Preludio
Drinnnnnnnnnnnnnnn.
Dreammmmmmmmm.
Suona la veglia.
Un rimorso di parole taciute spalanca un vacuo Buongiorno e ci si affranca dall’oblio estatico del sogno, ci si emancipa dalla muta parentesi onirica e si desta il simulacro di noi nella vitrea essenza corporea, disfatta dal cattivo sonno, sedotta da una primitiva fame.
Vile la pena, dopotutto.
Alzarsi, genuflettersi, redimersi, assolversi, piegarsi di nuovo. Abissi di luce, barbagli di nulla.
Cedevole assioma di falsa speranza.
Parossismo d’illusa ragione.
Aspirazione e spavento.
Mortificazione e resa.
Ben poca cosa è l’uomo, perché mai la sua storia dovrebbe essere migliore di chi la racconta?
Non c’è niente di più tedioso dell’egocentrismo dei mediocri.
La loro perseveranza ottusa è offensiva.
Ingombra gli orizzonti di dozzinali diapositive.
È un chiasso oltraggioso che tace musiche sublimi.
Idolatra di sé quest’essere inconsistente si presume gigante e precipita nel vuoto illudendosi di saper volare.
Se Dio è esistito si sarà presto suicidato.
Come avrebbe potuto, altrimenti, sopportare il quotidiano osceno spettacolo della sua squallida creazione?
E se Dio, per disumana debolezza, non si fosse ucciso, sarà senz’altro diventato un intransigente abortista.
Vile la pena, dopotutto.
Benvenuto immondo varcai l’imprudenza d’esistere con slancio neonato e in un gemito di lacrime esalai il mio primo respiro.
Appresi il monito dei grandi, l’altisonante anatema dogmatico, l’irresoluto assoluto: Croce e mestizia.
Testa china made in china.
Inchino.
Maninchino.
Contraffazione cerebrale, mistificante parodia di se stessi, attitudine all’adulazione, asociale ricatto del riscatto sociale, presa d’incoscienza, scienza della preda. Languivo in una cieca penombra, intravedevo cieli da segrete feritoie e, inconsapevolmente, aspiravo alla detenzione affinché il mistero dell’infinito non invadesse quell’eterea grazia, adombrandola attraverso la fatale incognita dell’essere. Essere reo o non essere reo?
Questo è il problema.
Amletilico vagheggiamento.
Io sono nato.
È quanto basta per essere colpevole.
Per colpevolizzare l’Essere.
Non sta a me, incompiuto pupazzo di carne e polvere, interrogarmi sulle ragioni che mi sradicarono dalla grazia primigenia dell’inesistenza.
Se si viene gettati all’inferno un’ancestrale vergogna ci sarà e la espiamo con il funesto succedersi dei giorni che fuggono altri giorni e che si consumano nelle attese di altri giorni che verranno e che, presto, ci diranno che i giorni passati, quelli spesi nella frenetica voracità di quelli che sarebbero venuti, sono stati i migliori.
E non l’abbiamo saputo.
Né preventivamente immaginato.
Ridatemi indietro tutto quello che non ho mai avuto: il mare dei miei dieci anni, l’abbacinante limbo in cui sprofondavo il mio ingenuo ottimismo, il giardino di gerani, le mani giganti di mio padre, i mille occhi della giovane madre, quelle inutili mattine di ritualità leggera, tempio del tedio, la notte smisurata (quanto era impenetrabile ed eterna la notte!), Vicentina e Zi Rosa, il campetto ed il mercatino, Testone e Rudi Voeller, e vi dirò qualcosa che non potrete capire. Ridatemi indietro addirittura Pasqualino che non giocava mai a pallone ma stava ore a guardare gli altri giocare.
Adesso Pasqualino avrà più di trent’anni.
Sono amaramente convinto che avrà ceduto alla tentazione di scendere in campo.
Che sbaglio, eh Pasqualino?
Che errore umiliante diventare grandi?
Ridatemi indietro il vecchio. Heilà nonno bellissimo, dove sei?
In quale frastuono di silenzio riposi?
