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Million Dollar Baby
Scritto da Fabrizio Bolognesi   
martedì 01 marzo 2005

Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman
Produzione: USA, 2004
Durata: 137 min
Uscita in Italia: Febbraio 2005

…“Per vincere, certe volte bisogna arretrare… ma se arretri troppo non combatti”…
In questa massima pronunciata da Morgan Freeman sta tutta la filosofia della vita rappresentata nell’ultimo bellissimo film di Clint Eastwood.
Un film destinato a diventare un grande classico perché l’esplorazione dei sentimenti è l’unica materia che non passerà mai di moda.
Eastwood è ormai un vero maestro nel narrarci l’umanità dolente e rassegnata che però sa ancora lottare e sperare, che sa trasmetterci la rabbia, la malinconia, la solitudine che vengono spazzate via solo dalla forza dell’amore e dell’amicizia...
Lo sfondo della narrazione è la boxe femminile, un tema profondamente anticinematografico ma l’intreccio e lo sviluppo della storia avvincono immediatamente;. gli allenamenti e poi i combattimenti di Hilary Swank (Maggie Fitzgerald nel film, allenata dal trainer Clint Eastwood, prima restio poi dedito appassionatamente alla sua riuscita) sono trascinanti. La fatica, la brutalità, la finezza, la crudeltà, l’ebbrezza del pugilato emergono con un’immediatezza che emoziona. Rapidi, scorciati, funzionali allo sviluppo della storia eppure efficacissimi, i duelli sul ring sono la dimostrazione dello straordinario talento narrativo di Eastwood.
Il ring come parabola dell’umana, miserabile, mortale competizione; il pugile che vuole vivere, che gioca alla boxe, che respira forte e poi…la morte imposta, la più crudele delle ferite, l’oblio assoluto, la fine. Siamo dominati dal male e non c’è Dio (la chiesa del prete è sempre vuota) o animo gentile (Danger, l’aspirante pugile) che possa salvarci da quest’abisso; siamo noi gli interpreti di questo incontro di boxe, emozionante, intenso, pieno di insidie ma il vero protagonista è il Fato, forza incommensurabile e sconosciuta – a tutto e a tutti  superiore – .
Come foglie su un albero nel tardo autunno gli attori diretti da Eastwood attendono che il loro destino si compia e la loro grandezza non sta nel vincere o nel perdere ma accettare con silente disperazione ciò che la sorte ha riservato loro.
Storia asciutta, aggrappata ai tre protagonisti, che procedono a strappi. Con la rude semplicità e sincerità dei vinti, sempre agitati dall' ombra di una colpa passata e di un percorso incompiuto (l' occhio di Morgan Freeman, la figlia invisibile, l' incontro numero 109). Eastwood distilla tutto, asciuga e prosciuga, inietta disincanto nelle vene dei giovani passando per quelle dei vecchi. Ma, con uno scatto , ci atterrisce e porta il colpo alla pancia ( la nostra ).
Straordinarie le interpretazioni dei tre protagonisti sulle quali svetta di una intensità che abbaglia quella della Swank.
Notevole pure la qualità tecnica della pellicola: sottrazioni, tempi supercompressi., sagome illuminate a metà, violenza nei tagli di luce, in cui l'uso ossessivo del chiaroscuro richiama quella luce che i protagonisti possono solo intravedere per qualche istante nel buio delle loro vite dannate. Estetica da noir dell'anima direbbero alcuni cultori di certi film degli anni ’40.  Esibizione di cinema superbamente primordiale.
Clint Eastwood è, ormai, l’unico autore classico americano, che sa coniugare il genere con un forte assunto morale, l'ultimo narratore puro del cinema che sa fare a pezzi quel che resta del sogno con una semplicità di stile capace di approdare direttamente alla poesia più alta partendo dallo squallore della vita quotidiana.

 
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