opìfice | les réponses

“La politica è allo stesso tempo l’arte del possibile e l’arte di rendere possibile ciò che è necessario. Il realismo impone di prendere la società per quella che è, non certo per assecondarla, perché ogni progetto ha bisogno di basarsi sulla realtà, non sui fantasmi o sulla nostalgia. La tecnologia funziona «da sé» nel senso che il suo intrinseco principio dice che tutto ciò che è tecnicamente possibile verrà effettivamente realizzato. Per rapportarsi ad essa, ritengo che ci siano tre semplici regole da rispettare. La prima consiste nell’effettuare delle scelte riguardo alle nuove tecnologie, chiedendosi quali siano quelle di cui abbiamo realmente bisogno. Il computer mi è molto utile, la televisione decisamente meno. Riguardo al telefono cellulare, personalmente non lo possiedo – e non vedo per cosa potrebbe servirmi. Essere «raggiungibile in ogni momento» per me non è un vantaggio, quanto piuttosto un incubo.”
Alain de Benoist. Risposte al Gruppo Opìfice
Casa  Lettrice Malicuvata

I N D I C E
Il dubbio della metapolitica
Per una società della decrescita
Destra-Sinistra, una dicotomia stanca
Coscienze in letargo
Cina, Iran e 11 settembre
Dio è americano
Non volere è potere
L’inquieta assenza di limite

*

martedì 14 maggio 2013
21H
ampurias
via savoia, 4
cagliari

con Simone Olla, Giovanni Curreli, Carlo Corsale, Aurelio Cocco
introduce Andrea Curreli

alain de benoist | la filosofia (politica) dei greci

Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. È così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: «Ai greci non si torna». E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’«estraneità» che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009). Continue reading

alain de benoist | risposte al gruppo opìfice

cover_debenoist_fronte2

copertina: stella little points venturo
formato: 13×19
pagine: 88 + 8 di apparato iconografico a colori
euro: 14
CC BY–NC–ND 3.0 [IT]
libro stampato in 100 esemplari numerati

malicuvata – collana viola limited edition
info e ordini: redazione@malicuvata.it

Su Ultima Books, Bookrepublic e nelle migliori librerie online è possibile acquistare il volume nei formati Epub e Mobi a soli 4,99 euro.

Viviamo in un sistema politico-mediatico globale, dove è completamente vano sperare di acquistare una qualche influenza a partire dall’alto. Agire sulle scelte della società, modificare le mentalità, decolonizzare un immaginario collettivo oggi dominato da soli valori commerciali non si può fare che a partire dalla base, per mezzo di esperienze locali di vario tipo. L’attuale rinascita delle comunità offre a tale riguardo delle interessanti prospettive, allo stesso titolo della moltiplicazione delle “reti”.

 

Alain de Benoist

Alain de Benoist nello studio della sua abitazione a Parigi.

Alain de Benoist | Scrittore, giornalista, saggista, conferenziere, filosofo, ha pubblicato più di 70 libri, oggi tradotti in una quindicina di lingue differenti.
Tra le sue ultime pubblicazioni in lingua italiana, ricordiamo Comunità e decrescita (Arianna editrice, 2005), Identità e comunità (Guida, 2005), Terrorismo e guerre giuste (Guida, 2007), Come si può essere pagani (Roma, 2011), Sull’orlo del baratro (Arianna editrice, 2012).

Gruppo Opìfice | Si è costituito a Cagliari nel 2002 con l’obiettivo di coniugare pensiero e azione nella pratica metapolitica. L’attività dei 6 opificisti (Simone Olla, Simone Belfiori, Giovanni Curreli, Carlo Corsale, Fabrizio Bolognesi, Alberto Cordeddu) attraversa la filosofia e l’arte in ogni sua forma.

Simone Olla | Nato a Cagliari nel 1977, laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, nel 2002 ha contribuito a fondare il Centro Studi Opìfice. Il suo primo romanzo ha per titolo A loro il tentativo di chiudermi ametà (Cagliari, 2011).

claudio ughetto | non lasciarmi

NonLasciarmiAutore: Kazuo Ishiguro
Titolo: Non lasciarmi
Edizioni: Einaudi, Torino 2006
Pagine: 291

