La mela caramellata

Andammo nel retro del locale ricoperto con mollica di pane. Vestimmo abiti di corteccia dipinta di nero, accendemmo i ceri e, portandoci un bicchiere di quello che ci andava di bere, uscimmo all’aria aperta.
Silenziosi seguimmo la processione che s’ingrossava ogni momento di più. C’erano tante altre file che si univano alla nostra e per ognuna c’era una persona che suonava una campana a morto.
La processione si fermò. Noi tutti ci disponemmo in cerchio intorno alla bara e dovevamo stare attenti a non cascarci dentro. In quel caso, chi ci avrebbe tirato fuori?

Noi tutti bevevamo sulla soglia del locale di Malachia che si affacciava su una scalinata rivestita di pasta frolla e divideva il mondo in due parti. Una era per quelli che se ne fregano e camminano col naso in su. L’altra era per chi s’interessa a tutto e cammina col naso verso terra.
Noi eravamo in mezzo e scorrevano fiumi d’alcool. Io bevevo birra perché il mio fegato se n’era andato a farsi un giro. Edith beveva gin tonic perché il suo cervello voleva farsi un giro. Con noi c’era Addy che mi guardava, mi dava a parlare e credo proprio che volesse farmi il filo.
Ruffo con un cappellaccio di paglia in testa e i piedi scalzi suonava il flauto di traverso nell’angolo della strada e richiamandomi con un gesto mi sussurrò: “Ti presento Kirsten, la mia donna”.
Fu allora che mi accorsi che gli occhi di Edith si erano fatti meno chiari e la vidi mandare giù il gin tonic d’un fiato. Lei mi sorrise ed entrò nel locale per uscirne subito dopo con un altro. Cleto mi disse: “Ma così si fa male”.
“No”, gli risposi io: “Questo è quello che vuole lei”.
Dentro il locale, la musica era suonata ad alto volume e doveva piacere a un sacco di persone perché ballavano, saltavano e battevano il ritmo sui tavolini di strudel farcito con mele cotogne e uva passa.
All’angolo della strada dov’era Geppo che fotografava Viola dai capelli biondi e corti, c’era anche Fermo, vestito con abiti di pelle di capra, che stava vomitando. Le persone che camminavano col naso in giù lo scrutavano dall’alto verso il basso e preoccupate gli domandavano: “Ma cosa c’è?”.
Lui rispondeva: “Vomito quello di cui non avevo bisogno. È molto buono. Ne volete anche voi?”. Per qualche istante lo guardavano perplessi e poi se ne andavano da quella parte del mondo dove tutti camminano col naso verso giù.
Le campane suonarono a morto e subito Malachia abbassò il volume della musica perché, come lui stesso ci spiegò: “Non è giusto per il morto”. Noi fummo d’accordo e decidemmo di abbassare anche il tono della voce e fare meno tin tin con i bicchieri.
Andammo nel retro del locale ricoperto con mollica di pane. Vestimmo abiti di corteccia dipinta di nero, accendemmo i ceri e, portandoci un bicchiere di quello che ci andava di bere, uscimmo all’aria aperta.
Silenziosi seguimmo la processione che s’ingrossava ogni momento di più. C’erano tante altre file che si univano alla nostra e per ognuna c’era una persona che suonava una campana a morto.
La processione si fermò. Noi tutti ci disponemmo in cerchio intorno alla bara e dovevamo stare attenti a non cascarci dentro. In quel caso, chi ci avrebbe tirato fuori?
Dei signori incappucciati accesero le fiaccole e fu allora che s’illuminò una piazza grande, delimitata da palazzi antichi e nobiliari costruiti con croccante di mandorle tostate e zucchero cotto. Al suo centro c’era una statua equestre di budino alla vaniglia. Rimanemmo immobili, immersi in quella luce.
La bara era scoperchiata e dentro c’era un signore che dormiva. Era elegante, vestito con abiti di cioccolato bianco e la faccia di frutta martorana. Sembrava dormire e non morire ogni attimo di più.
Il signore incappucciato si fece il segno della croce e strappò un lembo del morto. Lo mangiò con gusto. Ne strappò altri e ce ne offrì. Noi li mangiammo. Fu gentile e ci versò anche del buon vino.
Qualcuno – anche lui con la faccia di martorana – lodò il morto e la sua vita esemplare. Noi tutti applaudimmo nella speranza di poter essere al suo posto in un futuro molto lontano. Poi, le fiaccole furono spente e capimmo che il funerale era finito.
Ci dividemmo così come c’eravamo aggregati. Ci dividemmo per tornare ai nostri misteri. Malachia fece un gesto con la mano e noi, che all’andata avevamo fatto strada con lui, lo seguimmo cantando in coro.
Appena dentro il locale pieno di luci e bottiglie colorate, risuonò la musica di un violino e in quel preciso istante si alzò un vento che trasportava ghirlande, margherite e petali di rose gialle.
Il locale di Malachia divenne una sala da ballo con i mattoni di wafer dipinti nero e bianco. Pieni d’entusiasmo noi tutti andammo nel retro per cambiarci d’abito. Vestimmo foglie colorate e danzammo come nessuno avrebbe saputo fare sulle corolle dei fiori e i petali delle rose.
Un po’ alla volta le sigarette finirono così io andai a comprarne delle altre. Attraversai quella parte del mondo in cui le persone camminano con il naso rivolto verso l’alto e nessuno si accorse che ero tra loro. Nessuno vide che bevevo birra in bottiglia. Nessuno capì che andavo mendicando un bacio senza speranza.
Ritornai al locale. Edith mi prese per mano portandomi nel retrobottega, non quello in cui c’eravamo cambiati d’abito per andare al funerale e poi ballare. Era un altro, grande e accogliente quanto il primo. La luce soffusa e rossa sagomava gli incensi profumati al sandalo e al gelsomino. Lo stereo suonava un vecchio motivo di sottofondo.
Al centro della stanza di panettone con frutta candita c’era un letto a due piazze di pandoro arricchito con gocce di rum con sopra una coperta di zucchero soffiato, leggera e molto colorata.
Edith si tolse le scarpe di bambù e le mise di lato. Si tolse anche il vestito di foglie verdi intrecciate e ricamate. Io feci lo stesso. Poi tenendoci per mano ci abbandonammo sul letto fresco e soffice.
Sognammo di una serata passata in un locale, che era una mela caramellata ricoperta di crema gialla. Sognammo di Malachia, che ci offriva cocktail e vino rosso. Sognammo che Ruffo suonava il flauto di traverso mentre Fermo vomitava all’angolo della strada. Sognammo di un funerale e di una festa. Sognammo di una strada che divideva il mondo in due. Da una parte c’erano quelli col naso in su, dall’altra quelli col naso verso giù. Infine, dormimmo sodo e per quella notte non ci svegliammo più.

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