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Bolero costretto
Scriptorium - BorderLine
Scritto da Carlo Palizzi e Cugino Lubitch   
martedì 10 gennaio 2012

direzione obbligata
sono io a pensare, no; sono io a parlare, no; sono io a decidere, no. obbligati a seguire una direzione con gli occhi bassi sui passi. obbligati financo (d)a una direzione obliqua.

Scena
Palizzi è in piedi davanti a un leggìo di ferro nero. Sul leggìo c'è un quaderno illuminato da un abat-jour pieghevole, uno di quegli oggettini di plastica a pile che si usano per leggere a letto. Seduto per terra, alla sua destra, praticamente ai suoi piedi, Lubitch sta a gambe incrociate dietro la chitarra. Davanti ha lo xylofono e l'ukulele e i cartelli tutto il resto, una candela enorme e chissà che altro.

[a] riti di introduzione
1. canto iniziale

2. atto penitenziale :: L'ascensore

La signora Muscau aspetta l'ascensore dentro un vestito di lino leggero, la borsetta sulla sinistra e sulla destra una busta della spesa. Non si è girata quando ha sentito il portone aprirsi, né quando si è chiuso. La signora Muscau non sa che sto salendo le scale e che, sistemato accanto alla sua borsetta, la saluterò: Buongiorno.
Lei mi guarda, risponde buongiorno e fa subito cadere gli occhi in basso verso destra, poi uno scatto impercettibile del capo in direzione del display coi numerini.  È stata una giornata calda oggi. E umida. Il vestito di lino della signora Muscau ha delle pieghe verticali all'altezza del sedere. Quando si apre la porta dell'ascensore la signora Muscau accenna uno sguardo verso di me ma non dice nulla: si sistema di fronte alla pulsantiera e appena sono dentro anche io, pigia il tasto numero quattro, il piano dove abitiamo. La mia casa e quella della signora Muscau sono divise da un muro da trenta, e di rado sento dei rumori provenire dal suo appartamento. La signora Muscau è una persona molto discreta. Intanto che l'ascensore ci porta al quarto piano le guardo le scarpe: sono basse, viola. Salgo con gli occhi fino al vestito e non incontro pieghe verticali, ma due orizzontali, all'altezza del ventre.
Incontro il suo viso e l'ascensore si ferma
i suoi occhi quando suona la campanella
il suo saluto non appena la porta si apre: Buongiorno.

Buongiorno, rispondo.

3) gloria :: La signora Muscau e il parmigiano
[vendo casa]
La signora Muscau è proprio una bella donna. Ed è sola. Quella casa è troppo grande per lei, potrebbe traferirsi da me, potremmo vivere insieme, dovrei conoscerla, invitarla per un caffé in Castello, chiederle il numero di telefono o suonare direttamente al suo portoncino: salve signora Muscau, l'odore di broccoli che sente proviene da casa mia, spero non le dia fastidio. E poi? La signora Muscau è una donna molto cortese oltre che bella e mi risponderebbe che no, l'odore di broccoli non le arreca alcun fastidio, anzi: i broccoli le piacciono molto e le pennette ai broccoli sono il suo piatto preferito. Ma nella mia pentola, a bollire, ci sono soltanto cento grammi di pasta e non sono pennette: ho suonato da lei per chiederle del parmigiano. Ah, io non ce lo metto nella pasta ai broccoli il parmigiano grattugiato: confonde i sapori. Abbiamo una cosa in comune: anch'io penso che il parmigiano sulla pasta confonda i sapori. E poi? C'è dell'altro? La busta della spesa, avrei potuto prendere io la sua busta della spesa. Dovrei sorriderle ogni volta che la incontro:

buongiorno signora Muscau. Più forte: buongiorno signora Muscau!