Ridatemi indietro insomma.
Sono guasto.
Ridatemi indietro. Ridetemi dietro.
Leggere tra le righe appaiono danzanti epifanie d’orizzonti verticali che m’inabissano in placente di luce, riconsegnandomi al crepuscolo del tempo come feti coscienti innanzi alla verosimiglianza d’una realtà infanticida.
Io sono la desolazione di oggi.
Io sono questo baratro che sgorga nelle viscere maleodoranti liquami d’angoscia palpitante.
Io sono un rancore stuprato dalla voragine dell’Ora Perduta.
Io sono il disgustoso inferno che elemosina disprezzo al posto della repellente indifferenza.
Il terrore accade quando più nulla è in grado di terrorizzarti.
È lo sgomento del niente imminente.
Il niente imminente è la percezione che non si proverà più sgomento.
Io non provo sgomento.
Sento un delirio di voci lancinanti assediarmi la mente.
Lamenti assediano lancinanti deliri di voci mai sentite.
Io sono un uomo cieco che si è accecato ma continua a vedere.
Io sono un uomo paralizzato che si è gambizzato ma continua a camminare.
Questa è la mia dannazione.
Rapito dall’ombra, la tenebra mi offre scenari inesplorati che io non posso più attraversare.
Non perché cieco. Non perché paralizzato. Ma perché infelice.
Mettersi in gioco. Giocare a compromettersi. Omettersi in vendita. Trascurarsi.
Arsi tra scure fiammeggianti.
Lance di fuoco m’imposero ad un immobilismo infamante.
Distinguersi equivale ad estinguersi.
Il bagliore della trasognante età prematura corrotto dall’ostentato dispotismo penoso di chi non sapendo denigra.
Di chi denigra per la putrida mistificante grettezza di non sapere.
Tromba al loro tisico fiato.
Vanagloria da orchestrali.
Avevo innanzi un mare screziato che svisava la contingenza delle cose.
Il glauco abisso squarciava il cielo effimero, lacerava la scialbatura d’un volto sempre indistinto, fagocitava le attenzioni della mia inestinguibile fantasia, restituendomi alla verità d’un assoluto probabile.
Alla probabilità d’un Assoluto vero.
Ed erano viluppi di scialuppe, sviluppi di sciagure, chiasso di rombi, rombante chiassare, impeto di tuoni fulminavano il cielo in vortici luminescenti.
E ovunque pioggia.
Sottile, pulita, benaugurante.
Correre ai ripari al riparo dalla Corsa Maggiore.
Riparando al coperto mi sono trovato scoperto.
Mi sono strappato gli occhi e le gambe affinché, anche solo il presentimento d’una passeggera goccia, potesse restituirmi all’abbraccio antico dell’uragano provvidenziale.
Pantomima arida.
Nessuno sa chi sono.
Chi sono? Nessuno.
Un uomo che non ricorda.
Peggio, un uomo che ricorda d’aver dimenticato l’Essenziale.
Mi chiamo B. Non chiedetemi l’origine del mio nome. Perdereste tempo. Non c’è una ragione. Il cinismo di mio padre ed il sarcasmo di mia madre hanno generato quest’anagrafe bizzarra. Io mi sento decisamente sollevato. Quantomeno non avrò mai la tentazione del martirio masochista anelante alla rogna dei cieli. Un santo B sarebbe impensabile oltre che ridicolo. Ardo è il mio cognome. Anche qui, niente da dire. Questione di genealogie. Tutti mi chiamano Bardo perché sono un poeta e, per l’esattezza, uno scrittore di anatemi.
Il gelo dell’abisso di luce ha capovolto il cielo dell’abisso di luce.
Si sopravvive sempre in un baratro di sospesi illusionismi.
La Grazia è miope orgasmo di visione.
Divisione dal sé dalla messinscena del sé.
È cieco amplesso d’efferato bagliore.
La felicità è l’incanto abominevole dell’inconsapevolezza.
Si è felici quando non si apre gli occhi neanche una volta.
Quando si vive deliberando di non aprirli mai.
