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Scritto da Gianluca Morozzi
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venerdì 05 marzo 2010 |
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Così camminavo per Manhattan, in una bella giornata di giugno, con una manciata di dollari in tasca. Tra il volo, il cibo e qualche cd raro, il mio patrimonio si era poco a poco assottigliato. L’idea di cercarsi un lavoro rientrava tra le soluzioni estreme. Mi facevo largo tra i turisti che scattavano foto, lanciando occhiate latine alle ragazze che leccavano il gelato ai bordi della fontana, prima di sdraiarmi tra l’erba e gli scoiattoli. Poco lontano suonava un’orchestrina jazz. A mezzogiorno avevo deciso di investire un dollaro in un hot dog. |
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periferie09
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Scritto da Angelo Zabaglio e Andrea Coffami
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venerdì 26 febbraio 2010 |
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Mi telefona il mio socio mentre mastico del vino che serve da lubrificante per i pensieri. Gli parlo e mi rendo conto che il filtro tra cervello e lingua ha due grandi buchi che lasciano scivolare parole tipo “troia” e “cazzo” senza un vero ed essenziale motivo. La telefonata termina e vado a farmi una doccia, sperando di levarmi di dosso la puzza di lavoro che mi atrofizza il cervello. Lo vedo il mio cervello: è grigio con tre chiazze nere come fosse un cavolo marcio. Puzza di vecchio e pulsa gli ultimi minuti. Devo curarlo con della musica e metto su il cd con le strumentali. Nudo sotto la doccia. Il getto d'acqua mi riscalda le spalle ed i capelli, scende per la schiena ed arriva ai piedi. |
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periferie09
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Scritto da Erwin de Greef
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venerdì 19 febbraio 2010 |
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Andammo nel retro del locale ricoperto con mollica di pane. Vestimmo abiti di corteccia dipinta di nero, accendemmo i ceri e, portandoci un bicchiere di quello che ci andava di bere, uscimmo all’aria aperta. Silenziosi seguimmo la processione che s’ingrossava ogni momento di più. C’erano tante altre file che si univano alla nostra e per ognuna c’era una persona che suonava una campana a morto. La processione si fermò. Noi tutti ci disponemmo in cerchio intorno alla bara e dovevamo stare attenti a non cascarci dentro. In quel caso, chi ci avrebbe tirato fuori? |
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periferie09
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Scritto da Silvia Ancordi
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giovedì 18 febbraio 2010 |
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Trent’anni prima credendo alla promessa di una cittadella ricca e moderna, la gente aveva ceduto i piccoli campi e le case in mezzo al verde per far costruire: papà lottò per impedire che il bosco venisse abbattuto. Sconfitto dall’inizio dei lavori, ci trasferimmo lontano con i pochi soldi che gli diedero per casa e bottega mentre Tina e il marito aprirono questo alimentari, ma l’idillio durò poco perché dieci anni dopo, venne edificata un’altra città più a nord con industrie, centri commerciali, ripetitori e aeroporto. |
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Scritto da Barbara Gozzi
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giovedì 11 febbraio 2010 |
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Un battito. Un altro. Il sangue che dal cervello rullava e scendeva, affluiva in tutto il corpo, riscaldandolo. In quel preciso momento, con la cornetta ancora stretta tra dita tremanti, ha visto i programmi sbriciolarsi, le porte chiuse sciogliersi, la voglia di rintanarsi evaporarle in faccia. |
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periferie09
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Scritto da Gianluca Liguori
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mercoledì 10 febbraio 2010 |
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Scorrono. Veloci, impazziti. Sono anni che ci pensa ma ancora non l'ha capito: cosa fare della sua vita. Luca è sveglio, non è per niente stanco, non ha per niente sonno. Pensa. Forse dovrebbe trovare un lavoro qualunque, il primo che capita, e sposare Manuela. Di questi tempi bisogna accontentarsi. I sogni, a volte, bisogna lasciarli solamente alla notte. Non si addormenta Luca, sogna, sogna forte, ma i suoi occhi sono aperti, è sveglio, sveglissimo. |
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La mattina prima di andare a lavorare |
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Scritto da Marco Mazzucchelli
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venerdì 05 febbraio 2010 |
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Ma fatemi solo raccontare del pomeriggio che vi sono arrivato, così è giustificato tutto quello che ho fatto. Fatemi solo dire del guidare sulla strada costiera, dei villaggi che si susseguono come perle lungo una collana, i negozi di articoli per mare, i pochi vacanzieri sulle strisce pedonali, i teli mare appesi fuori dalle case a due piani, le visioni rapide del lago tra gli scorci, le vele dei windsurf, ragazze sorridenti che escono di casa. Lasciatemi dire della natura madida di questo posto, i canneti che iniziano a divorare le spiagge e i villaggi, e dopo, la palude. La natura che si rivela, marcescenze e parassiti abitano le nostre essenze più vere e lì tutti siamo diretti. Il mio arrivo alla parte più nascosta del lago, prima di Keszthely, camminare in questa natura slava, fendere i canneti con le mani giunte, lungo la passerella di legno verso l’acqua stagnante, scoprire il lago a mollo nell’arancione e verde oliva e ocra dei tramonti d’estate. |
