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Quando io ed Ema ci mettemmo insieme eravamo appena sedicenni, allora ci portavamo addosso solo l’odore fresco e frizzante della nostra genuinità, del nostro raccontarci favole per rimanere nel gioco verde-arancio che avevamo inventato e ogni cosa era fatta per essere smontata e ricomposta come noi la volevamo vivere. Allora pensavo fosse facile amare, pensavo che venisse spontaneo, che i sacrifici non appartenessero a quella parte della vita e così sorridevo a tutto. Ero decisa a non farmi rubare neanche un pezzettino di quella serenità. Quale dolce frenesia può dare la superficialità e quale sublime ginnastica può essere l’incuranza e l’indolenza dei pensieri, il tornare ai nonsensi visionari dell’infanzia. Il nostro era il più idiota rapporto che si potesse immaginare. Viaggiavamo lungo un continuum che ad un estremo aveva la sensazione di soffocare se non stavamo insieme, ipercomprensione, ultrapercettività di ogni minimo stato d’animo, fino ad arrivare ad un insaziabile desiderio fisico. L’altro estremo, invece, più frequente ad essere sincera, era fatto di dispetti, gelosie, noiose discussioni su chi aveva mangiato più gelato dell’altro e soprattutto molta competizione. Io non piangevo mai di fronte ad un film come invece faceva lui e, mio Dio!, senza alcun criterio di selezione. Lui adorava, io mi appassionavo. Io rincorrevo i miei amori, le idee e i piccoli piaceri, lui li trovava in tutto, li trovava in una pizza, in un pallone, nelle coincidenze banali di ogni giorno e nelle cose grandi come un amore. Era un incredibile cacasotto, idealista e bacchettone che tentava disperatamente di rimorchiare le ragazze più belle, quelle col corpo perfetto, il trucco perfetto e il vestito perfetto. Ema è carino, quasi bello, di quella bellezza, però, che non viene fuori subito, è fatta di lineamenti armonici, di espressioni così eloquenti da togliere spazio alle parole, di occhi furbetti e di sorrisi decisamente emozionanti. E poi era diverso, era diverso perché aveva il coraggio di disattendere quel copione, quell’iter che avrebbe dovuto portare tutti allo stesso punto nello stesso momento. Il riuscire a scombinare, e senza paura, il giro lunghissimo che avrebbe dovuto farci arrivare alla maturità con tappe precostituite, letture precostituite, hobby, sentimenti, emozioni precostituite. Lui, sempre col suo ottimismo, lui, un incrocio tra Peter Pan e Pollyanna; io, invece, sono sempre distratta da qualcos’altro, sempre costantemente lontana, con altri pensieri. Una fata appassita, una bambina impertinente e pretenziosa. Vorrei avere la facilità di comunicazione di Emanuele, quel coraggio di essere sempre poco incazzato e sempre così poco sbagliato con gli altri. La cosa curiosa è che la mia mente continuamente cerca di immaginarmi senza di lui, è un tormento, so di non riuscirci neanche un secondo, so che mi mancherebbe l’aria, ma so che a volte lui mi toglie spazi importanti, piccole sensazioni, piccole disperazioni che è sempre pronto a guarirmi, colori che non riesce a vedere e che è inutile spiegargli, è sempre lì con cioccolatini e fiori per le mie indecisioni adolescenziali e ponti per le immense voragini che creo tra me e il mondo. Stupidaggini! Sarei dannatamente infelice senza di lui, è questo che mi uccide. Sarei dannatamente infelice senza il suo desiderio di possedere la felicità, a cui lui e solo lui, sa dare un nome, un sapore, un colore, che sa toccare con le mani aperte, intere, godendo di questa spensieratezza.
Mi sento impastata di dizionari e riassuntini, mi sento una stampante con l’inchiostro sbiadito, un refuso in un articolo da premio Pulizer, una dislessica che legge la Divina Commedia…un vampiro baciato dal sole. Mi capita spesso di avvertire una pallida nausea gelatinosa che mi si rigira nello stomaco. Sono un aspirapolvere, assorbo tutto l’umido delle guance degli altri e catturo nell’aria le angosce creando colori, con storielline e musichette che cerco di inventare. Non ho mai pensato di avere qualcosa in meno rispetto agli altri, penso, invece, di avere qualcosa in più, questa mia aura un po' molle e sfumata di miele, quest’aria vampiresca mi crea un personaggio addosso, un’identità un po’ sbiadita ed evanescente, una specie di arcobaleno che appare solo se ne ho voglia. E’ avvolgente il pensiero di potermi mascherare a piacimento di un languore palpabile, è avvolgente come se mi potessi rotolare in un cellofan e creare una barriera tra me e il resto della vita. Penso che Ema mi creda speciale, mi creda così perché così dev’essere…nient’altro. La verità è che ho troppa gente vicina, troppe persone che mi amano, troppi compiacimenti per essere speciale e per saper soffrire bene. E poi c’è Ema che non fa altro che amarmi e stordirmi di carezze e che riesce comunque a sconfiggere quell’ansia che ingombra la mia anima. Non mi è possibile dedicarmi a qualcosa di meno familiare del suo profumo, fradicia di amore e di guerra so solo ascoltare il silenzio immobile e pungente con cui mi chiede di tornare a vivere.
