Il paradosso della medicina moderna

La moderna visione della “salute” e della medicina non fa che riflettere la più generale visione “tecnica” della realtà che è alla base del mondo moderno. Come sappiamo, secondo tale visione, l’unico fine che la società deve porsi è quello del perfezionamento indefinito della funzionalità, fine a se stessa, dell’apparato tecnico medesimo; in poche parole: porre la Tecnica stessa come fine del corpo sociale, fine al quale l’intera attività umana deve essere subordinata. Stando così le cose, la medicina moderna non fa altro che tradurre nel campo di sua competenza l’imperativo “tecnico”: perfezionare, migliorare indefinitamente la funzionalità del corpo umano secondo un processo fine a se stesso. A questo punto, i concetti tradizionali di malattia e di salute ne escono completamente stravolti: se il corpo umano, come tutti gli oggetti dell’universo tecnico, è indefinitamente migliorabile, la malattia non è più vista come un fatto eccezionale, un guasto, un evento negativo sopraggiunto che va a rompere l’equilibrio iniziale, e la cura, conseguentemente, l’atto volto al riequilibrio come era nella medicina tradizionale, bensì come uno stato permanente, la condizione normale del nostro organismo, organismo bisognoso, quindi, di cure continue e persistenti.

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La rivincita del corpo dopo i trionfi del materialismo becero

Dobbiamo imparare a liberarci dall’ossessione del giovanilismo e dell’estetismo plastificato, per riscoprire tutto il fascino degli anni che passano, delle rughe che compaiono, dei capelli bianchi che si diffondono, purché tutte queste cose siano parte di un corpo che ha conservato intatti i legami con l’anima. Solo a questa condizione l’età non più giovane, le rughe e i capelli bianchi possono essere affascinanti: non in se stessi, ma come parte di una persona affascinante, che porta con semplicità il proprio tempo anagrafico.

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