alain de benoist | la filosofia (politica) dei greci

Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. È così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: «Ai greci non si torna». E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’«estraneità» che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009). Continue reading

gigi roggero | metapolitica

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Autore: Alain Badiou
Titolo: Metapolitica
Edizione: Cronopio, Napoli 2001
Pagine: 169

Non è facile per un filosofo della politica motivare il proprio essere contro la filosofia politica: è questo ciò che si propone di fare Alain Badiou. Assumendo il pensiero politico come dato oggettivo, tale disciplina si propone di consegnarlo al registro della filosofia. Ad essere così eliminato è, secondo l’autore, il reale soggettivo dei processi organizzati e militanti, mentre la politica viene ridotta «all’esercizio del “libero giudizio” in uno spazio pubblico in cui non contano, in definitiva, che le opinioni» (pp. 27-28). Uno degli obiettivi critici di questa impostazione è Hannah Arendt. Propugnando una dottrina del consenso, che rifiuta il tema della verità e dell’identificazione militante della politica, il soggetto della Arendt finisce infatti per essere uno spettatore del mondo. Privandosi delle armi della parzialità militante, secondo Badiou, si intraprende un percorso che porta irrimediabilmente alla subordinazione alla politica esistente e, più nello specifico, alla ratifica ideologica del regime parlamentare o del «capital-parlamentarismo [ossia] la figura statale che regola il suo rapporto soggettivo con lo Stato attraverso tre norme: l’economia, il nazionale, il democratico» (p. 99). Badiou ipotizza l’invenzione di un aristocratismo proletario, capace di svincolarsi definitivamente dalle strette maglie della Storia, di sottrarsi allo Stato e di portare a fondo la critica alla democrazia. Non è questo ciò che fa Rancière, la cui antifilosofia resta democratica ed evita di fare i conti con la parola Stato, preferendogli più comodi sostituti quali società o polizia. Continue reading

giuseppe giaccio | niente da fare – vietato uscire

Quando, nel 1934, pubblicò Journal d’un homme trompé, Pierre Drieu La Rochelle aveva da poco superato la fatidica soglia degli “anta”. Aveva, infatti, quarantuno anni, un’età in cui si può anche provare a fare un primo, provvisorio bilancio della propria vita – una vita che aveva, del resto, imboccato la dirittura finale: gli restavano solo undici anni prima di “aderire, finalmente, alle cose”. Continue reading

giuseppe giaccio | per una sinistra reazionaria

Autore: Bruno Arpaia
Titolo: Per una sinistra reazionaria
Edizioni: Guanda, Parma 2007
Pagine: 182

La celebre definizione marx-engelsiana della moderna democrazia parlamentare come di un comitato che amministra gli affari della borghesia è andata, col tempo, sempre più perdendo il suo originario carattere polemico per assumere, a poco a poco, i contorni di una sintetica, folgorante descrizione scientifica. Questa natura della democrazia borghese poteva essere meno facilmente percepibile fintantoché la destra, il centro e la sinistra scendevano nell’arena politica presentandosi come portatrici di diverse e contrapposte visioni del mondo, ma da quando, con la fine dell’Urss, l’ideologia liberale è rimasta padrona del campo, questi contenitori si sono in fretta svuotati di ogni istanza e pretesa politico-culturale forte, per connotarsi come agenzie interne al campo del vincitore le cui differenze non si situano nell’ambito strategico, che è lo stesso per tutte le formazioni politiche (l’incremento del pil e quindi dello sviluppo, l’estensione della logica del mercato ad ogni sfera della vita, l’alleggerimento/smantellamento del welfare, la flessibilità, l’esportazione della democrazia), ma in quello tattico, relativo cioè alle diverse dosi di individuo, stato e mercato somministrate ai cittadini, che risulta sempre più arduo distinguere dai clienti e dai consumatori, per raggiungere i medesimi obiettivi. Continue reading

alain de benoist | l’avvento dell’uomo digitale

Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi all’automobile, all’aereo, alla pillola contraccettiva, alla televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini politici, i moralisti, i membri dei comitati di “riflessione etica” saranno, nei suoi confronti, sempre un po’ in ritardo. Al di là del bene così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il possibile in necessario, e persino in ineluttabile. Continue reading

marco tarchi | la postmodernità liquida e le categorie del politico

Michele de Feudis | La postmodernità liquida ha progressivamente allentato in Italia le categorie ideologiche. Dissolti i partiti di tradizione novecentesca, in quali forme si manifesta la richiesta di partecipazione politica?
Marco Tarchi | Non esagererei nel considerare marginale l’influenza ideologica sulla politica italiana. In forme residuale, le vecchie appartenenze continuano a pesare su una parte consistente dell’elettorato, che ha allentato il rapporto con i partiti ma tiene ben stretto quello con le aree di riferimento. Benché i loro contenuti siano sempre più vaghi e tendano a volte a confondersi, al pubblico più vasto le categorie di destra esinistra continuano ad apparire indicatori di posizione utili.
Per taluni, sono feticci a cui aggrapparsi per continuare a seguire una tradizione familiare o locale in declino. Pensi alle tendenze elettorali apparentemente insradicabili di certe regioni rosse o bianche. Certo, oggi la richiesta di partecipazione politica trova altri canali di sfogo, a partire da internet e, più specificamente, dai social networks. Ma anche qui gli slogan e gli sfoghi di astio verso il “nemico” predominano largamente sul confronto delle idee. Continue reading