La vita scorreva cadenzata dalle solite cose: la scuola, il pranzo, i compiti e i soliti telefilm di preserata; a volte, poi, se restava tempo, c’era qualche signorina Holly Golightly in transito o le riflessioni di Silas Flannery su i suoi lettori invadenti. Niente di più insomma. Ema dopo pranzo si affacciava alla finestra, io mi sedevo spalle al muro e gambe incrociate sul balcone ed erano le prime chiacchiere annoiate della giornata. I martedì e i venerdì lui andava via subito. Correva veloce agli allenamenti e io rimanevo là, lo guardavo aprire la porta di casa, la mezza pedalata sul motorino per accenderlo, il suo sguardo in su come un saluto tacito e poi correva; il casco sotto braccio e la borsa fatta sempre troppo in fretta. Io che rimanevo con il libro di biologia sulle gambe a faccia in su verso il primo sole aspettavo la sera. E finalmente la sera. Di tutta un’intera giornata, quella mezz’ora prima di andare a dormire era la vita. Scendevamo in strada e camminavamo fin giù alla bombarda. Quasi senza accorgerci eravamo là ogni sera alla stessa ora. Non succedeva niente e non avevamo quasi niente da dirci e spesso ci fermavamo in piccoli rimbrotti e sbuffi di noia, ma Ema non conosce questa parola e ha sempre qualcosa da raccontare. Sembrava una vecchia nonna che inventa favole ai nipotini e tira fuori un mucchio di frasi strampalate, come una Mery Poppins senza borsa. Non sapevano stare insieme che così, ci riusciva male perfino sembrare una coppia, niente baci e tenerezze di fronte al romantico luccichio di luci e lune. No, noi giocavamo come due amici, come i due bambini che eravamo. La nostra sera era questa, come la nostra vita, complici di un’unione, di una sintesi irrevocabile. Però, ogni sera, tutte le sere della nostra vita, sapevamo comunque trovare quell’unico momento per ricordarci l’amore e lasciarlo lì sospeso per tutta la notte tra il mio e il suo portone, tra quei quindici passi troppe volte contati e incendiati. Un bacio solo, uno a sera, un regalo l’uno all’altra, perché a noi piacevano le cose preziose e le cose preziose non possono che avere il sapore di quel bacio, il sapore agrodolce di una piccola fine, del tempo che passerà perché io e lui diventassimo nuovamente noi. E il nostro bacio della buonanotte avrebbe svuotato un intero oceano, avrebbe solcato onde furiose e incenerito mondi: viveva. Rimaneva là palpabile per tutta una giornata, come se niente fosse trascorso, niente ci avesse interrotto, né la notte, né il sogno di volare via, né voci o altri occhi o ancora acciottolio di stoviglie, serrande che si alzano, bambini che piangono e libri e amici, palloni in rete o rabbia sputata. Era un bacio a sera, un bacio a prometterci di esserci e di averci ancora, di una scelta rinnovata o del calore e candore che a 16 anni ci si può scambiare senza neanche comprenderlo. Questo era il nostro stare insieme così impercettibile e così inevitabile al tempo stesso. A 16 anni la vita può essere un solo sguardo e ti basta così, passati gli anni, adesso, l’asciugarsi del mellifluo costruire emozioni può portare deserto e tristi cracker. Niente a che vedere col pane caldo comprato sulla strada del ritorno dal mare.
Ho vissuto una stagione in paradiso. Avevo sempre voglia di comprare quaderni, colori e matite, e poi spillavo, attaccavo e appuntavo tutto. Mettevo energia in qualunque cosa, niente mai lasciato al caso. Avevo voglia di uscire e, che strano, fu il primo inverno mite che io ricordi. E poi con Ema, con lui e con i suoi sorrisi, con lui con le sue stramberie appiccicose. Panini, luci, sigarette una dietro l’altra, gioie da masticare, sensi da calmare. Era tutto nuovo, sentivo una percezione diversa perfino di me stessa, quasi un’altra identità. Credo fosse tutto più evanescente del solito e il tempo era veloce, velocissimo, non ti spettava mai! Lui scopriva ogni giorno qualcosa di me che non conoscevo, mi insegnava a giocare col suo corpo. Sorrideva come un bambino, questa era la normalità, sì, i sorrisi di bimbo, poi però, qualche volta, il suo sguardo si faceva serio, duro, inaccessibile. Io ero assalita da un autentico terrore, una paura fredda che non aveva origine, senza senso….ma viva. Ma nelle giornate normali c’era il sole e tantissime risate, c’erano caramelle, risvegli colorati, colazioni al cioccolato e cd che giravano. Ogni cosa aveva un nuovo ordine, tutto quello che prima sembrava essere al mondo senza una sola ragione diventava indispensabile. Quell’inverno sembrò d’estate, e non solo per il sole. No, non credo fosse quello. Quell’inverno sembrò lungo e caldo, sembrò gli occhi aperti, i sogni. Sembrò programmi e finzione di capire la vita, sembrò quasi felicità, sembrò spensierata e oziosa vitalità. Non