Quella volta che ha suonato alla mia porta in vestaglia da notte non aveva alcuna intenzione di festeggiare i miei quarant'anni, e l'abbraccio sudaticcio di Enrico che la invitava ad unirsi a noi ha reso ancora più spesso quel muro che divide le nostre case. Avrei dovuto scusarmi, il giorno stesso forse, il giorno dopo, suonare al suo portoncino e scusarmi, magari offrirle un caffé, donarle una scatola di cioccolatini, dei biscotti o dei fiori. Il sabato mattina la signora Muscau annaffia le piante in balcone e mi vede – anche se fa finta di non vedermi – quando torno sfatto dalla cena del venerdì a casa di Enrico con il sole già levato da un pezzo. Potrei chiederle di unirsi a noi ma il sabato mattina lei deve annaffiare le piante e poi Enrico non vuole donne a casa sua, non il venerdì.

(Lubitch spegne Battisti)

4. momento di raccoglimento :: faretti parlanti
Sul divano allungo la testa all'indietro, dal soffitto mi arriva bassa la luce dei faretti laterali, quelli vicino alla finestra.

(ON)
Questi, mi disse l'arredatore, li sistemerei qui, spalle alla luce naturale. È da stamattina che guardo il sole per capire la luminosità della sua casa. Sistemandoli a un metro dalla finestra e puntandoli verso la porta d'ingresso, potrà accenderli anche durante il giorno per i suoi momenti di relax.
(OFF)
I miei momenti di relax. I faretti per i miei momenti di relax. Tolgo le scarpe e stendo le gambe sopra il tavolino. I faretti sono caldi, si stringono a me, vicini.
Parlano, i miei faretti.
Cosa dicono? È tardi? Tardi per cosa?

(ukulele)

La signora Muscau sotto la doccia nella scatola di plexiglass, nuda e morbida, sembra un'oliva. Un paio di ciabatte di plastica in attesa sulle mattonelle bianche. Ciabatte da uomo più grandi di quattro numeri, ciabatte da piscina, da spogliatoio di calcetto. Nessuno vedrà mai la signora Muscau sotto la doccia. Il signor Muscau, se c'è un signor Muscau, deve sempre aspettare in camera da letto. Lei non lo vuole in bagno, mai, nemmeno se hanno appena fatto l'amore e usano lo stesso bidet: no, in bagno la signora Muscau ci sta sempre da sola. Si vergogna un po' dei suoi ciabattoni da uomo: li ha vinti sei mesi fa alla lotteria di Santa Barbara, le sue vecchie ciabatte erano sbrindellate e i ciabattoni sono tanto comodi, ma brutti, tanto brutti, verdi e bianchi con una scritta in stampatello sulla fascetta di gomma, AEROBIK. Un piede della signora Muscau, poi l'altro, l'asciugamano e lo specchio a vapore. Le ultime gocce la colpiscono alla schiena, lei non ci fa caso. Nel bagno della signora Muscau, dalla finestra, un cimitero di antenne sui tetti. E la lavatrice? Avrà chiamato un arredatore per risolvere il problema della lavatrice? La casa della signora Muscau è più grande della mia: lei non ha problemi di spazio.

(ON)
Io avevo problemi di spazio. Tutt'ora ho problemi di spazio perché mi piacciono le pareti libere: su alcune ho appeso dei quadri, tutte le altre le ho lasciate così, bianche. Il bianco è un colore freddo, ma i faretti che ha sistemato l'arredatore stemperano anche il freddo delle pareti bianche. I miei faretti parlano. Cosa dicono?
(OFF)

Si sta facendo tardi. Apro gli occhi. Si è fatto tardi.

(all'improvviso, Lubitch diventa Il Distributore di Lettere)


[b] liturgia della parola


[nel copione c'è una pagina vuota]

5. L'angolo dell'omelia
Il mio frigorifero è sempre vuoto, perché faccio la spesa ogni giorno: alle sei esco di casa per raggiungere il negozio di alimentari che si trova all'angolo, prendo il carrellino e faccio il mio giro tra gli scaffali. A volte so cosa comprare, a volte no. La signora Muscau, all'alimentari dell'angolo, ci passa di ritorno dal lavoro, ogni giorno. Il suo frigorifero sarà vuoto come il mio? potrei chiederglielo: signora Muscau, il suo frigorifero è sempre vuoto come il mio? E lei mi risponderebbe: dottor Bolero, anche più vuoto! L'alimentari dell'angolo si chiama proprio così: Alimentari dell'angolo. È l'unico locale commerciale della via in cui abito.
A destra del mio palazzo c'è un palazzo.
A sinistra del mio palazzo c'è un palazzo.
Di fronte al mio palazzo c'è un palazzo.
Per tutta la via è così, da una parte e dall'altra: palazzi di sei piani, a volte cinque, uno attaccato all'altro.
Non c'è una piazza nel mio quartiere e l'unico punto di ritrovo è un distributore di benzina.