franco cardini | massmediale e spirale dell’odio

Ho buoni rapporti con la redazione fiorentina de “La Repubblica”: sono sempre molto gentili, m’intervistano spesso. È vero che nemo propheta in patria, ma in fondo l’aver scritto, parlato e insegnato per lunghi decenni nella mia città ha pur voluto dir qualcosa.
Ma lassù, nei quartieri alti della Direzione Megagalattica del Quotidiano dei Cittadini Laici, Democratici & Intelligenti, ci dev’essere qualcuno che non mi ama. È vero: anche da lì, talvolta, partono al mio indirizzo segnali benevoli; qualche amico ce l’ho. Ma in genere non si sprecano. Di recente, la Laterza ha pubblicato un mio libro di quasi ottocento pagine, Il Turco a Vienna, dedicato all’assedio ottomano del 1683 alla capitale del Sacro Romano Impero e che mi è costato almeno cinque anni di duro lavoro e di ricerche in mezza Europa, quasi tutte pagate di tasca mia. Sembra che le vendite  vadano bene, e molti giornali ne hanno parlato come di un evento culturale importante. Non sta a me decidere. Ora, l’Editore mi avverte che giorni fa “La Repubblica” – che spesso regala paginoni a illustri carneadi – mi ha dedicato una scarna, svogliata nota. Bontà sua. Continue reading

Diorama Letterario 304

All’interno il sommario del numero 304 di Diorama Letterario
Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Pierre Bérard e Pascal Eysseric, Dominique Venner, Hervé Juvin, Jean-François Mattéi, Georges Corm, Costanzo Preve, Franco Cardini, Giuseppe Ladetto, Eduardo Zarelli.
[informazioni e abbonamenti: mtdiorama@gmail.com]

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marco tarchi | l’era della rassegnazione

Chi ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione. Quanti avevano in uggia il duopolio che dalla conferenza di Yalta in poi aveva indirizzato le sorti del mondo esultarono. Dilagarono i sogni di nuovi scenari in cui i vincoli oppressivi del bipolarismo si sarebbero sciolti. Nelle ristrette ma vivaci cerchie che si attribuivano l’etichetta del non-conformismo e non avevano mai digerito molte delle conseguenze del disastroso secondo conflitto mondiale, a partire dal soggiogamento dell’Europa alle due superpotenze e dalla sua vertiginosa perdita di influenza sullo scacchiere planetario, si arrivò a supporre che si dovessero abbandonare le elucubrazioni sulla possibile costruzione di una Terza via di organizzazione della società diversa dal liberalismo e dal socialismo e si dovesse passare con urgenza alla riflessione su una Seconda via, dal momento che a rimanere in piedi era ormai quasi solo quel modello politico-culturale che si era dato – abusivamente ma efficacemente – il nome di Occidente e si fondava, per dirla con le parole di un analista che pure non ne è un critico prevenuto, su “una visione immobile del mondo, dominata da un pugno di principi guida: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’idea che l’economia rappresenti il regolatore supremo delle collettività umane”.[1] Sgombrato il campo dalle suggestioni di un “socialismo reale” ormai fallito, si pensava, la partita si sarebbe giocata tra quella vecchia formula che tante cattive prove aveva dato di sé e una visione alternativa ancora in gran parte da costruire, ma di cui esistevano i presupposti. Sgretolate le fondamento dell’esaurita dicotomia sinistra/destra, molte e sino ad allora disperse energie sarebbero confluite attorno a un progetto che all’individualismo opponeva la solidarietà organica, la tutela dell’interesse collettivo, il recupero del senso di comunità e la tutela del diritto alla specificità dei popoli; al cosmopolitismo omogeneizzante che faceva da sostrato all’internazionalismo opponeva l’elogio delle identità plurali e della diversità culturale; al dominio dell’economia sulla politica opponeva non solo il rovesciamento di quel rapporto ma anche il riconoscimento primario dei valori non-economici, spirituali e di “qualità della vita”, in ogni campo. Continue reading

Diorama Letterario 303

Articoli di Marco Tarchi, Alain de Benoist, Roberto Zavaglia, Archimede Callaioli, Eduardo Zarelli, Franco Cardini, Giuseppe Ladetto, Giuseppe Giaccio, Carlo Nizzani, Stefano Boninsegni, Michele Del Vecchio.
[informazioni e abbonamenti: mtdiorama@gmail.com] Continue reading