avevo dubbi sul fatto che saltare staccionate invisibili dando calci alla tristezza fosse l’unico modo per stare accanto ad Ema senza farsi del male o fargli del male. Ho sempre avuto paura di questo, far del male per troppo amore, lasciare poco spazio a idee o a dubbi così personali da non poter essere condivisi nemmeno con l’amore più grande. Oggi penso sia solo adolescenza, fisiologico passaggio, niente di più. L’amore che credevo, che sapevo, era cerimonia e ripetizione di cose astratte e gigantesche, ora l’amore è così vita, così materia, concretezza e banalità disilluse, è programmata lealtà, è essere in due per non essere soli. Forse ho misurato troppi cuori, forse ho rimpianti per non aver fermato quello che allora valeva. E poi Parigi, così inconsumabilmente bella, così commovente e gloriosa, lenta e furba, lasciva e seduttrice, una sciantosa ingioiellata che si fa dipingere, che si fa guardare, scrutare, frugare, che si fa pagare e scopare. Paris, mentre il mio amore affonda, Paris elegante e ribelle, capricciosa come il mio sentire, Paris e le sue brasserie nostalgiche mentre cado, mentre perdo, mentre balbetto e stringo i pugni, mentre conto i passi, i gradini, le parole, mentre è tutto nuovo e spalancato terrore. Avrebbe dovuto essere una vacanza breve, appena 15 giorni e invece furono 2 mesi, avrebbe dovuto essere una semplice vacanza studio, è invece fu solo studio, studio della mia incoscienza, delle mie paure sconfitte solo da pensieri leggeri, avrebbe dovuto essere anche un amore senza senso, un non amore, qualcosa per celebrare l’incantevole Parigi, chiuderla nei miei sensi, darle un profumo e un sapore, e invece fu amore folle, vero, audace, bagnato di perroquet e consumato tra un cafe e la Senna, strofinato, toccato, bruciato in baci lenti, un amore che riempiva le ansie, schiudeva porte, spingeva navi con soffi delicati e carezze profumate, un amore con gli occhi spalancati, un amore che sconfiggeva la miseria, la guerra, la cattiveria. Un amore che non aveva misure, un amore senza storia, senza tempo, un amore che soffriva il freddo e scintillava di gioia.
Ora di me e te ricordo più immagini che parole, un miliardo di immagini. Quando vivi così simbioticamente, quando respiri a tre cm per due decine d’anni le parole non hanno più un suono e tutto diventa colore. Saprei raccontarti in cento modi diversi e soprattutto raccontarci in cento modi diversi. Io ho le mani sempre macchiate d’inchiostro e a volte perfino il naso, tu hai un adesivo dell’uomo tigre sulla bmx bianca e rossa. Io ho un paio di jeans con i risvoltoni e una camicetta rosa con le maniche a palloncino, tu hai sempre le ginocchia sbucciate. Io ho un libro in mano, tu sempre un cd. Tu compri il mars, io l’ovetto kinder, io racconto storie tetre, gialli e streghe, tu hai la magia dell’umorismo, la forza di una risata, dell’autoironia e la gente che cambia e migliora se ti è vicino. Io ti amo perché manco di queste splendide ragioni che tu invece dici, tu mi ami per ogni mio sbuffo, capriccio, solitudine, centimetro di corpo e anima. E non mi ricordo se sono stata io o tu ad aprire questa nuova porta. Vorrei sapere se tutti gli orologi batteranno per sempre quel tempo o se quel tempo rimarrà incastrato tra la mia memoria e il mio cuore e non verrà mai fuori, perché il fuori rovinerebbe tutto, le cose non dette, quelle sospettate, quelle scorte appena in uno sguardo lungo e muto. Io non ho più la tua bellezza, quella leggera che rendeva speciale una partita a carte, quando sembrava noia e invece era tutto un tempo stupendo. E poi che serve che vengano fuori certe cose, le tue mani tra i miei capelli, la risata sgraziata di quel giorno, la rabbia di non essere creduti e il cammino silenzioso in un momento triste. Non serve dirti il male che fa guardare un mio gesto e ritrovarti, non serve neanche dirti la paura che tu mi credi diversa. Ho come l’impressione che non basterebbero decine di quaderni con la copertina blu a riaverti di nuovo per un solo istante. Vorrei ritrovarmi in quel tempo senza toccarlo o cambiarlo di un solo respiro, un solo battito di cuore e rivedermi al mare a leggere trovandoti una lacrima nel posto più nascosto che c’è. Vorrei, avrei voluto amarti tutti i giorni e tutte le cose e tutto lo spazio e tutte le vite che conosco come mi hai amato tu. Senza stanchezza e senza chiedersi cosa c’è più in là, senza pentirsi di essersi pentiti, senza alzare muri per il piacere di demolirli e a volte avrei voluto voltarmi a guardare cosa guardavi tu, chi guardavi tu. Ema, come si accende la play station? Come si programma il videoregistratore? Come si dice ti amo a chi ami? Come si scrive una lettera d’amore?
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