(Lubitch dà l'ultimo foglietto a Palizzi, lui scorre il foglietto con lo sguardo, poi lo chiude e se lo mette in tasca. Continua a leggere.)

All'alimentari dell'angolo incontro Carlo, Carlo Palizzi, il figlio dell'ingegner Palizzi del quarto piano. Carlo ha vent'anni e tre birre: una per il viaggio, una per le prove, una per il viaggio di ritorno. Gli dico Ciao, giovane. Mi dice Oilà. Vai alle prove, gli chiedo. Eh, mi dice. Poi mi dice anche: Bolero, ma tu la conosci la cicciona del figlio morto?
Eh?

(Interrotto da se stesso, Palizzi si siede e inizia a raccontare questa storia)

Sono in fila alla cassa dell'alimentari all'angolo. Davanti a me c’è una signora abbastanza anziana e abbastanza grassa. La signora mi sente arrivare, si volta. Mi guarda. Sgrana gli occhi. Non smette di guardarmi. Io accenno un sorriso, Salve. Lei mi guarda. Non smette di guardarmi. La signora grassa inizia a trasferire il contenuto del suo carrello sul nastro trasportatore, ma a ogni nuovo prodotto si volta di nuovo a guardarmi. Zucchine. Mi guarda. Petto di pollo. Mi guarda. Detersivo. Mi guarda. Io non so più dove guardare. Allora la signora parla.
Scusa se ti fisso così, mi dice. È che sei identico a mio figlio. Identico a mio figlio com’era vent’anni fa, quando è morto. Ha avuto un incidente in moto, un’auto nell’altra corsia ha fatto un sorpasso e bum, frontale. Sei identico a lui. Scusa se ti fisso così, dice la signora. Io non so dove guardare, e non so che cosa dire. Allora la signora parla, ancora: Ho una sua foto nel portafoglio, aspetta, te la faccio vedere. La signora fruga nella borsa, tira fuori la foto e me la mostra. Il ragazzo nella foto è grasso, biondo, con gli occhi chiari e le guance rosse. Io sono magro, moro, con gli occhi scuri, ho la barba. Non ci somigliamo nemmeno al buio. La signora ha gli occhi lucidi: questo è il mio Filippo, dice. Io capisco di avere a che fare con una squilibrata, ma cerco di non darlo a vedere. Continuo a stare zitto, e a non sapere dove guardare.
Allora la signora parla, ancora: Posso chiederti un favore? Lo so, ti sembrerà una cosa stupida, però, ecco, quando uscirò dal supermercato, ti dispiace dirmi “Ciao mamma”? Sono vent’anni che non me lo sento dire, e tu sei davvero uguale al mio Filippo. Va bene, le dico. Allora lei va verso l’uscita, la porta scorrevole si apre, lei si volta indietro e mi dice: Ciao, Filippo! Io la guardo, alzo la mano e dico: Ciao, mamma. La signora grassa fa un sorriso con dentro tutta la gratitudine di cui è capace, si volta ed esce. Io penso che il mondo è bello perché è pieno di ciccione psicopatiche, appoggio le mie tre birre sul nastro trasportatore e tiro fuori i cinque euro sfusi che ho in tasca.
La cassiera batte uno scontrino lungo venti centimetri e mi dice: Sono centotrentacinque euro e dodici centesimi. Per tre birre? No, dice la cassiera, ho fatto un conto unico con sua madre. Con mia madre? Ma quella non è mia madre! Come no, l'hai appena salutata dicendo Ciao, mamma. Sì, ma non è mia madre, l'ho salutata così perché me l'ha chiesto. (Non so da che parte farmi. La cassiera non ha sentito la storia dell'incidente in moto di Filippo figlio della signora abbastanza anziana abbastanza grassa).
E qui chi paga, quindi?
Pago io, però mi deve dare un minuto: vado a recuperare la carta Coop da mia madre, mi mancano venti punti per il macinino del caffè, e mi sa che con 135 euro e 12 centesimi venti punti dovrei prenderli. Aspetti, aspetti un minuto, davvero, torno.
Esco di corsa dal supermercato. La signora grassa sta caricando le due borse della spesa nel sedile posteriore della sua Punto blu. E’ girata di spalle e chinata, si vede solo il suo enorme culo. Allora io mi avvicino, e la prendo per il culo.

