michele ferraro | il coltivatore del maryland

Autore: John Barth
Titolo: Il coltivatore del Maryland
Edizioni: Rizzoli, Milano 1968
Traduzione: Luciano Bianciardi
Pagine: 513 Vol.1 – 512 vol.2

“Negli ultimi anni del diciassettesimo secolo si poteva incontrare, fra i tonti e i matti dei caffè di Londra, uno stangone allampanato di nome Ebenezer Cooke, fornito più d’ambizione che di talento, eppure più di talento che di prudenza, il quale, come i suoi compagni di follia, che avrebbero dovuto frequentare Oxford e Cambridge, aveva ritenuto più divertente giocare col suono della lingua madre che faticare sul suo significato, e perciò anziché applicarsi ai travagli del sapere, aveva imparato l’estro del verseggiare e macinava quinterni di distici alla moda del giorno, spumeggianti di Giovi e di Juppiteri, clamorosi di rime stridenti, incordati di similitudini tese fino al punto di rottura.” Continue reading

Intervista a Marco Visinoni

Apocalypse Wow, Nove ballate per l‘ultim‘ora. Dopo un romanzo, nove storie brevi. Ce ne parli?
Apocalypse Wow raccoglie nove storie intrecciate dal filo conduttore della Fine. Fine non solo come morte, ma come ora decisiva per vivere o crollare, termine delle certezze perchè un ordine nuovo le ha sbaragliate, abbandono a una sorte che ti trascina a fondo come braccia emerse da una pozzanghera. Mi piace parlare di qualcuno che si trova alle prese con l‘ultim‘ora, quella in cui puoi dare il meglio o il peggio di te, lottare o abbandonarti al destino. In Apocalypse Wow c‘è chi lotta per la propria sorte (penso a Jackson Morton e Thomas Gregory) e c‘è chi scivola nel baratro. Qui l‘atmosfera si fa cupa, decadente (esemplare è la prima ballata, Lilith). Si instaura una complicità emotiva tra personaggio e lettore quando il primo viene inghiottito nei baratri quotidiani che potrebbero capitare al secondo, o gli stanno già capitando. Continue reading

una gigantesca moneta da cento lire

Il sonno dei pittori è descritto da Salvador Dalì nel suo libro 50 segreti magici per dipingere. Si tratta in effetti del Segreto numero 3: il cosiddetto “dormicchiare con una chiave”. Per dormicchiare con una chiave servono una chiave, una poltrona e un piatto fondo. Il pittore si mette comodo sulla poltrona con le braccia a penzoloni. Stringe la chiave nella mano che userà per dipingere. Sotto quella mano c’è il piatto fondo.

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Prendi in mano quella chitarra

Visto che i musicisti (e i matematici) si trovano bene con le strutture chiuse, di solito si ragiona per ottava: dal do al do successivo, otto note. Si chiama anche scala di do maggiore, ne avrete sentito parlare. Tutti tasti bianchi. Si parla di ottava anche per lo spazio che separa il re dal re successivo (re maggiore), ma in questo caso c’è pure qualche tasto nero: in effetti, diesis e bemolle servono per riprodurre su altri tasti la rilassante facilità delle sette note messe al punto giusto.

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In memoria di David Foster Wallace

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui mi imbattei in Infinite Jest. Ero entrato senza particolari mire consumistiche in una nuova libreria del centro, e sugli scaffali del locale deserto giaceva un gigantesco tomo che attirò subito la mia attenzione.

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DAVID FOSTER WALLACE :: 1962 – 2008

Personalmente non sono mai stato un suo fan sfegatato. Per lui ho sempre provato un reverente rispetto e un’oggettiva ammirazione, perché di scrittori così ne nascono due o tre per secolo, quando va bene. Parlare di David Foster Wallace è come parlare di Rabelais, Sterne, Musil, Gadda… scrittori enciclopedici, magmatici, ipertrofici, sovversivi attraverso la parola stessa.

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Cercasi batterista

Forse per non essere soli bisogna saper ricevere, e Alice e Lane ci provano pure, e sull’autobus che li sta portando a New York parlano di strade e città, di macchine e infanzia, di morti e alcool.
Il romanzo d'esordio di Rick Moody è un libro emotivamente nudo, una scrittura ricercata e sofferta, un passato da elaborare…

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Leonardo Colombati, l’amico di Piperno

D’Orrico, che notoriamente non sopporta Kafka né Joyce né David Foster Wallace né qualsiasi scrittore sia troppo difficile, troppo rivoluzionario, e faccia troppo pensare. Non sopportava neppure Colombati ma Rio è bello perché non è pynchonista, non è postmodernista. Piuttosto è “postpipernista”.

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Come fa D’Orrico a scrivere certe cazzate?

Il pennivendolo del Corriere Della Sera, da molti ritenuto un critico letterario e per il quale ogni libro facile è un capolavoro, Piperno è il Proust del 2000 e Giorgio Faletti il più grande scrittore italiano degli ultimi anni, ha recentemente dedicato un lungo articolo celebrativo a Leonardo Colombati.

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