, attraverso un humour che sembrava essere frutto del suo modo di essere reale, più che di una scelta consapevole. Del resto, Frank Zappa rideva anche quando faceva sesso. E la domanda “Does Humor Belong in Music?” a questo punto suona più che retorica. Eppure c’è anche il Frank Zappa maniaco del controllo, del mondo che lo circonda, dei suoi musicisti, delle loro vite, del suo fisico, il suo essere critico e immune da eccessi di qualunque tipo. Niente droghe, già. A modo suo, puritano ed inflessibile, nell’impedire ai compagni di band qualsiasi comportamento a lui personalmente sgradito, come un drink fuori posto. E poi la disciplina estrema nel comporre, quella che Lou Reed ha dichiarato di ammirargli all’interno del rock, la precisione dei dettagli e la cura della forma, di una musica comunque inclassificabile, dalle sembianze rock ma dalle armonie variabilissime, ora avanguardistiche ora contemporanee, la complessità dei ritmi e l’esigenza della padronanza totale del contesto sonoro: Frank Zappa “suonava” i suoi musicisti, e fu entusiasta della possibilità di “sbarazzarsi” di loro con l’arrivo del Synclavier. E poi c’è la sua concezione patriarcale della famiglia di derivazione siciliana, ed il suo spiccato senso dell’autorità.
Questo libro, grandiosamente scritto e di una fluidità inusuale per una biografia, in realtà ci mostra che un genio indiscusso, folle e irripetibile soprattutto considerato il suo tempo, è tale quando è contraddittorio, e che l’univocità deve sempre far sospettare sulla genuinità dell’artista. Frank Zappa era libero da tutto, fuorché da se stesso, nel suo essere restio al mostrare esplicitamente i suoi sentimenti, persino alla sua famiglia e finanche in punto di morte. Per il resto, vorrei spiegarvi meglio in poche righe cosa è stato Zappa, ma ancora non l’ho capito bene nemmeno io, e non vorrei togliere altro tempo all’ascolto di “Overnite Sensation”, che ho riesumato in questi giorni. Vorrei imparare i cambi armonici di “Fifty-fifty”, sono piuttosto interessanti per un musicista rock con i baffi.
