Sebbene spinoziano, non sono mai riuscito a capire perché scegliere l’ateismo dovrebbe rendere più felici che rimanere religiosi. Le argomentazioni degli ateisti, di fronte al caos e al molteplice, alla bellezza dell’esistenza e alle possibilità del “relativismo”, tant’inviso dai cattolici come da alcuni atei[1], mi appaiono spesso riduttive, quasi la coda di quelle ideologie novecentesche che da destra e sinistra hanno preteso di migliorare il mondo imponendo un unico credo. È stato così anche per il cristianesimo quando ha scelto la mondanità per introdursi nelle coscienze a scapito della libertà di accogliere Cristo individualmente. Gli atei odierni non ricorrono alla violenza per inculcare la loro ricetta di felicità, e non m’infastidirebbero affatto se si limitassero a rivendicare il loro diritto d’essere atei. In una società laica e relativista, ognuno sia libero d’inventarsi una scusa per sopportare l’incomprensibile. È invece l’ennesima variante dell’ateismo come ricetta definitiva al male di vivere, in previsione dell’uomo nuovo e liberato, a lasciarmi perplesso.
Sulla questione del crocifisso, che la Corte Europea di Strasburgo invita autorevolmente a togliere dai luoghi pubblici, stento a comprendere entrambi i fronti in combutta. Parlo d’entrambi i fronti, anche se in realtà si sono pronunciati in parecchi (compresi atei devoti, politici opportunisti e filosofi confusi ma ostentanti certezze), poiché a spiccare nello sterile dibattito sono stati proprio gli atei e gli esponenti della Curia. Sentendoli ho avuto l’impressione che il maggior escluso dalle loro argomentazioni fosse proprio Dio, colui che ufficialmente vogliono esaltare o negare. Il che non stupisce, se pensiamo che Dio è stato dichiarato morto da Nietzsche più di un secolo fa. Sentire i vescovi costretti a difendere l’Onnipotente con gli argomenti dei loro avversari, i diritti umani e l’offesa alla sensibilità personale, fa impressione. Come il richiamarsi alla cultura nazionale o europea, quasi che il cattolicesimo non sia ritenuto universale di per sé, anche perché imposto mondialmente nei secoli, e con metodi non sempre democratici. Specularmente si sono visti gli atei universalizzare la loro avversione personale verso il “cadavere appeso” richiamandosi (forse più coerentemente) alla laicità dello stato e ad un pluralismo religioso di cui tuttavia non sembrano capire un granché. Mi è tornata in mente una bella discussione tra Pier Vittorio Tondelli e Carlo Coccioli, nella quale l’autore di Davide ad un certo punto sbottava dicendo: “La vera distinzione, la discriminante, è quella che separa gli uomini religiosi da quelli che non lo sono. Fra noi, possiamo pure scomunicarci, sbranarci, dichiarare guerre sante, ma siamo sempre all’interno della religiosità e ci possiamo capire”[2]. L’attuale dibattito, invece, non esce dai canoni mondani, da una parte come dall’altra. Dio diventa un feticcio tra i feticci della cultura predominante: se togliamo il crocifisso chi si offenderà di più, i cattolici o i nazionalisti, gli europeisti o coloro che vi vedono il simbolo dell’umana sofferenza? Dando naturalmente per scontato che Gesù in croce è da considerarsi il simbolo del cristianesimo tutto, e che semmai ad offendersi (oltre agli atei e i laicisti) debbano essere i mussulmani, gli ebrei, i buddisti e tutti coloro che non considerano il salvatore fondamentale per la salvezza individuale. Continue reading →