Come ho preso per il culo te, Bolero! Non era vera questa storia. Non te l'ha nemmeno raccontata Palizzi. È il testo dello spettacolo che...

(Lubitch prende un pennarello e scrive Benvenuti a Cagliari Partecipa)

6. Credo nella nutella
C'è mezzo quartiere qua dentro, famiglie con le figlie e i figli e gli amici dei figli. Lo Zero Club sembra un mercato coperto, un enorme box doccia, un campo da basket, c'è odore di palestra e di piscina e una luce a palla di specchi sul soffitto e un'altra luce, diffusa, bassa, sulle caviglie delle pattinatrici in mutande e reggiseno.
Nessuna sedia per sedersi, nessun divanetto.
Il silenzio è suonato dai pattini sul pavimento di gomma, le pattinatrici danno il benvenuto con sorrisi larghi e inchini formali. Bolero cerca riparo poggiandosi al muro, scivola, il muro è scivoloso, si guarda la mano coperta da una sostanza scura tipo nutella; avvicina il naso:
è nutella.
Arriva una pattinatrice.
Buonasera.
Sono Maura, leccatrice ufficiale.
Buonasera. Vorrei darle la mano signorina Maura, ma mi sono appena sporcato di nutella.
Sono qua apposta.
La pattinatrice gli prende la mano e inizia a leccarla: lecca le dita una ad una, Bolero sente la lingua calda e un fresco leggero quando lei si toglie il dito dalla bocca e lo allontana per vedere se è completamente pulito. Sorride.
Come si chiama?
Grigi Bolero.
Dove abita?
In via Cagna 12.
La pattinatrice toglie fuori un taccuino e una penna dalle mutande e ci scrive sopra nome e indirizzo.
Ecco fatto, signor Bolero.
Buon proseguimento.
Grazie, Maura.

Bolero la guarda allontanarsi sui pattini e fermarsi davanti a Gianni Pazzini del primo piano. C'è la moglie con lui, sembra divertita, poi Maura si mette a succhiare le dita del marito. E la signora Pazzini non ride più.

Come in un copione che non ha scritto nessuno, la sala si riempie. Si riempie e si divide a metà.
(mano destra)
Di qua ci sono gli sporchi. I muri di solito non sono coperti di nutella, e allora gli sporchi parlano, parlano della cosa: annacquano l'evento nel dialogo, per così dire. Parlano.
(mano sinistra)
E parlano tra di loro, dall'altra parte della sala, pure quelli che non si sono sporcati. Condividono lo scampato pericolo, i puliti. Lo esaltano nel dialogo, per così dire. Parlano.
È un muro intoccabile insormontabile, un muro che separa lo sporco dal pulito. La sala finisce di riempirsi e il muro si restringe, diventa fragile, un’idea, la divisione si disfa nella visione condivisa. Spalla contro spalla.
(le mani si toccano)
Preghiamo.
[Buju]


[c] liturgia eucaristica

7. Offertorio :: danza
[chitarra]
La signora Muscau odora di bagnoschiuma al sandalo, siamo vicini, non siamo mai stati tanto vicini: dovrei dirglielo? Buongiorno Signora Muscau. Sì, credo sia nutella. A lei le pattinatrici non hanno... Signora Muscau, io e lei non siamo mai stati così vicini. Mi piace sentire il suo odore, signora Muscau: il sandalo mi piace, anche il ciabattone mi piace, e i suoi piedi nelle scarpe viola, su su fino al collo, il tuo collo, Elena, lo leggo sulla buchetta il tuo nome sdrucciolo e lo mastico ed è dolce, dolce signora Muscau di cioccolato, io e lei non ci frequentiamo nonostante le nostre case siano attaccate. È normale secondo lei? Quelli dei piani di sotto si frequentano? Cosa abbiamo di diverso, noi due? Cosa abbiamo in comune? Forse dovrei chiederglielo.
[stop musica. Lubitch prende lo xylofono]

Perché ci hanno radunato tutti qua dentro? Mi chiede la signora Muscau.
È il progetto Amsicora di Cagliari Partecipa. Un progetto del Comune rivolto principalmente al nostro quartiere. Si sta divertendo?

