alain de benoist | nazionalismo: fenomenologia e critica

Esistono probabilmente tante teorie del nazionalismo quante sono le teorie nazionaliste [1]. Owiamente, non è il caso di renderne conto in questa sede. Non ci imbarcheremo nemmeno nella falsa disputa che vene sul dubbio se il nazionalismo sia un’esasperazione patologica del patriottismo o viceversa ne rappresenti l’esplicazione consapevole e rigorosa sul piano della dottrina. Ci limiteremo a notare che il nazionalismo, al di là delle tipologie spesso estremamente complesse proposte sino ad oggi, è passibile di due definizioni principali. Continue reading

eduardo zarelli | il fallimento del sistemo del denaro

«Un uomo stava camminando nella foresta quando s’imbattè in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull’orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò un ramo sporgente di un albero a cui aggrapparsi. Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un’altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l’uno bianco e l’altro nero, che cominciarono a rodere il ramo. Ancora poco e il ramo sarebbe precipitato. Fu allora che l’uomo scorse una fragola matura. Tenendosi con una sola mano la colse e la mangiò. Com’era buona!».
Koan Zen

Un tempo si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Polinesia poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era una classica iperbole della complessità, per esprimere il concetto che l’ecosistema Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Nel sistema mondo capitalista, l’iperbole si è realizzata patologicamente in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce i limiti del contesto fisico ambientale. Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale, la spregiudicatezza locale nell’elargizione di mutui ipotecari – per restare alla nostra metafora – può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del Pianeta. Continue reading

alain de benoist | un’epoca di acque basse

Cornelius Castoriadis soleva dire che viviamo in una «epoca di acque basse». L’espressione era ben trovata. L’Europa oggi sembra non avere alcun contenuto sostanziale. Non mira a nessun progetto comune, non vuol più avere nessun ruolo storico. Addirittura, nessuno è d’accordo nell’individuare ciò che la potrebbe definire. L’Europa si trasforma lentamente in un vasto caravanserraglio, senza storia, senza memoria e senza frontiere. Costituisce una sorta di massa inerte, ma agitata da tutte le parti. Vi si esiste senza viverci. Vi ci si muove incessantemente, ma per non andare da nessuna parte. Vi si osservano mille forme, che però non hanno contorni. Vi abbondano i poteri, ma non ha potenza. Tutti pretendono di essere differenti, ma l’indistinzione è la regola. Continue reading

Il dono come nuovo paradigma sociale secondo il MAUSS

La logica del dono si presenta come logica “politica” per eccellenza: lo scopo del dare, del ricevere e del ricambiare non è infatti quello di stabilire un’alleanza, di fondare una comunità a partire dal discrimine tra chi abbiamo scelto come “amico” e chi come “nemico”? A guardar bene, la dinamica del dono è la dinamica che porta dalla “guerra” alla “pace”, dunque dinamica politica in senso eminente. Il dono, in ultima istanza, è proprio una scommessa sulla possibilità di mantenere la pace, l’“amicizia”, e di non ricadere nello stato di guerra, di “inimicizia”, di fronte alle aporie proprie del contrattualismo liberale come delle scuole di matrice storicistica incapaci di dar conto in modo adeguato della dialettica tra individuo e società, tra parti e tutto, e quindi di pensare e fondare con coerenza il “politico”.

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maurizio pallante | decrescita e welfare state: risposta a “due vie per la decrescita”

[Risposta alle osservazioni critiche formulate da Marino Badiale e Massimo Bontempelli nel saggio Due vie per la decrescita - 2010]

Marino Badiale mi ha inviato qualche mese fa un saggio intitolato Due vie per la decrescita, che ha scritto insieme a Massimo Bontempelli. In questo saggio sono state raccolte alcune riflessioni critiche sul mio testo Decrescita e Welfare State, per cui mi ha chiesto di fargli avere il mio parere. Ho letto quanto hanno scritto con attenzione ma solo ora, approfittando della diminuzione di impegni nel mese di agosto, ho messo in ordine le riflessioni che hanno suscitato in me le loro. Le righe in corsivo riportano passaggi del loro testo nella successione in cui appaiono. Continue reading