E si vagheggia nell’etere ostile bagnandosi di smisurato sole e scaldandosi d’abbacinante mare.
Gioco di prestigio. Prestigio del gioco.
Sarà magnifico. Sarà memorabile. Sarà indimenticabile. Sarà incredibile. Sarà sorprendente. Sarà stupefacente. Sarà figlio. Sarà padre. Sarà nipote. Sarà ricco. Sarà bello. Sarà figlia. Sarà madre. Sarà sposa. Sarà sana. Sarà intelligente. Sarà onesto. Sarà dolce. Sarà felice.
Futuro presente in ogni passato.
Passato presente in ogni futuro.
È stato vile. È stato falso. È stato terribile. È stato ipocrita. È stata offesa. È stata disperata. È stata tradita.
È stato d’assedio. Odio, inganno, rabbia, invidia, desolazione.
Ecco, si aprono i cocchi, si disvela il martirio, la debolezza del sangue, l’irrisorio passaggio che invigliacchisce i passi, immobilizza i piedi, aggredisce gli organi vitali, violenta le aspirazioni, dà corpo e voce all’evidente inutilità del corpo e della voce. È malattia.
È vecchiaia. È insonnia. È angoscia. È depressione. È morte. È vita.
È percezione della fine.
È la fine della percezione.
Il nostro è destino di feti. Divaghiamo in un antro ristretto, avvolti dall’amniotico miserabile silenzio. Ascoltiamo ma non possiamo vedere eppure crediamo di vedere e smettiamo di ascoltare. Con i pugnetti chiusi lamentiamo le nostre emergenze, rivendichiamo il nostro impercettibile esistere, pretendiamo d’essere riconosciuti. Bastano i resti nauseabondi di qualche intruglio masticato ad annichilirci nell’avvilente sonno dell’indifferenza. E presto ci si sgrava di noi. Si sviene al mondo. Finalmente vedenti ma inascoltati. Sfiatati. Correre a perdifiato fino all’ultimo respiro rimpiangendo dolorosamente sempre il primo. Una pellicola filmica prevedibile, d’un gretto umorismo, senza colpi di scena e feti speciali.
Io non rido.
Inorridisco.
La branda è fredda.
L’insidia d’uno spiffero offende l’efficienza delle serrate porte. Un gennaio inoltrato riposa nella mia stanza e con invadente indiscrezione viola il tepore rassicurante della letargica noia invernale.
Non mi alzo.
Naufrago sotto coperta.
Tormenta di neve.
Tormento di navi.
Si salpi chi può. Io m’arresto in alto mare. Resto.
Ho timore del timone. Sono timorato d’Addio.
Preferisco le scomparse alle comparse. Rovino affinché non mi trovino. L’ibernazione non mi spaventa.
Mi spaventano gli ibernati. Sono soli.
S’illudono d’essere soli.
Si scaldano facilmente e altrettanto facilmente ardono. Hanno l’ardire di ardere. Ardore di arditi. Incendiari di bordo. S’infuocano di grotteschi iperattivittimismi1. Rigare dritto. Rigore al rovescio. Roghi con deroghe. Gogna di vigogna. Ceppi purché s’inceppi. Sono soli lunatici. La terra frana, la natura squassa, l’alluvione seppellisce.
Gli incendiari ibernati, malgrado miseramente prossimi alla morte per implosione terrestre, continuano a portare acqua al loro mediocre mulino.
Fare la guerra ai mulini a vento è impossibile.
Ci sono troppi venti. Troppi mulini.
Nessuna guerra potrà mai essere giusta e, soprattutto, risolutiva.
Don Chisciotte si mette da parte.
S’apparta.
Si astiene dal parteggiare. Dal fare il tifo, il colera, la malaria.
S’isola.
Autentico sole che tramonta nell’Artico.
Si spegne agghiacciandosi. Piange la dipartita del suo creatore che ipotizzava eterno. Cervantes è definitivamente defunto.
Se la morte di Dio poteva essere tollerabile, questo lutto è insostenibile.
L’olocausto dell’Ultraterreno dissangua la divinità ma il genocidio dei poeti aliena l’umanità.
