
[progetto grafico a cura di Mattia Piano - dogonreview.org]
racconti di periferie è il progetto letterario a cura del Gruppo Opìfice collegato a Passaggi per il bosco2009

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racconti di periferie è il progetto letterario a cura del Gruppo Opìfice collegato a Passaggi per il bosco2009
Lei continuava a ridere. Fui costretto ad affacciarmi. Scostai gli arbusti, allungai una mano verso la sua per portarla via e invece, con forza, mi portò dentro verso di lei. L’assecondai per non farle male, per non piegare il suo braccino, ed entrai superando altri arbusti dentro quella macchia fino a ritrovarmi al centro di un ampio spazio. Tutto sembrava diverso ora. Non immaginavo ci fosse il bosco.
[studio#3 - progetto grafico Racconti di Periferie a cura di Mattia Piano - dogonreview.org]
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Così camminavo per Manhattan, in una bella giornata di giugno, con una manciata di dollari in tasca. Tra il volo, il cibo e qualche cd raro, il mio patrimonio si era poco a poco assottigliato. L’idea di cercarsi un lavoro rientrava tra le soluzioni estreme.
Mi facevo largo tra i turisti che scattavano foto, lanciando occhiate latine alle ragazze che leccavano il gelato ai bordi della fontana, prima di sdraiarmi tra l’erba e gli scoiattoli. Poco lontano suonava un’orchestrina jazz.
A mezzogiorno avevo deciso di investire un dollaro in un hot dog.
Mi telefona il mio socio mentre mastico del vino che serve da lubrificante per i pensieri. Gli parlo e mi rendo conto che il filtro tra cervello e lingua ha due grandi buchi che lasciano scivolare parole tipo “troia” e “cazzo” senza un vero ed essenziale motivo. La telefonata termina e vado a farmi una doccia, sperando di levarmi di dosso la puzza di lavoro che mi atrofizza il cervello. Lo vedo il mio cervello: è grigio con tre chiazze nere come fosse un cavolo marcio. Puzza di vecchio e pulsa gli ultimi minuti. Devo curarlo con della musica e metto su il cd con le strumentali. Nudo sotto la doccia. Il getto d'acqua mi riscalda le spalle ed i capelli, scende per la schiena ed arriva ai piedi.
Andammo nel retro del locale ricoperto con mollica di pane. Vestimmo abiti di corteccia dipinta di nero, accendemmo i ceri e, portandoci un bicchiere di quello che ci andava di bere, uscimmo all’aria aperta.
Silenziosi seguimmo la processione che s’ingrossava ogni momento di più. C’erano tante altre file che si univano alla nostra e per ognuna c’era una persona che suonava una campana a morto.
La processione si fermò. Noi tutti ci disponemmo in cerchio intorno alla bara e dovevamo stare attenti a non cascarci dentro. In quel caso, chi ci avrebbe tirato fuori?
Trent’anni prima credendo alla promessa di una cittadella ricca e moderna, la gente aveva ceduto i piccoli campi e le case in mezzo al verde per far costruire: papà lottò per impedire che il bosco venisse abbattuto. Sconfitto dall’inizio dei lavori, ci trasferimmo lontano con i pochi soldi che gli diedero per casa e bottega mentre Tina e il marito aprirono questo alimentari, ma l’idillio durò poco perché dieci anni dopo, venne edificata un’altra città più a nord con industrie, centri commerciali, ripetitori e aeroporto.
Un battito. Un altro. Il sangue che dal cervello rullava e scendeva, affluiva in tutto il corpo, riscaldandolo.
In quel preciso momento, con la cornetta ancora stretta tra dita tremanti, ha visto i programmi sbriciolarsi, le porte chiuse sciogliersi, la voglia di rintanarsi evaporarle in faccia.
Scorrono. Veloci, impazziti. Sono anni che ci pensa ma ancora non l'ha capito: cosa fare della sua vita.
Luca è sveglio, non è per niente stanco, non ha per niente sonno. Pensa.
Forse dovrebbe trovare un lavoro qualunque, il primo che capita, e sposare Manuela. Di questi tempi bisogna accontentarsi. I sogni, a volte, bisogna lasciarli solamente alla notte.
Non si addormenta Luca, sogna, sogna forte, ma i suoi occhi sono aperti, è sveglio, sveglissimo.