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Il parco. Alle quattro e quindici, con i lampioni ancora accesi di un tiepido giallo, gli uccelli sugli alberi dormono. Come lo so è semplice. Il mio uomo è seduto sul lato opposto della strada. Di fronte alla mia finestra. Lo vedo bene perché è solo. Mi guarda dritto in faccia. Viene a toccarmi gli occhi alle quattro e quindici. Ogni giorno di ogni settimana di ogni mese di ogni strafottutissimo anno. È sempre stato così. Da millenni. Ho trentaquattro anni e so che quella panchina sotto la quale il mio uomo è seduto c’è sempre stata. L’ho vista in una foto del 1923. C’è sempre stata. Il parco si è fatto intorno a lei. A spirale. In quel parco ci giocavo. Ero piccolo. Otto anni. Forse. Potevano essere anche dodici o quattordici perché, non ricordo, è stato sempre uguale. Ne conosco i più minimi particolari. C’ho fatto perfino un nascondiglio dentro un tronco. C’è solo una macchinina. Trovata lì per caso. Proprio su quella panchina. Dei pompieri. Rossa. Con scala e pompe funzionanti. Non ci ho mai giocato. Il tronco è quello più vicino alla mia finestra. I rami alti raggiungono il terzo piano. E con un po’ di vento riescono a toccare il vetro. Ne basta pochissimo. Ma alle quattro e quindici. In estate. Non c’è vento. Solo occhi chiusi di uccelli. Solo odore di erba. E un uomo seduto sulla panchina di fronte, che guarda dentro la mia finestra. *** Caldo. Immobile. Il tempo di un caffè e di una sigaretta. Le quattro. *** Accende la fiamma a gas che getta un bagliore blu sul piano cottura e su mezzo braccio nudo. Un attimo dopo la caffettiera da tre, moka, spinge la fiamma appiattendola. Qualcuno afferra una sedia, la trascina sul pavimento, si siede. Il legno cigola leggermente. Foglie secche trascinate sotto le scarpe. C’è un tavolo nella stanza, proprio a fianco alla sedia che è rimasta vuota. Un piattino dai riflessi bianchi, gli si appoggia sopra una tazzina con un suono di ceramica laccata nel silenzio assordante. Qualcun altro si è svegliato. Una lama di luce da sotto la porta illumina parte delle pareti imbiancate di celeste. Tre dita. Indice, pollice e medio sollevano il coperchio della piccola moka e due occhi ci guardano dentro. Belli occhi. Tondi e castani tra lisce lunghe ciocche di capelli biondi. Un cucchiaino mescola il primo caffè schiumoso dentro la moka. Il collo, le guance, i lineamenti magri e delicati della mascella, del mento, le labbra disegnate dal blu della fiamma, il naso piccolo e dritto scolpisce un ombra morbida e nera sul muro e s’alza una nuvola grigia e capricciosa e profumata che scivola fino al soffitto seguita da un rumore come di bolle d’aria a pelo dell’acqua bollente della vasca piena, giocando ad immaginarsi il mare e di trovare un tesoro sul fondo. La fiamma si spegne e rimane un buio per un momento al sapore di caffè. I polmoni si aprono. Gli occhi si chiudono. E viene voglia di mangiare. «Riccardo prendi il caffè finché è caldo.» Una voce dall’interno della stanza illuminata. «Si mamma, arrivo!» La porta si apre e un vento di luce invade la stanza. «Il viaggio sarà lungo.» Ogni mattina mia madre mi svegliava così. *** Le quattro e dieci, quasi. La mia finestra sul parco è accesa. *** L’uomo che vedo avvicinarsi non so nemmeno se si avvicina talmente è lontano. Un puntino marrone al termine di viale San Paolo che spalanca la sua bocca allargandosi sul piazzale lastricato del parco. L’ombra che getta sull’asfalto perlato dalla luna non del tutto piena, scompare su quella delle case e ricompare ad intermittenza sugli incroci e sulle spaccature luminose dei lampioni appesi al cielo nero; con scarse stelle bianche messe a casaccio; si allunga sui muri, striscia sulle