simone olla | stato quotidiano

Il lontano non è mai stato così lontano, rimosso, escluso completamete dalle invasive (e invasate) cronache del quotidiano: la prospettiva temporale di lunga data è ormai logora e inutilizzata forma d’essere: la modernità è minata nel/dal quotidiano; ecco la postmodernità, quotidianizzazione esplosa dell’esistenza. Viviamo uno stato quotidano, una prospettiva che dura il levarsi e il calare del sole, un sentimento di presenza a progetto. Continue reading

simone belfiori | manuale per oscurantisti e vecchi bacucchi

Ed è tempo finalmente di sostituire alla domanda kantiana
“come sono possibili giudizi sintetici a priori?”
un’altra domanda: perché è necessaria la fede in tali giudizi?
è tempo, cioè, di comprendere,che tali giudizi
debbono essere creduti veri allo scopo
di conservare gli esseri della nostra specie;
per cui naturalmente potrebbero essere anche falsi giudizi!
O, detto più chiaramente, duramente e definitivamente:
giudizi sintetici a priori non dovrebbero affatto “essere possibili”;
non ne abbiamo alcun diritto

Friedrich W. Nietzsche

A fare i ribelli non ci si guadagna, dicono. O si è esotici, o bastian-contrario, oppure oscurantisti, reazionari, retrogradi e – perché no? – anche vecchi bacucchi. Come in ogni epoca, la nuova generazione critica la precedente; man mano che si cresce si critica il mondo in cui si vive e i suoi modelli: era meglio quando si stava peggio, i treni arrivavano in orario e magari potevi anche lasciare la porta aperta di notte. Poi passa il tempo, e tutto si risolve, si “rinnova”, il ciclo si compie e come dicevano i Beatles in “Revolution”, non sai che andrà tutto a posto? Continue reading

decimo cirenaica | modernità: oggetti da funerale

e non era l’unica a bramare contatti che non si bastassero di sola pelle.
c’è il nuovo della vicinanza che la modernità aveva sbianchettato: l’individuo si basta di ragione, si basta punto e basta. quindi la sorpresa di una comunione: calze sporche in giro per la casa; gomiti che sfregano l’uno con l’altro non solo per un po’ di calore; parole perfino irrazionali. qua stiamo dando di matto: lumi, dove sono i lumi? non v’è necessità di alcuna vicinanza, non v’è necessità di alcun contatto né di comunione. fermi tutti, questa è una rapina. fermi tutti sì che l’evento li avrebbe accomunati stretti stretti, gomito a gomito. solo in questo caso avremmo udito da qualche parte. Continue reading

Il paradosso della medicina moderna

La moderna visione della “salute” e della medicina non fa che riflettere la più generale visione “tecnica” della realtà che è alla base del mondo moderno. Come sappiamo, secondo tale visione, l’unico fine che la società deve porsi è quello del perfezionamento indefinito della funzionalità, fine a se stessa, dell’apparato tecnico medesimo; in poche parole: porre la Tecnica stessa come fine del corpo sociale, fine al quale l’intera attività umana deve essere subordinata. Stando così le cose, la medicina moderna non fa altro che tradurre nel campo di sua competenza l’imperativo “tecnico”: perfezionare, migliorare indefinitamente la funzionalità del corpo umano secondo un processo fine a se stesso. A questo punto, i concetti tradizionali di malattia e di salute ne escono completamente stravolti: se il corpo umano, come tutti gli oggetti dell’universo tecnico, è indefinitamente migliorabile, la malattia non è più vista come un fatto eccezionale, un guasto, un evento negativo sopraggiunto che va a rompere l’equilibrio iniziale, e la cura, conseguentemente, l’atto volto al riequilibrio come era nella medicina tradizionale, bensì come uno stato permanente, la condizione normale del nostro organismo, organismo bisognoso, quindi, di cure continue e persistenti.

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Safe

Glaciale e geometrico, pervaso da un’atmosfera ipnotica e “catatonica” in cui sembra nuotare, come fosse in sospensione amniotica, la protagonista, il film di Haynes – cineasta colto e raffinato, dichiaratamente manierista – anticipa l’ossessione securitaria che di lì a poco conquisterà, travolgendola, la borghesia americana, firmando un piccolo capolavoro di inquietante bellezza. Una gemma cinematografica lontana sia dalla commerciale spettacolarizzazione di un Robert Altman in “America oggi”, a cui “Safe” è stato impropriamente accostato, sia dalla ripetitività scandalistica, assai programmatica, del pur bravo Todd Solondz.

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