8. Inizia a piovere dallo xylofono
Si alzano urla improvvise, mi ritrovo ad urlare anche io. Urla disumane riempiono la sala, insulti e bestemmie. Continua a cadere acqua dal soffitto, tantissima acqua. Una doccia collettiva. La massa di persone scivola in tutte le direzioni, compatta, come il ghiaccio sopra l’acciaio. Ancora urla, insulti e bestemmie. Siamo tutti fradici. Tutti: gli sporchi e i puliti, i vinti e i vincitori, i distribuiti e i distributori, gli alimentari e i famigliari, le madri, i padri, i presenti aggraziati e gli assenti ringraziati, modi, vestiti, collane, scarpe, in mano, capelli, bianchi, bagnati, piove, di colpo, smette di piovere.

[stop musica]

E mi ritrovo per terra dall’altra parte della sala. Una mano tesa si allunga verso di me. È la signora Wanda del secondo piano. Ha il viso macchiato di mascara e altri colori che prima erano il suo trucco. La sua faccia sembra una pizza.

[ukulele: Nobody knows you when you're down and out]

9. Lucepace
Si apre una porta dall’altra parte della sala, luce. Mi accodo alla fiumara di persone, obbligato a una direzione senza sapere dove verrò condotto: è da quando sono entrato qua dentro che mi sento così: costretto. Cammino, mi tolgo la giacca e cerco il verdino bagnato indosso alla signora Muscau, cammino sulle punte, danzo quando mi volto: teste su teste su teste, bagnate. Caro Enrico, ho fatto la doccia con la signora Muscau. È lì, tre teste più indietro, sporca e pulita d'acqua e nutella, cammina, camminano tutti, ecco un'altra cosa che abbiamo in comune, la doccia, signora Muscau, la doccia, la sua doccia segreta e le sue ciabatte invisibili, enormi, là fuori ad aspettarci. Oggi sono stato più fortunato del signor Muscau, se c'è un signor Muscau, se ci sono io, grazie tante Zero Club, ci mancano solo un paio di asciugamani per essere felici.
[scende l'ukulele]
Io e la signora Muscau guardiamo gli scaffali di questo armadio enorme, vuoto, e oltre la porta, verso la luce, nel cortile, ci sono quelli che si stanno asciugando.
Gli asciugamani sono finiti: non ce n'era per tutti. Non ce n'era per noi.

[stop musica. Lubitch si alza e inizia e va a prendere la nutella]

Io vado, dice la signora Muscau.
Così, senza asciugamano?

Accanto alla porta che dà sulla strada c'è un tavolino con un libro: ognuno di noi deve prenderne una copia. In copertina c'è la foto del nostro quartiere preso dall'alto. Riconosco il distributore di benzina. Il titolo del libro è: Una nuova tecnica di partecipazione.

(Lubitch è Il Distributore. Di nuovo)