porte, graffia i cancelli e si frange moltiplicata in mezzo cerchio all’imbocco del piazzale. Il vetro della finestra riflette il mio viso che sembra stare sospeso a mezza lunghezza tra la mia stanza e quell’uomo. Poggia il braccio sullo schienale della panchina. Si siede. *** «Il viaggio sarà lungo.» Da Salvatore non volevo andarci. Quello che mi pesava di più è che dovevo andarci in treno. E questo mia madre lo sa. Il mio treno parte alle cinque e otto. Cammino veloce per arrivare in tempo. A volte corro. Senza caffè la mattina non riuscirei a stare nemmeno in piedi. Grazie mamma. La caffettiera per tre è tutta per me. Alle cinque e venti il treno è appena arrivato. Io alle cinque e otto. Ho attraversato il parco. Ho fatto tutto viale San Paolo che è in salita per millecinquecentotrentadue metri. Ho preso alla destra via Aurelio per trecentododici metri. Di nuovo a destra per via XXV Luglio e lì la stazione. Entro. Faccio il biglietto. 11000 mila lire. Mi siedo. Sono uscito di casa alle quattro e venti. Saluto Salvatore che mi aspetta alla porta. Mi sorride e entrando mi mette una mano sui capelli arruffandomeli. «Come stai Ricky? » con un immancabile, indimenticabile sorriso. «Bene. Un po’ stanco. Oggi li correggiamo i compiti?» «Non lo so. Non so se avremmo tempo. Abbiamo molte cose da fare oggi. Piuttosto. Ti sei messo i calzoncini corti nuovi stamattina. Fatti un po’ vedere.» «Si! Ti piacciono? Neri come la notte. Neri da non toccare. Sono nuovi!» «Va bene non li tocco.»- «Faccio il caffè che ne dici?» «No! Per favore non possiamo prima correggere i compiti?» «Ma dai! Gli correggiamo dopo. Tua madre mi ha chiamato. Puoi stare fino a sera. «Troveremo qualcosa da fare. Andrai in terza media. Non lo sai che in terza media vengono tutti promossi a prescindere?» Le ripetizioni finivano più o meno a questo punto. Sono a casa alle otto. Non sono stanco. Salvatore mi ha fatto riposare. Il suo letto è molto comodo. Ho dormito almeno tre ore. Le sue braccia mi scaldavano il petto. La luce che entrava dalla finestra. All’altezza del cuscino. L’odore delle sue labbra di caffè. Bagliori rossi formano chiaroscuri netti tra le sue dita. Ombre calme, quasi monotone mi tengono calda la pancia. Alle cinque era tutto finito. Le lacrime le asciugava ogni volta con un fazzoletto diverso. Di stoffa morbida. Quando ho finito allungo la mano e lo prende con due dita, mette sotto un accendino. Lo accendeva. Tra le fiamme il fazzoletto sparisce. Raccoglie quello che rimane in una ciotola e la scuote fuori dalla finestra. Al terzo piano la cenere si disperde. E prende qualche corrente invisibile e caotica che la inghiotte. Allunga la mano e mi porge i calzoncini. *** Il caffè che trovo a casa è dolcissimo. Dietro alla tazzina mia madre mi fa trovare una sorpresa. È un giocattolo. Sporgo il naso sulla tazzina. Il vapore caldo mi si appiccica dentro il naso insieme a zucchero in scioglimento. Quello che vedo è una macchinina rossa. La prendo e con un rumore di sedia sono già di sotto. Le scale le ho viste sfarfallare solo un momento. *** Sull’albero che sta sotto casa. Il mio albero. C’è una crepa. *** Mi siedo appoggiandoci le spalle contro. Guardo la macchinina rossa. Apro la scala. È lunga almeno due volte il mio dito medio. Di fianco c’è un bottone piccolo. Di gomma nera. Dalla parte opposta un tubicino di gomma grigia, come la scala. Premo il bottone. La guardo. La giro. Mi giro. Scompare dentro la crepa. *** Presi in mano il manico nero della caffettiera da tre, che mia madre mi faceva ogni giorno, in estate, prima di andare da Salvatore, per sbattergliela in testa. Ma non lo dissi mai. Colpì forte. La testa gli cadde nella vasca che mi preparava. Dovevo lavarmi. Spazzolarmi ogni