È dunque già finita la troppo breve stagione dell’Idillio tra Gianfranco Fini e la sinistra? E si sono già esaurite le stesse speranze degli italiani di buona volontà (non solo di destra…), i quali hanno per qualche settimana avuto l’impressione che una ventata di rinnovamento potesse sul serio nascere da colui ch’era stato – dopo Tatarella – il più politico tra i complici di Berlusconi, mentre gli altri erano una banda di gangsters, di bandoleros, di maneggioni, di puttanieri, di dipendenti aziendali, di politicastri di eterogenea origine, di professorucoli montati e mantenuti a colpi di università private, di “segnorine” e di ballerini di fila convinte di aver la stoffa della Madame De Pompadour? “Mi vergogno di aver collaborato con lui”; “Mi pento di aver fuso il mio partito col suo”: si può dire e pensare quel che si vuole, ma frasi come quelle erano inequivocabili e irreversibili. Fini le ha pronunziate. Suonavano coraggio, umiltà, chiarezza. Ci avevano illusi.
Tag Archives: politica italiana
marco tarchi | la destra: un deserto che cresce
[Intervista a cura di Claudio Pescatore e Graziella Giangiulio]
Professor Tarchi, lei nel 1981 fu espulso da Almirante dal MSI. Perché?
Per una vecchia ruggine, che si era inspessita con il tempo. Quando ero l’esponente più in vista della corrente guidata da Pino Rauti nel Fronte della Gioventù, Almirante mi fece offrire tramite il presidente del partito Pino Romualdi, che venne con mia grande sorpresa a trovarmi a casa a fine 1976, la segreteria nazionale dell’organizzazione giovanile, la cooptazione immediata nel Comitato centrale e nella Direzione nazionale del Msi e… il posto numero 5 in lista nella circoscrizione laziale per la Camera quando si fossero tenute le successive elezioni, se avessi accettato di presentarmi nell’imminente Congresso nazionale missino “al di sopra delle parti”, tenendo un discorso di esaltazione dell’unità del partito e, di fatto, staccandomi da “Linea futura”. Sebbene la proposta mi avesse creato qualche emozione, la rifiutai subito, garbatamente ma senza ambiguità. Ero troppo legato al mio “piccolo mondo” interno e, va detto, troppo fiducioso di poter comunque in futuro, senza eccessivi compromessi, conquistare il partito dall’interno assieme ai miei amici. Un errore di sopravvalutazione. Non credo che Almirante mi abbia mai perdonato quell’atto di orgoglio, e non mancò di farmelo capire. Ma decisive furono due vicende di poco successive. In primo luogo, all’Assemblea nazionale del Fronte della gioventù che doveva indicare i sette nomi della “rosa” fra i quali, come un diktat statutario imponeva, Almirante avrebbe scelto il nuovo segretario, si tentò con insistenza di non giungere ad un voto, ma non ci si riuscì per l’opposizione mia e degli altri dirigenti rautiani – non tutti, perché Rauti, che aveva stretto un accordo con Almirante per entrare nell’organo supremo di gestione del partito, la Segreteria, non voleva frizioni e ordinò ai suoi fedelissimi che avevano diritto al voto di non parteciparvi (ed erano quasi trenta) –, cosicché il candidato in pectore (ma noto a tutti), Gianfranco Fini, subì una pesante batosta, piazzandosi al quinto posto. La cosa mandò Almirante letteralmente su tutte le furie, a tal punto che nell’incontro di due giorni dopo con i sette “papabili” rifiutò la parola ai presunti interlocutori e disse testualmente: “avete fatto un torto al vostro Segretario e questo gesto non me lo dimenticherò mai”. Quando poco tempo dopo, in una discussione in Direzione nazionale in cui i rautiani erano stati accusati di frazionismo, intervenni per ribaltare l’accusa – dati e nomi alla mano – sugli almirantiani che nelle federazioni emarginavano, destituivano o espellevano gli oppositori, la frattura divenne insanabile. Venni progressivamente emarginato e nel marzo 1979 mi dimisi dalla vicesegreteria nazionale del Fronte della Gioventù con una lettera polemica nei confronti della prassi epuratoria di Fini. Un anno dopo decisi di non ripresentarmi, sebbene fossi consigliere uscente, alle elezioni comunali di Firenze. Non condividevo quasi più niente dell’azione del partito. Ci rimanevo – altro errore… – per sentimentalismo, perché lì avevo tutti i miei amici e avevo vissuto momenti pubblici e privati indimenticabili. Ma nel frattempo tutto il mio impegno era dedicato alla Nuova Destra, che dal Msi aveva ormai preso forti distanze. Almirante aspettava il momento giusto per regolare i conti e lo colse quando uscì su “La voce della fogna”, la rivista satirico-politica di successo che animavo da sei anni nel fastidio crescente dei vertici missini, una falsa pagina del “Secolo d’Italia” i cui autori (Stenio Solinas e Umberto Croppi) mettevano alla berlina la nomenklatura del partito. Alcuni degli sbeffeggiati, in testa Mirko Tremaglia, chiesero la mia testa e la ottennero. Con un provvedimento ad personam, di “decadenza dall’iscrizione”, “in virtù dei poteri straordinari concessi dallo Statuto al Segretario nazionale” perché, in quanto componente di Comitato centrale e Direzione nazionale, l’espulsione avrebbe potuto essere appellata ai probiviri. Fra i quali godevo di una certa stima.
Mi scuso di essermi dilungato così a lungo sulla questione, ma la domanda mi offre il destro di chiarire una volta per tutte una vicenda che mi viene troppo spesso riproposta – quasi trent’anni dopo i fatti…! – e su cui in molti favoleggiano. Tanto che mi è capitato di leggere, di recente, per la penna di Franco Servello e la bocca di Ignazio La Russa, che personaggi così illustri nel Msi si erano dichiarati contrari al provvedimento disciplinare. A me non risulta. Continue reading