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Scritto da Fabio Medda
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venerdì 29 gennaio 2010 |
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Sa Presidente, alle privazioni ci si abitua. Sin da ragazzina ho dovuto tirare la cinghia anche se, a dire il vero, una cinghia nemmeno ce l’avevo. Abitavo con mia madre e mia sorella più piccola in un quartiere fiorente e gonfio di speranze e promesse soltanto per due mesi ogni cinque anni, durante le campagne elettorali. Trenta metri quadri in tre. Mio padre lo ricordo appena, morì che avevo pochi anni. Si viveva della sua pensione di operaio, a cui si aggiungevano pochi spiccioli per l’accompagnamento di mia madre, non vedente. Spesso stavamo al buio, per risparmiare e perché mia madre della luce non sapeva che farsene. Io e mia sorella studiavamo al lume di candela. |
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Scritto da Gianfranco Franchi
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giovedì 21 gennaio 2010 |
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Ho camminato per il bosco, spoglio di vita, e ho camminato nel bosco perché non volevo più niente. L'eredità del mio passato era una catenina d'argento, al collo. Ho cominciato a disegnare con le mani forme nel vuoto: un piccolo sole, una falce di luna, le efelidi della mia donna, il muso del mio gatto. Il vuoto assomigliava al mio simbolismo semplice, all'allegoria della mia essenza – all'aspetto della mia minima, normale appartenenza. |
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Scritto da Simone Rossi
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martedì 19 gennaio 2010 |
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Nonno, ti volevo dire che vado a Bologna. Ho trovato questa stanza, un'altra, non quella del cane. Sono due mesi che mi faccio invitare a pranzo dalla nonna, mi alzo alle nove e non faccio colazione, così mi viene fame a mezzogiorno: passatelli in brodo, cotolette, pomodori in gratè, pesche sciroppate, susine sciroppate, una fetta di panettone che mi è rimasto lì da Natale. Caffè, divano, Famiglia Cristiana. La nonna mangia a testa bassa, poi mi dice: Andiamo di là, devo misurarti un paio di pantaloni.
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Scritto da Dario Falconi
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sabato 09 gennaio 2010 |
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Gli mettevo la sufficienza. Mai per accondiscendenza fasulla, né per patetica commiserazione. Semplicemente perché la meritava. E lui soleva venirmi incontro incredulo a biascicarmi, tra varie volgarità e porchi odii, uno sfuggevole grazie. Lo riconosco, quel Grazie era il mio trionfo. Dentro di me stuole di bellissime ballerine brasiliane danzavano un samba tumultuoso. |
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La possibilità di un bosco (in Sardegna) |
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Scritto da Vanni Santoni
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giovedì 07 gennaio 2010 |
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Quando a Viareggio era una giornata particolarmente tersa - accadeva più o meno una volta a estate - tutti gli adulti se ne stavano lì in spiaggia a dire, specialmente a noi bambini, "guarda! Si vede la Sardegna!" e in effetti qualcosa di solido all'orizzonte si vedeva. Io mi chiedevo soprattutto se anche i sardi fossero lì a dire "guarda! Si vede la Toscana" oppure ci vedevano sempre, con tutto che avevamo le Apuane, gli Appennini e la torre di Torre del Lago. |
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Scritto da Tommaso Chimenti
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sabato 26 dicembre 2009 |
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Il cane pisciava ogni pomeriggio su tutti gli alberi. L’odore era il suo. Marca il territorio, diceva sempre qualcuno di noi. Alle nostre spalle c’era un palazzo alto quindici piani che un tempo doveva essere stato bianco. Adesso aveva più crepe che un castello assediato, più buchi di una casa di Sarajevo. Si staccava a listelli, si sfaldava a pezzi di gomma. Non era intonaco, sembravano scaglie di detersivo. Sotto c’era del catrame nero che con il caldo restava appiccicato alle dita. Le sterpaglie tra il palazzone e la panchina erano secche. Bruciate dal sole. Una volta l’anno venivano quelli del Comune a raderle al suolo, a tagliarle con il tosaerba elettrico con quell’odore fresco che si spandeva in aria che ti dava il senso della primavera, del cambiamento. Vedrai, diceva qualcuno. Ho visto. E non ho visto niente di nuovo. Né di buono. |
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periferie09
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Scritto da Marco Visinoni
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venerdì 18 dicembre 2009 |
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Il giorno dopo incontro il capo. Non gli stringo la mano, lui non me la porge. Lungo le mie dita una melma informe di yogurt e frutta marcia. Il capo non ha espressione, ha due occhiali nei quali rifletto le mie pupille e mi vedo stantio, provengo anch’io dal cassonetto che sto toccando. Il capo come ogni mese ha un calendario scritto a mano sul coperchio di un cartone per la pizza. È l’unica occasione in cui ne vedo uno, nella testa scelgo sempre il nome di un ristorante e sono felice quando scopro di aver indovinato. |
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