Liberi di sbagliare

Non serve essere attori di teatro, o aspiranti tali, per trarre giovamento da un laboratorio teatrale. Apro il mio quadernetto da giovane intellettuale di ‘stocazzo e leggo: Guarda che cosa fanno gli altri, e reagisci di conseguenza. Fa’ in modo che le tue azioni siano sempre precise, necessarie, chiare: sarà più facile per gli altri reagire. Non avere paura di non fare nulla.

[Da un laboratorio del Teatro de los Andes]

“Pensare la scena. Laboratorio a cura di Teatro de los Andes. Condotto da Alice Giumares e Gonzalo Callejas. Il laboratorio esplora il teatro come luogo d’incontro e motivazioni, di consapevolezza profonda di sé e degli altri, frutto di un lavoro corale in cui tutti hanno un ruolo e un’identità”. Quattro giorni: venerdì, sabato, Pasqua, lunedì. Cinque ore al giorno. Gratis. A Venezia. Uau. Andiamoci.
Il mio triduo pasquale l’ho passato chiuso in un teatro di Mestre a guardare diciotto ragazze e due ragazzi e due attori che da quindici anni lavorano con César Brie, il quale è probabilmente un genio del teatro mondiale. In questi giorni in Italia c’è l’Odissea del Teatro de los Andes, due ore e mezza di rilettura della storia di Omero in cui “Ulisse è il migrante, il curioso, il guerriero, il naufrago”. Mercoledì prossimo vedrò lo spettacolo, e magari ne scrivo pure. Ma oggi parliamo del laboratorio. Come dicevo, ho guardato: c’erano venti posti per gli attori e cinque per gli osservatori. Di solito gli osservatori sono attori che non hanno fatto in tempo a consegnare la domanda, e allora stanno sotto al palco e si mangiano le mani. Io: no. Io ho chiesto di guardare, esplicitamente. Mi hanno preso subito: forse non c’è tanta gente che guarda, al giorno d’oggi. Ma tutte queste spiegazioni ci fanno naufragare lontani dal punto.
Non serve essere attori di teatro, o aspiranti tali, per trarre giovamento da un laboratorio teatrale. Apro il mio quadernetto da giovane intellettuale di ‘stocazzo e leggo: Guarda che cosa fanno gli altri, e reagisci di conseguenza. Fa’ in modo che le tue azioni siano sempre precise, necessarie, chiare: sarà più facile per gli altri reagire. Non avere paura di non fare nulla. Quando senti la musica, non devi per forza ballare: quei suoni possono servire a creare un’atmosfera, e si può reagire a un’atmosfera anche stando fermi. Il tuo sguardo sia la tua guida: non muoverti a caso, ma fissa un punto e poi raggiungilo. Oppure, fissa un punto e devia improvvisamente da un’altra parte: la tua deviazione avrà senso solo se si opporrà al tuo sguardo.
Usiamo quattro tipi di energie, dice Gonzalo. Le energie sarebbero i modi di camminare, le intenzioni con cui muoversi: l’energia lenta, l’energia veloce, l’energia pesante e l’energia yankee. Com’è l’energia yankee? Como John Wayne, dice Gonzalo: fa tre passi con i pollici nel fodero del cinturone, e tutti capiscono. Ci vuole un tema per il laboratorio. Ci mettiamo in cerchio e parte il brainstorming. Il primo amore? L’identità? L’abbandono? Il terremoto? Attimo di gelo. “Il terremoto è troppo vicino”, taglia corto Gonzalo. “Il Teatro de los Andes ha fatto uno spettacolo sul terremoto che ha colpito la Bolivia nel ’98 – dice Alice – Si chiama Dentro un sole giallo. Quattro anni fa l’abbiamo fatto in Italia. Sì, anche all’Aquila”. Il sogno? La patria? Il potere? L’inganno? L’inganno. Vince l’inganno.
Il terzo giorno, Alice prende una sedia e la mette in mezzo alla scena. “Adesso ognuno andrà a sedersi e risponderà a voce alta a questa domanda: Quando ho ingannato?”. Venti sconosciuti si ascoltano a turno, e ognuno si spalanca agli altri con la sincerità che concediamo solo a qualcuno che non rivedremo mai più: io la settimana scorsa ho tradito il mio ragazzo; io spesso faccio finta di avere letto libri che non ho mai aperto, e la gente ci crede; io inganno mia madre, spesso; io mi inganno da solo, perché continuo a ripetermi che non posso cambiare, e invece so benissimo che la mia è solo pigrizia, o forse paura, o forse tutte e due; io fumo, e i miei genitori non lo sanno.
Poi, si improvvisa. Con le regole del mio quadernetto da giovane intellettuale, e la musica, e gli inconfessabili inganni confessati. “Potete fare tutto – dicono le nostre guide sudamericane – qua non ci sono applausi, né fischi. Un’idea può sembrarti geniale, finché non la provi: poi la provi, e ti accorgi che è una cagata. Viceversa: un’idea stupida può diventare geniale appena la metti in pratica. Provate”. L’ebbrezza della libertà di sbagliare in pace: la vita, di solito, non ci concede tanto. Un laboratorio teatrale, sì. Mia nonna non ha capito cosa sono andato a fare a Pasqua a Venezia, invece di stare a casa a mangiare la faraona. “Nonna, sono andato in un posto dove la gente può sbagliare e nessuno la giudica”. “Bello”. Bello, sì.

[simonerossi.wordpress.com | silkeyfoot@gmail.com]

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