Amarlo o odiarlo follemente? Nei confronti di quest’originale romanzo dello scrittore inglese (sebbene nato in Giappone), entrambe le scelte mi sembrano legittime. Dipende dal nostro temperamento, dallo stato d’animo con cui lo apriamo, da cosa cercavamo quando abbiamo iniziato a leggerlo e da cosa troviamo a metà della lettura. Se ci soddisfa o no. Si può decidere di amarlo follemente o di odiarlo follemente. Non lasciarmi è un romanzo che mette in disaccordo la testa e il cuore, nel quale la logica e la verosimiglianza, le istintive risposte a quelle banali domande sul comportamento umano che nascono quando ci accorgiamo che una storia non regge, sono continuamente disconfermate, procurandoci reazioni che vanno dall’insofferenza a quel tipo di rabbia che porterebbe a lanciare via il libro a cento pagine dalla fine, se non fossimo incantati dalla prosa e dalla narrazione straniante. Io sono tra quelli che hanno deciso d’amarlo follemente, trascinato e commosso da un’esposizione d’emozioni e sentimenti che avrebbe messo in ridicolo qualsiasi altro scrittore, tranne l’autore di Quel che resta del giorno. È la sua stessa cifra narrativa ad essere inimitabile, capace di restituirci la stranezza dei rapporti umani attraverso punti di vista esclusivi ed anomali, in ambienti fuori dal tempo che mettono in luce il male di vivere senza tuttavia indulgere nel sentimentalismo. Continue reading

gigi roggero | metapolitica

badiou_metapolitica

Autore: Alain Badiou
Titolo: Metapolitica
Edizione: Cronopio, Napoli 2001
Pagine: 169

Non è facile per un filosofo della politica motivare il proprio essere contro la filosofia politica: è questo ciò che si propone di fare Alain Badiou. Assumendo il pensiero politico come dato oggettivo, tale disciplina si propone di consegnarlo al registro della filosofia. Ad essere così eliminato è, secondo l’autore, il reale soggettivo dei processi organizzati e militanti, mentre la politica viene ridotta «all’esercizio del “libero giudizio” in uno spazio pubblico in cui non contano, in definitiva, che le opinioni» (pp. 27-28). Uno degli obiettivi critici di questa impostazione è Hannah Arendt. Propugnando una dottrina del consenso, che rifiuta il tema della verità e dell’identificazione militante della politica, il soggetto della Arendt finisce infatti per essere uno spettatore del mondo. Privandosi delle armi della parzialità militante, secondo Badiou, si intraprende un percorso che porta irrimediabilmente alla subordinazione alla politica esistente e, più nello specifico, alla ratifica ideologica del regime parlamentare o del «capital-parlamentarismo [ossia] la figura statale che regola il suo rapporto soggettivo con lo Stato attraverso tre norme: l’economia, il nazionale, il democratico» (p. 99). Badiou ipotizza l’invenzione di un aristocratismo proletario, capace di svincolarsi definitivamente dalle strette maglie della Storia, di sottrarsi allo Stato e di portare a fondo la critica alla democrazia. Non è questo ciò che fa Rancière, la cui antifilosofia resta democratica ed evita di fare i conti con la parola Stato, preferendogli più comodi sostituti quali società o polizia. Continue reading

stefano sissa | pensare la politica controcorrente

È lo stesso Alain de Benoist che ha spesso ricordato lusingato della attenzione ricevuta nel nostro Paese per il suo pensiero e la sua evoluzione teorica. I titoli tradotti (anche se da piccole, per quanto encomiabili editrici, a dimostrazione di una non cessata censura dei media per le personalità scomode e non classificabili) dell’intellettuale francese hanno un insolito primato comparativo con altri paesi europei. Anche le monografie, piuttosto che gli studi accademici non mancano. Si aggiunge ora questo approfondito lavoro di Stefano Sissa, Pensare la politica controcorrente. Alain de Benoist oltre l’opposizione destra/sinistra (www.ariannaeditrice.it, e-book; pp 364, € 5,90) che ha il pregio dell’obiettività e dell’onestà intellettuale che certo non abbonda nel circuito mediatico culturale e universitario. Sissa, insegnante di Scienze Sociali, non ha mai abbandonato la sua vocazione di originale sociologo tra antropologia culturale e filosofia politica. Dopo essersi interessato al dibattito moderno/postmoderno nell’elaborazione teorica di Jurgen Habermas, il tema dell’amore nella sociologia di Luhmann e l’uso politico del mito in Furio Jesi, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Antropologia del mondo moderno e contemporaneo con una tesi in storia delle dottrine politiche dedicata ad Alain de Benoist, base della recente pubblicazione. Lo abbiamo incontrato a Bologna dove lavora, sua città d’adozione non lontana in linea retta dalla natia Reggio Emilia, per approfondire le ragioni del suo saggio. Continue reading

eduardo zarelli | dalla dipendenza energetica alla sostenibilità

Transition è un movimento culturale nato in Inghilterra dalle intuizioni e dal lavoro di Rob Hopkins, ora apprezzabile anche dai lettori italiani (Manuale Pratico della Transizione, Arianna Editrice). Tutto avviene quasi per caso nel 2003. In quel periodo Hopkins insegnava a Kinsale, in Irlanda e con i suoi studenti creò il Kinsale Energy Descent Plan: un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e ampiamente disponibile. Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma quasi subito ci si rese conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della “Transizione”, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro. Continue reading

