Il 24 giugno l’antropologo Massimo Ilardi si è preso un’intera pagina del quotidiano per elogiare il ribelle scritto con la r minuscola, eppure inequivocabilmente affine al Ribelle jungeriano, terza ma non meno importante figura insieme all’Operaio e all’Anarca. Il titolo dello scritto, Ribelle è bello. La destra lo ha capito, la sinistra no, non l’avrà deciso l’autore, ma ben riassume la sua convinzione finale, secondo cui “bisognerebbe domandarsi perché la sinistra è incapace di creare un suo immaginario. E senza immaginario, lo sanno tutti, non si fa politica vincente”. Mi verrebbe da chiedergli se davvero è convinto che basti riferirsi al Clint Eastwood di Challagan, ai film di Peckinpah e magari a John Milius (insomma a ciò che la sinistra ha recuperato negli anni 90 dopo averlo sputtanato nei 70), oppure ai trentenni maneschi, anticonsumisti (e un tantino masochisti) di Fight Club per avere, o ri-creare, un immaginario. Io non ne sono convinto, soprattutto dopo avere seguito, sebbene in ritardo, l’evoluzione di quello che era detto gramscismo di destra e auspicava nell’utilizzo della cultura, quella popolare compresa, la creazione di un immaginario differente per la costruzione di una nuova politica. Ma è anche vero che Ilardi non vuole questo. Da quello che scrive mi sembra d’intuire che per lui il ribelle è una figura dell’immaginario, colui che “insegue la libertà al presente”, e la libertà “è materiale o non è. Il ribelle non fa rivoluzioni la cui efficacia si potrà misurare in un futuro più o meno lontano, ma rivolte che valgono di per se stesse e sono legate a una causa e una situazione contingente”. Egli ha “un rapporto diretto con la libertà contro il pensiero unico, i luoghi comuni, l’uguaglianza universale e astratta slegata da ogni elemento concreto e appiattita sull’identico, gli apparati di potere le cui fondamenta affondano sulla pretesa di possedere la rappresentanza di una società che esiste più”. Continue reading
claudio ughetto | un passaggio per il bosco
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