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Lezioni spirituali per giovani Samurai
Scritto da Giovanni Curreli   
venerdì 01 settembre 2006

Yukio Mishima, una vita al contrario
“Generalmente ci si dedica all’arte dopo aver vissuto”. Questo dovrebbe essere secondo lo stesso Mishima una regola non scritta del naturale andamento della vita di un artista. E’ infatti sull’esperienza personale vissuta, sulla sua interpretazione e sulla capacità di rielaborazione del proprio bagaglio che nascono le opere di un artista. In quest’ordine di idee sembra inserirsi anche l’inevitabile decorso della vita umana che, giunta nel periodo della senilità, è effettivamente più adatta alla contemplazione piuttosto che all’azione.
Non è questo il caso di Yukio Mishima (pseudonimo di Kimitaké Hirakea) che si dedica all’azione solo negli ultimi anni della sua breve ed intensa vita e dopo averci lasciato decine e decine di romanzi, opere teatrali e novelle.
Questo strano percorso che lo porta a diventare uomo d’azione, in un’età in cui gli slanci ideali suggeriti dalla gioventù avrebbero già dovuto aver terminato la loro influenza, è frutto della decisione maturata nel voler mantenere fede ad una promessa fatta. Mishima crede infatti che le sue continue battaglie culturali in difesa della tradizione Nipponica e la continua critica della società di massa, in cui il Giappone del dopoguerra si ritrova a vivere, siano nient’altro che una promessa da mantenere con un atto di volontà; Mishima crede fortemente nel gesto e ritiene “osceno” il sapere senza azione. Ed è anche per questo che l’evento conclusivo della sua vita sarà il suicidio nel rituale atto del seppuku dopo aver rivolto un “appello al risveglio” ad un migliaio di soldati fatti radunare nel piazzale antistante la caserma di Ichigaya, luogo teatro del rapimento del generale Masuda organizzato dallo scrittore e da altri quattro suoi epigoni. Un atto che racchiude nella sua spettacolarità la bellezza dell’atto eroico, nella sua tragicità la forte riaffermazione dell’identità contrapposta ad uno stile di vita decadente e sempre più orientato dall’“American way of life”, nella sua decisione la volontà di dare una chiusura coerente ad un’opera d’arte durata 45 anni.

Ferree regole tradizionali per trovare la vera libertà d’agire
Le “Lezioni spirituali per giovani Samurai” sono uno dei rari saggi di Mishima ma sono scritti con la consueta maestria di cui sono pervasi i suoi romanzi e, soprattutto nel terzo brano di questa raccolta “Introduzione alla filosofia dell’azione”, il gusto per l’estetica e il fascino della metafora prendono il sopravvento sulla freddezza dettata dalla necessità di porsi con maggior oggettività possibile che spesso domina scritti di questo genere. Approfondendo ciò che più specificatamente riguarda questa opera, si potrà notare come spesso il dover sottostare a delle rigide regole può essere visto come una limitazione della libertà individuale o ancora come un ostacolo all’espressione della propria personalità, e leggendo i titoli di alcuni capitoli in cui questo breve saggio è suddiviso, non si può che pensare ad una visione eccessivamente inquadrata della vita umana. Il galateo - sul pudore - sul rispetto degli anziani - l’abbigliamento - l’etichetta: questi sono solo alcuni dei titoli che paiono volersi porre con eccessiva rigidità nell’educazione di ogni uomo, eppure è proprio nell’ultimo di questi capitoli citati (l’etichetta) che scopriamo le vere intenzioni che spingono Mishima a scrivere un formulario dei precetti che ogni persona, a suo avviso, dovrebbe seguire per crescere o, utilizzando le parole che il Generale Nogi utilizzava per definire il bushido, “per avere spirito raffinato e perfetta condotta”.
Mishima crede infatti che la bellezza virile sia esaltata nell’ autocontrollo ma scrive anche: “Soprattutto colui che è ambizioso è invece tenuto a rispettare l’etichetta, più di chiunque altro; se lo farà, potrà persino esibirsi danzando nudo mentre beve il sake, essendosi ormai conquistata la fiducia dell’ interlocutore che giudicherà la sua danza come un atto estremamente spontaneo e rassicurante”. L’attenersi a delle regole è dunque ciò che serve all’uomo per mantenere la dignità e potersi porre con spontaneità: c’è la contrapposizione dell’importanza dell’“etichetta” alla schiavitù dell’immagine, malattia di cui le attuali società occidentali sono affette.

L’importanza dell’azione
Non è con la teoria che si fanno le rivoluzioni, o almeno non solo con essa. Atto conclusivo e decisivo dev’essere l’azione e Mishima quando parla d’azione sottintende militare. Egli considerava ormai prive di significato le parole per come con ipocrisia venivano utilizzate, le uniche in cui credeva erano quelle perfettamente false delle opere letterarie. Tutto è soggetto a facili fraintendimenti ed al giorno d’oggi, con le parole, è possibile considerare uomo d’azione “chi dal suo ufficio fa centoventi telefonate per vincere la concorrenza” o “colui che viene osannato perché aumenta i guadagni della propria azienda viaggiando nei Paesi sottosviluppati e truffandone gli abitanti”. Ed è contro questa decadenza che Mishima oppone la sua azione, non spiegabile con un semplice saggio (anche questo sembra essere uno dei motivi che giustifica le frequenti metafore utilizzate) ne con un fugace discorso, ed il suo “appello al risveglio” rivolto a tutta la nazione Giapponese non può che trovare la sua conclusione nell’atto estremo del suicidio, unico sistema per colpire con potenza l’immaginario collettivo.
Se poi l’impatto che questo evento suscitò negli stessi militari che ascoltarono il suo ultimo proclama non ebbe l’effetto desiderato anche questo rientra nel pensiero Mishimiano (nell’atto conclusivo del “Mare della fertilità”, forse il suo più grande capolavoro) e nell’ inganno che forse la sua stessa memoria gli ha giocato facendogli apparire così vicini un passato eroico e un amore per le tradizioni, valori che il resto del popolo sentiva, invece, così lontani.

 
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