10. Comunione
«La profonda crisi di legittimazione che ha progressivamente interessato gran parte delle società occidentali negli ultimi decenni ha inevitabilmente colpito gli enti istituzionali preposti alla gestione del territorio. Il divario creatosi tra la sfera tecnico–professionale e le comunità che vivono un determinato territorio può essere riconducibile alla sovrapposizione di competenze e poteri all’interno della classe politica (comunale, provinciale, regionale, nazionale, europea), e fra questa e la sfera tecnica. Inoltre vi è una incapacità di fondo delle istituzioni sia nel rappresentare efficacemente le necessità e le richieste della popolazione, sia nell’assicurare una fedele corrispondenza tra le politiche attuate e il soddisfacimento dell’interesse comune, in nome del quale si escludono di fatto i diretti interessati da ogni meccanismo decisionale, sottraendo loro il controllo su ambiti rilevanti della vita quotidiana e portando così ad una deresponsabilizzazione delle comunità tale da avvantaggiare soltanto gli interessi della classe dominante.
«La profonda crisi di legittimazione che ha progressivamente interessato gran parte delle società occidentali negli ultimi decenni ha inevitabilmente colpito gli enti istituzionali preposti alla gestione del territorio. Il divario creatosi tra la sfera tecnico–professionale e le comunità che vivono un determinato territorio può essere riconducibile alla sovrapposizione di competenze e poteri all’interno della classe politica (comunale, provinciale, regionale, nazionale, europea), e fra questa e la sfera tecnica. Inoltre vi è una incapacità di fondo delle istituzioni sia nel rappresentare efficacemente le necessità e le richieste della popolazione, sia nell’assicurare una fedele corrispondenza tra le politiche attuate e il soddisfacimento dell’interesse comune, in nome del quale si escludono di fatto i diretti interessati da ogni meccanismo decisionale, sottraendo loro il controllo su ambiti rilevanti della vita quotidiana e portando così ad una deresponsabilizzazione delle comunità tale da avvantaggiare soltanto gli interessi della classe dominante.
«La profonda crisi di legittimazione che ha progressivamente interessato gran parte delle società occidentali negli ultimi decenni ha inevitabilmente colpito gli enti istituzionali preposti alla gestione del territorio. Il divario creatosi tra la sfera tecnico–professionale e le comunità che vivono un determinato territorio può essere riconducibile alla sovrapposizione di competenze e poteri all’interno della classe politica (comunale, provinciale, regionale, nazionale, europea), e fra questa e la sfera tecnica. Inoltre vi è una incapacità di fondo delle istituzioni sia nel rappresentare efficacemente le necessità e le richieste della popolazione, sia nell’assicurare una fedele corrispondenza tra le politiche attuate e il soddisfacimento dell’interesse comune, in nome del quale si escludono di fatto i diretti interessati da ogni meccanismo decisionale, sottraendo loro il controllo su ambiti rilevanti della vita quotidiana e portando così ad una deresponsabilizzazione delle comunità tale da avvantaggiare soltanto gli interessi della classe dominante.»


[d] riti di conclusione

11. Avvisi
La signora Muscau riceve il lunedì, il martedì, il mercoledì dalle 17 alle 18.
I fatti narrati si svolsero di sabato. La signora Muscau non aprì la porta. E Grigi Bolero, risistematosi sul divano coi faretti puntati, riprese la lettura dove l'aveva interrotta.

12. Benedizione
Chiudo il libro e mi dirigo verso la porta d'ingresso, la apro, accendo la luce delle scale e fisso il portoncino della signora Muscau. Anche lei dopo la doccia si sarà sistemata sul divano a leggere il libro che ci hanno consegnato, in pigiama. Potremmo leggerlo assieme e commentarlo. Signora Muscau, lo sa che in India gli elefanti sono costretti ad andare in giro con una campana al collo? Come le pecore, sì, e gli elefanti non sopportano il suono delle campane. Lo chiamano il sasso nella pancia. Allora, di notte, gli elefanti indiani vanno a bere nel Fiume Santo e infilano la proboscide nell'acqua. Ma santa non è l'acqua, santo è il fango della riva melmosa che intasa la campana e la fa tacere. Il martelletto picchia sullo sporco e si sente solo silenzio.
Un silenzio che sbriciola il sasso nella pancia, signora Muscau.
Buonanotte.



Note e materiali

testo lettera del comune di cagliari
Gentile dott. Bolero,
al fine di promuovere la partecipazione fra i cittadini e il dialogo fra questi e le istituzioni, la invitiamo ad intervenire a Cagliari Partecipa - progetto Amsicora, dedicato esclusivamente al suo quartiere. L'incontro si terrà Sabato 5 Aprile alle ore 18.00 presso gli spazi dello Zero Club in Via Calamattia.
Si consiglia vivamente di non portare con sé alcun orologio.

 
< Prec.   Pros. >
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