alain de benoist | da marx a heidegger

A Karl Marx sono state rimproverate molte cose: il carattere sistematico del suo pensiero, l’economicismo (sensibile soprattutto nei suoi epigoni, giacché in lui il primato dell’economia si situa molto più nell’ordine delle cause che nell’ordine dei fini), la definizione quasi metafisica della classe sociale, l’incapacità di uscire dalla filosofia di Hegel, di cui pretende soltanto di “rimettere sui suoi piedi” l’interpretazione dialettica, la filosofia della storia nella quale il comunismo primitivo prende il posto del giardino dell’Eden e la società senza classi quello della Parusìa, l’atteggiamento ambivalente nei confronti della borghesia (da un lato nemico da combattere, dall’altro classe che ha svolto nella storia un ruolo “eminentemente rivoluzionario”), l’adesione all’ideologia del progresso – ideologia tipicamente borghese anch’essa, come ricorderà Georges Sorel –, che lo conduce a leggere la storia come Rivelazione progressiva e a vedere nella colonizzazione un “progresso della civiltà”, e via dicendo. Continue reading

marco tarchi | la postmodernità liquida e le categorie del politico

Michele de Feudis | La postmodernità liquida ha progressivamente allentato in Italia le categorie ideologiche. Dissolti i partiti di tradizione novecentesca, in quali forme si manifesta la richiesta di partecipazione politica?
Marco Tarchi | Non esagererei nel considerare marginale l’influenza ideologica sulla politica italiana. In forme residuale, le vecchie appartenenze continuano a pesare su una parte consistente dell’elettorato, che ha allentato il rapporto con i partiti ma tiene ben stretto quello con le aree di riferimento. Benché i loro contenuti siano sempre più vaghi e tendano a volte a confondersi, al pubblico più vasto le categorie di destra esinistra continuano ad apparire indicatori di posizione utili.
Per taluni, sono feticci a cui aggrapparsi per continuare a seguire una tradizione familiare o locale in declino. Pensi alle tendenze elettorali apparentemente insradicabili di certe regioni rosse o bianche. Certo, oggi la richiesta di partecipazione politica trova altri canali di sfogo, a partire da internet e, più specificamente, dai social networks. Ma anche qui gli slogan e gli sfoghi di astio verso il “nemico” predominano largamente sul confronto delle idee. Continue reading

marco tarchi | l’era della rassegnazione

Chi ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione. Quanti avevano in uggia il duopolio che dalla conferenza di Yalta in poi aveva indirizzato le sorti del mondo esultarono. Dilagarono i sogni di nuovi scenari in cui i vincoli oppressivi del bipolarismo si sarebbero sciolti. Nelle ristrette ma vivaci cerchie che si attribuivano l’etichetta del non-conformismo e non avevano mai digerito molte delle conseguenze del disastroso secondo conflitto mondiale, a partire dal soggiogamento dell’Europa alle due superpotenze e dalla sua vertiginosa perdita di influenza sullo scacchiere planetario, si arrivò a supporre che si dovessero abbandonare le elucubrazioni sulla possibile costruzione di una Terza via di organizzazione della società diversa dal liberalismo e dal socialismo e si dovesse passare con urgenza alla riflessione su una Seconda via, dal momento che a rimanere in piedi era ormai quasi solo quel modello politico-culturale che si era dato – abusivamente ma efficacemente – il nome di Occidente e si fondava, per dirla con le parole di un analista che pure non ne è un critico prevenuto, su “una visione immobile del mondo, dominata da un pugno di principi guida: l’internazionalismo, l’espansione illimitata dell’individualismo e dei suoi diritti, l’idolatria del proceduralismo consensualistico, l’idea che l’economia rappresenti il regolatore supremo delle collettività umane”.[1] Sgombrato il campo dalle suggestioni di un “socialismo reale” ormai fallito, si pensava, la partita si sarebbe giocata tra quella vecchia formula che tante cattive prove aveva dato di sé e una visione alternativa ancora in gran parte da costruire, ma di cui esistevano i presupposti. Sgretolate le fondamento dell’esaurita dicotomia sinistra/destra, molte e sino ad allora disperse energie sarebbero confluite attorno a un progetto che all’individualismo opponeva la solidarietà organica, la tutela dell’interesse collettivo, il recupero del senso di comunità e la tutela del diritto alla specificità dei popoli; al cosmopolitismo omogeneizzante che faceva da sostrato all’internazionalismo opponeva l’elogio delle identità plurali e della diversità culturale; al dominio dell’economia sulla politica opponeva non solo il rovesciamento di quel rapporto ma anche il riconoscimento primario dei valori non-economici, spirituali e di “qualità della vita”, in ogni campo. Continue reading