Nel nero

Ma il primo a morire è proprio questo pensiero. Ogni volta. Inutile e autoconclusivo. Si brucia da sé, perché non ha le ali per andare lontano. Non ce ne danno di ali. Sono qui, con uno stupido telescopio di plastica e la tosse del mio cancro, nel silenzio.

Le tenebre e un telescopio. Guardare senza essere guardato. Luci della città, nella notte, che passo in rassegna da lontano.
Sono led perfetti fra le tenebre incontenibili. Errori di calcolo, lacerazioni, entropia, incidenti di percorso del buio. E al sicuro nel buio, le indico con un dito, una ad una. Posso prendermi il tempo che voglio. Le posso contare. Miliardi di luci. Per ciascuna un momento, una vita, sangue che si secca lentamente nelle vene. Finestre, lampioni, insegne, poi automobili, sigarette, autogrill, sirene. Storie. E io lontano chilometri, perso nel nero di un bosco in collina. Ecco quello che fa paura. E che fa piangere noi bambini.
Miliardi di luci. Mi scelgo la finestra accesa di un casermone in periferia. La seconda da sinistra, sesto piano. La sagoma di una donna, in controluce, appoggiata al davanzale. Mi ci gioco tutto. Vorrei essere lì e irrompere nella tua vita. Suonare il tuo campanello e arrendermi a te, consegnarmi, chiunque tu sia. Chiederti di salvarmi, di portarmi via con te. Di lasciare la tua casa, la tua famiglia, se ne hai una. E scappare insieme dalla notte. Sei una sconosciuta, forse puoi farlo sul serio. Magari hai una macchina abbastanza veloce. E poi forse in due si riesce a sconfiggere la notte. In due forse non si muore. Ci abbracceremo. Mangeremo cornetti caldi, ci racconteremo storie di fantasmi e leggende metropolitane. E mentre rapirai i miei lombi fra le tue cosce, cercherò cerniere di carne sotto le tue scapole. Ci raschieremo di baci le ossa, con le unghie svelleremo ghiandole. Frugherai il buio nel mio stomaco, righerai il mio cervello col tuo rossetto, dalle mie palpebre drenerai catrame. Spegneremo luci, orologi e dolore, fughe e il rumore del mondo. Potrò aggrapparmi alla tua vita, smettere di essere, di esserci. Affogherò le lacrime chiuso a chiave nel tuo abbraccio di strega. E me lo devi promettere che non moriremo. Tutto è troppo imperfetto per finire.
Ma il primo a morire è proprio questo pensiero. Ogni volta. Inutile e autoconclusivo. Si brucia da sé, perché non ha le ali per andare lontano. Non ce ne danno di ali. Sono qui, con uno stupido telescopio di plastica e la tosse del mio cancro, nel silenzio. Quel silenzio che non ti spaventava da bambino, ora ti entra dentro come un coltello affilato. E anche se a volte la senti lontana, sai che lei tornerà sempre, perché già ce l'hai addosso. Ti sentirai solo, chiuderai gli occhi per cercarla. E la notte tornerà.
Stringimi forte, strega.

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