L’inesistenza dell’uomo è rivelazione più terribile dell’inesistenza di Dio.
Metastasi dell’ipostasi.
Agonia d’ogni cosmogonia.
Wow! È la fine del mondo: spettacolo lugubre, definitivo, irremissibile.
Tutto ha preso una brutta piega: chi spiega più la piaga? Chi ancora è in grado di mettere il dito putrido d’inchiostro nella piaga imputridita di sozzura?
Chi sa inoltrarsi nella cancrena paludosa, bagnarsi del vischioso catrame e saperne emergere alleggerito, contaminato ma incolpevole?
Dove sei ragazzo stanco che osservi da uno spiraglio la tua città e ne intravedi la prossima distruzione e ne suggerisci miraggi di redenzione?
Dove sei scrittore-profeta che con sottigliezza, disperazione, incanto, profondità, umorismo, facevi della tua arte un’arte indispensabile, una quotidiana imprescindibile necessità organica?
Bere, mangiare, amare, leggere, allora si, poteva significare essere uomini.
Chi sono oggi questi zampognari stonati che si millantano direttori d’orchestra? Appena alfabetizzati e credono che questo basti?
Sono ingenui, inconsapevoli o scaltri profittatori del disastro sociale?
In parole povere, in poche parole: parole vuote.
Consunzioni neorealistiche prive di sradicamenti epifanici, teratologie pruriginose per ragazzini sadici, morbosi voyeurismi, intrattenimenti volgari, sceneggiature cinematografiche vendute come avanguardia.
Non voglio saperne di quello che vedo.
Chi sa raccontare quello che non vedo? Chi osa?
Chiosa: la letteratura è piaga.
La grande letteratura è stimmate.
Epigoni, plagiari, seriali deuteragonisti.
L’imitata opera è sempre limitata.
Oltrepassare i limiti. Passare oltre. Varcare la frontiera. Sfrontati.
Non cercare appartenenze ma appartenere alla ricerca.
Totalmente.
Salvatori di patrie galere imprigionano la salvezza dell’espatrio.
Ci vuole sfratto per certe cose.
L’abilità è avere padronanza nella labilità.
Caracollare sul filo.
Sfilare caracollando.
Essere coscienti della propria incoscienza. Senza la congiunzione di questi presupposti o si è patetici esibizionisti o esacerbanti pedanti.
Si trova il Senso laddove si cerca l’Insensato.
E non c’è gloria, successo, trionfo.
C’è solo perdizione nell’angosciosa vacuità del vivere, nel significato disumano dell’umana insignificanza.
Battere il dente dove la lingua duole.
Mordersi le labbra e bere il proprio sangue per sentirsi vivere attraverso la propria mortalità.
Emanciparsi dalle mortificazioni dell’amicizia, dall’umiliazione della solitudine, dalle lusinghe artefatte dell’amore, dalle spire immobilizzanti della famiglia, dall’altezzosa indisponenza del proprio infimo arbitrio, dal paludoso dispotismo del potere, dal quotidiano squallido teatro del verminaio sociale, dall’idolatria di sé. Ombra.
Io sono un’ombra.
Intorno a me la mia zona d’ombra.
Buio pesto. Pesto il buio.
Cieco cammino.
Una scala m’impone di scendere.
Discendo dall’imposizione di uno scalo.
Gradino dopo gradino.
Degrado.
A zero gradi azzero i gradi.
Sono disertore di leva, militare di levasione.
Più corro il rischio di raschiare il fondo più vado a fondo.
Affondo.
Schermaglia della salute.
Mi libero finalmente. Mi libro finalmente.
Leggero finalmente. Leggo finalmente.
Se voi vedeste dove conduce la fremente mano che muove quest’anonima penna blu a nere incisioni.
Se voi vedeste la mia faccia scavata da un’infantile paura. Un volto sconvolto volto chissà dove.
Se voi vedeste i miei occhi da vecchio che non ricorda dove si trova e che si mortifica vergognandosi della sua umiliante dimenticanza.
