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Duecento metri più in là
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Scritto da Claudio Ughetto   
venerdì 12 marzo 2010

E il pranzo era solo un intermezzo, non tra la scuola e i compiti, ma tra la discesa di prima e un pomeriggio altrettanto innevato. Ero un bambino fortunato, anche se a quei tempi non me ne accorgevo: figlio unico di provincia, abitavo non in un caseggiato urbano ma in una casa rurale. Per me una “borgata” era una linea di tetti su un cortile, intorno campi che la gente di quelle case aveva sottratto ai boschi e ai prati. Oggigiorno la maggior parte delle persone riterrebbe irresponsabili dei genitori che permettevano ai figli d’allontanarsi tra i boschi per un intero pomeriggio o un'intera giornata estiva. Eppure credo che nessuno sia stato più protettivo di mia madre e di mio padre.

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Lettera al Signor Guareschi
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Scritto da Fiorenza Licitra   
giovedì 11 marzo 2010

Tuttavia, ai tempi, ancora diffidavo di alcune delle sue amicizie, di Don Camillo e di Peppone, per intenderci; infatti, i preti accompagnati da un sindaco comunista mi sembravano davvero una compagnia terribile e poco fidata.
Fu durante un pomeriggio d’autunno che, gambe in spalla, mi risolsi ad andare a Brescello per fare la conoscenza di quelli che si sarebbero rivelati due splendidi giganti - statura morale compresa -  audaci, sanguigni e irresistibilmente umani. Da quel giorno le divenni ancor più fedele e imparai che, alle volte, è una fortuna immensa sbagliarsi!

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Il teatro dell'assurdo: Huis Clos di Jean-Paul Sartre
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Scritto da Alessandra Pigliaru   
lunedì 22 febbraio 2010

Nel saggio Che cos’è la letteratura? del 1947, Jean-Paul Sartre definisce la sua idea di teatro di situazioni: "Niente più caratteri: gli eroi sono altrettante libertà prese in trappola, come tutti noi. Quali sono le vie d’uscita? Ogni personaggio non sarà che la scelta di una via d’uscita e varrà la via d’uscita scelta (...) In un certo senso ogni situazione è una trappola da sorci; muri da ogni parte". È in questo modo che Sartre intende il suo teatro come reazione e contrapposizione al teatro psicologico borghese tradizionale.

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C’è un «Falco» che vola sul vuoto zen dell’Italia
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Scritto da Stenio Solinas   
mercoledì 17 febbraio 2010

Zecchini è un ragazzone che supera il metro e ottanta, ha un fisico asciutto e un volto che sembra la prua di una nave, con il naso a fare da rostro e le orecchie da vela maestra. A Bologna, dove è nato e dove vive, è conosciuto anche come «Il Falco»: è nottambulo, solitario, trasgressivo. Franco Berardi, in arte Bifo, già teorico del ’77 bolognese, e il filosofo Stefano Bonaga, già pigmalione di Alba Parietti, sono fra i suoi estimatori, ma c’è anche chi lo guarda con sospetto e ancora gli dà del «fascista». Lui alza le spalle: «La risposta più idonea all’accusa di fascismo è la seguente: “Me ne frego!”. Qualsiasi altra legittima l’accusa e induce quindi a giocare in difesa».

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L’ultimo rochenroll di Buddy Holly
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Scritto da Simone Rossi   
venerdì 12 febbraio 2010

Buddy Holly sembra Elvis Costello, ma prima. Buddy Holly sembra tutti i chitarristi epilettici e diagonali che vanno tanto di moda adesso. Ma prima. Mezzo secolo prima. Mezzo secolo fa, esattamente oggi, esattamente ieri notte, un campo di grano dell’Iowa si spalancò per l’impatto di un bimotore con dentro Buddy Holly, e altri due, e il pilota. Gli altri due erano Richie Valens e J.P. Richardson. Il primo è sconosciuto, ma poi ti dicono che è quello che ha
scritto La Bamba e tu dici: Ma va? Lui. L’altro, J.P., purtroppo, nessuno sa mai chi sia. C’è poi tutta una mitologia: la notte carogna con il cielo bianco, e gonfio, ecco, mi sa che non salgo, vado in macchina, ce la giochiamo a testa o croce, dai. Testa? Ragazzi, cosa state facendo, andiamo che è tardi. Sbadabùm. Nel grano. Con la neve.
Va là, Buddy, smettila.

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Céline. Viaggio nella biografia di un genio fulminato
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Scritto da Stenio Solinas   
lunedì 11 gennaio 2010

«Non aggiungete una sillaba al testo senza preavvisarmi! Fottereste il ritmo come niente - solo io posso ritrovarlo là dov’è. Ho l’aria bavosa, ma so a meraviglia ciò che voglio. Non una sillaba. Fate anche attenzione alla copertina. Niente music Hallismo. Niente sentimentalismo tipografico. Del classico». «I critici dicono sempre fesserie. Giornalisti innanzitutto, lavorano di chiacchiere, piccoli ricatti... Ci vorrebbe qualcuno che si decidesse a coprirmi di sputi!... La gente è sadica, vigliacca, invidiosa, distruttrice. Ha bisogno di sentire il saccheggio, lo spappolamento, altrimenti non ci sta...».

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Della vita e del lavoro
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Scritto da David Foster Wallace   
martedì 05 gennaio 2010

Una grossa percentuale delle cose di cui tendo ad essere automaticamente certo, si rivela poi completamente falsa e deludente. Ecco un esempio della totale falsità di qualcosa di cui tendo ad essere automaticamente certo: tutto nella mia esperienza immediata supporta la mia ferma convinzione che io sia l’assoluto centro dell’universo, la più reale, nitida e importante persona dell’esistenza. Raramente parliamo di questa forma di naturale, basilare egocentrismo, perché è così socialmente repellente… ma è più o meno lo stesso per tutti, in fondo al nostro animo. Sono le nostre impostazioni di default, prestampate alla nascita nei nostri circuiti. Pensateci: non c’è esperienza che abbiate avuto di cui voi non siete il centro assoluto. Il mondo, per come ne avete esperienza, è proprio lì davanti a voi, o dietro di voi, alla vostra sinistra, destra, sulle vostre TV, sul vostro monitor o quant’altro. I pensieri e i sentimenti delle altre persone vi devono essere comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.

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Dove siamo
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Scritto da Ugo Coppari   
sabato 02 gennaio 2010

Sasha Tsinski: E che c'entrano gli Autogrill e l'A14?
Ugo Coppari: Te l'ho già detto. Alla fine abbiamo deciso di vivere il Capodanno, lo scoccare della mezzanotte, in movimento. Chiusi nell'auto, con la radio accesa, vedevamo i fuochi sparati in aria. E noi non c'eravamo, nessuno ci vedeva. Anche perché lungo l'autostrada cerano banchi di nebbia spaventosi. Neanche un'auto. Solo la nebbia che ogni tanto ci inghiottiva. Poi uscivi e vedevi i fuochi. Poi un altro banco di nebbia e ti cagavi sotto. Non so quanto ci abbiamo messo a fare 300 chilometri. Ci siamo fermati a mangiare, fumare e dormire un'infinità di volte: autogrill tutti uguali, ma in realtà tutti diversi. Pensa che alcuni baristi ora hanno pure un volto, me li ricordo bene dopo tanti anni.
[intervista a Ugo Coppari a cura di Sasha Tsinski]

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