piega che il mio corpo crea. Non morì per il colpo. Forse dal dispiacere. Ma sono convinto, ancora oggi, che era felice. Annegò senza fare nessuna opposizione. Con un suono sordo. Una moka gigante che si spegne. Corsi via. Via XXV luglio era stretta e corta. Le case alte. Nascondevano il cielo lasciandone una striscia. Il sole non toccava mai terra. Neppure adesso a mezzogiorno. Il vento mi soffiava nelle orecchie proveniente dritto verso di me mentre correvo su via Aurelio. Senza fermarmi svoltavo a sinistra in Viale San Paolo. Una domenica fantastica. Gli uccelli volavano da un albero all’altro, in gruppo. Altri si lisciavano le piume. E molti che mi lasciavo dietro planavano sulla strada per beccarsi le briciole. Finita viale San Paolo entravo nel parco lastricato. Allento il passo. Cerco con gli occhi una panchina. Ne trovo una di fronte a un albero. Poggio il braccio sullo schienale. Respiro veloce. Chiudo gli occhi. Gli apro. Un uccello plana dal cornicione più alto del palazzo di fronte e atterra sotto la panchina. Lo guardo muoversi tra le sbarre nere. E dormo. *** Mi sveglio. Stendo le gambe, inarco la schiena. Passo la mano destra sui capelli. Guardo l’orologio. Le quattro e quindici. Un caldo immobile rimbomba tra gli alberi. Avevo detto, il tempo di un caffè e di una sigaretta e invece mi sono addormentato prima di accenderla e prima di bere la mia tazzina da asporto fatta in casa: un bicchiere di carta involto nello scotex. I lampioni qui intorno gettano ombre tiepide tra le cose. Queste palle appese alla notte sembrano gialle strade aeree consumate. Anche le stelle sono un po’ smunte stagliate sopra al cornicione più alto di questo palazzo. Qualcuno è sveglio. Un rettangolo di luce riempie una finestra. Ci guardo attraverso. Non vedo nessuno. E non lo vedrò, la luce si è spenta. È stata una follia venire qui, dopo tanto tempo, ma non tornerò a casa, dopo tanta strada, prima di aver fatto ciò per cui sono venuto. Un respiro profondo e mi avvicino. Non è cambiato nulla. La vecchia crepa. Infilo il braccio. Tocco qualcosa. Faccio un po’ di fatica, mi sporgo ancora, vagolo con gli occhi nel nero, vedo una vecchia fotografia. Quella di mio padre. 1923. Il cappello. Dei baffetti felici. Il sorriso e gli occhi uguali ai miei: Sinceri. Portava le bretelle nere su una camicia rossa girata per le maniche oltre ai gomiti. I calzoni di velluto rigato. Le braccia di mia madre buttate intorno al collo. I cappelli biondi buttati su una spalla. Lui seduto, lei in piedi. Tra loro la panchina. Guardavano in alto. Verso la loro finestra. Io immaginavo di affacciarmici e di vederlo. Lì seduto. Lo aspettavo ogni giorno. Mi avrebbe riconosciuto subito. Ma io no. Lui non l’ho mai conosciuto. Cerco di sporgermi di più. Infilo tutta la testa e l’altro braccio. Sono finito dentro la crepa fino ai fianchi. Deve essere andata chissà dove. Muovo le mani e le braccia. Gli avrei presentato finalmente Salvatore, a lui non sarebbe dispiaciuto; e poi saremmo andati in fondo alla faccenda dell’assassinio di mia madre. Avremmo trovato l’uomo, l’avremmo portato davanti alla Giustizia. L’avremmo fatto condannare e avremmo chiesto il massimo della pena; poi usciti fieri dal tribunale ci saremmo fatti un caffè insieme agli avvocati. Cerco di allungarmi più in fondo. Poi la lettera. Ci dispiace comunicarLe che suo padre, dopo un grave incidente in fabbrica etc etc…sentite condoglianze etc etc… Mulberry Street 39, New York, United States, 1957. Ci sono dentro fino alle ginocchia. Proprio là doveva andare a ficcarsi. Tocco qualc *** Alle quattro e quindici, con i lampioni accesi di un tiepido giallo, gli uccelli sugli alberi dormono. Come lo so è semplice. Chiudo gli occhi. Buonanotte. |