Se voi vedeste questo corpo sfatto, disfatto, misfatto di nervi, abbracciato alla sua branda come fosse una reliquia, l’ultimo brandello d’un pianeta inghiottito o il primo di uno appena emerso. La solitudine del superstite non è dissimile da quella di Adamo. Entrambi sentono l’ingiustizia lacerante della sopravvivenza e si assolvono con la sacrilega presunzione d’onnipotenza.
Se voi vedeste questo prigioniero recluso nel concentramento del suo smisurato campo di giogo, senza scampo di gioco dal pericolo scampato.
Se voi vedeste questo ammasso organico gettato nel suo talamo gelido come se fosse vittima d’un efferato sequestro, voi non provereste solo una misericordiosa pietà.
Voi rimpiangereste d’essere uomini.
E perché persevero allora con la mania delle parole?
Non cerco compassione né comprensione perché, in fondo, sono la medesima cosa. Cerco la Ri-conoscenza: la nuova conoscenza.
Riconoscermi nuovamente.
Redimere la disperazione.
Aureolarla.
Sublimarla in stupefazione.
Edifico avveniristiche specchiere non per glorificare la mia mostruosa effige ma affinché qualche raggio possa rifrangersi e autunnare2 l’inverno della mia cella. Scrivo per scaldarmi.
Brucio parole.
Divampo pensieri.
Incendio vacui falò.
Infanzia: Repubblica di Falò.
Scherzo col fuoco.
Soffro sul fuoco.
Ustiono ingenue speranze.
Spero in ingenue ustioni.
Attivo il vulcano solo per assaporare il fascino spettacolare della mia distruzione. Lava.
Purificazione dalla propria impudicizia.
Lava.
Spogliazione dell’armatura.
Gendarme nudo: visione spettrale ma autentica.
Lava.
Espiazione dalla messinscena, fuga dalla centrifuga, fuga dai centri contaminati di fasulli orpelli verso la dignitosa povertà delle periferie.
Brace di ferro surriscalda il mio codice a sbarre, divampa la mia corte d’identità: il giullare, il servo, il signore.
L’uomo invisibile scoprendosi tale intuisce l’assoluta inutilità di nascondersi. Diventa protagonista di un film d’incandescenza.
Acqua che bolle, si butta giù la posta.
Nessuna interferenza tra noi e la nostra assenza.
Il fumo nuoce gravemente alla salita.
Il fine non è quello di spegnersi ma di farsi luce verso l’alto.
Farsi luce e disfarsi nella luce.
Di sfarzi vani e di farse in bilancio alleggerirsi.
Sedursi e non sedersi.
Alzarsi in piedi e battere le mani.
Dopo tante mani smettere di giocare e rendersi conto d’aver per l’ennesima volta perso tutto: tempo, illusioni, vita.
Un giocatore è recidivo.
L’azzardo istiga alla provocazione del dolo.
Dolo preso a nolo.
Passeggero solitario.
Gioco con le carte per ammazzare il tempo e lo spazio e la loro ipocrita verosimiglianza.
Verosimile ipocrisia.
Il parco giochi brucia: bruciano le montagne russe, brucia la ruota panoramica, brucia la nave dei pirati, brucia la giostra dei cavilli.
Brucia il trenino e lo zucchero affilato.
Bruciano i delfini ammaestrati.
Brucia l’imbonitore ed il pupazzo.
Bruciano i biliardi e le oche di gomma.
Brucia il mago ed il venditore ambulante.
S’incenerisce l’evanescente impalcatura millantatrice.
Dalla coltre di polvere s’indovina un solo baluardo dell’intrigante città appena disintegrata: il casinò, unico reduce dalla furia devastatrice.
Luogo di albe e di tramonti che non s’infinge per quello che non è.
Che non simula altri simili.
Castello di sabbia sospeso tra dolorosi epiloghi e nuovi principi.
Principianti a dirotto di fronte ad una scala irreale dove più si sale più vertiginosamente si precipita.
Eccola la mia via di fuga.
Il piano B.
Io B, ardo.
Bardo, piacere.
Buio.
All in.
Bluff.