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La civiltà dell'11 Settembre
Scritto da El Meschino   
martedì 04 gennaio 2005

Ancora una volta sono tutti davanti allo specchio: indaffarati, concentrati e attenti a rifarsi il trucco.
Indossano la maschera delle occasioni speciali, quelle occasioni in cui sono d’obbligo il vestito scuro e la faccia affranta e preoccupata, quelle circostanze che prevedono la stessa, vigliacca e ipocrita procedura.
Dal primo bagliore del mattino fino a tarda notte si agitano senza soluzione di continuità tra le radio, i giornali e le televisioni; schegge impazzite che sgomitano, strillano e piagnucolando si alternano nella solenne pratica del resoconto della giornata.
Giornalisti, esperti, politici e diplomatici sembrano vivere una sorta di primavera.
Fioccano le serate a tema, gli speciali del pre e post telegiornale, le rubriche di mezza sera e gli appelli disperati degli show man di turno, che con il fazzoletto in mano raccontano il dramma del giorno alla società..
Dopo l’America, dopo la Spagna anche l’Ossezia ha vissuto il suo 11 Settembre.
Una sorta di rituale post-moderno che ci si diverte a celebrare ogni qualvolta gli occhi sensibili e innocenti dell’Occidente vengono turbati da un’immagine stridente. Certamente stride, agli occhi di chiunque, la visione di centinaia di bambini la cui innocenza è stata brutalmente violata, certamente fa male sapere che lontano dai privilegi con cui si trastullano i custodi dell’Eden democratico, esistono scenari di disperazione e dolore autentici. Senza dubbio non lascia indifferenti sapere che lontano dal nostro mondo si può morire ingiustamente e senza motivo.
E’ però molto semplice tapparsi le orecchie per non ascoltare le ragioni di chi lotta e muore per una terra, per un ideale o semplicemente per far si che il proprio sacrificio possa costruire lentamente una speranza per il suo popolo.
Ci si ferma al superficiale, a ciò che emerge da questi oceani di dolore; non c’è tempo per scavare e sforzarsi di capire, bisogna fare presto, bisogna correre, ce lo ripetono in tutti i modi, dalla mobilità sul lavoro fino al pranzo veloce, dallo jogging di prima mattina alla palestra di fine giornata, è vietato avere tempi buchi. Chi si ferma corre il rischio di mandare in tilt un meccanismo perfettamente oleato, chi prova a rallentare costituisce una minaccia, una voce fuori dal coro che di questi tempi non può che rappresentare il nemico numero uno.
Il punto è proprio questo, chi prova a uscire dal coro, chi non ci sta a farsi metabolizzare passivamente viene dipinto come nemico di questa orrenda e tremendamente vuota civiltà, ci si cinge di assurde e futili comodità, di immortali e virtuosi principi, senza rendersi conto che sono proprio queste assurdità che, come fumo negli occhi, ci impediscono di osservare con il giusto distacco e l’opportuno senso critico il mondo in cui viviamo: generazioni intere cresciute e indottrinate dal verbo utilitarista, dalla logica del profitto e dalla congiura democratica sono ridotte ad atomi che freneticamente si muovono nelle gigantesche metropoli – centri nevralgici del sistema mondialista attraverso il quale il potere del denaro ha svuotato di significato la forza della politica – convinti di agire per il proprio bene, ma ignari di far parte di un disegno che tristemente combacia con la realtà di tutti i giorni.
Un impianto congegnato a regola d’arte, dove anche gli strumenti di informazione e la comunicazione mediatica si piegano alla logica perversa del divide et impera; una logica che permette di costruirsi un nemico per ogni occasione, dal terrorismo di matrice fondamentalista, alle crudeli dittature, dalle armi di distruzione di massa fino ad un più riduttivo “chi non è con noi, è contro di noi”. Bombardamenti mediatici senza filtro fanno da cornice ad immagini che nella realtà dei fatti parlerebbero molto meglio da sole.
Una sottile patina grigia nasconde sapientemente ciò che non deve essere visto, oscura chi non deve essere sentito e dipinge giorno dopo giorno una realtà parallela di comodo a chi pensa, agisce e costruisce per noi. Noi che non siamo più nemmeno ingranaggi di una macchina che oramai si muove in solitudine, verso mete e approdi che il  dio progresso ha scritto da tempo nella storia di questa civiltà vuota e vigliacca, una stirpe che a suon di bombe intelligenti, guerre lampo e sfruttamento delle risorse sta distruggendo la terra sotto i nostri piedi; piedi che, freneticamente si muovono alla ricerca di una felicità che non può essere acquistata nei centri commerciali, nelle banche o alla televisione, una felicità che è stata a lungo tempo nella nostre mani, prima che i sovvertitori dell’ordine decidessero di ascoltare la voce suadente e invitante del messia dei nostri giorni: quel progresso che lentamente ci ha svuotato fino a renderci atomi che senza meta si muovono nel mare magnum dei dogmi e delle quattro certezze che quotidianamente ci vengono ripetuti da chi, davanti ad uno specchio, prepara l’ennesima maschera con la quale disegnare la realtà apparente che senza indugio manderemo giù,  in religioso silenzio.

 
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