AdB

powered_by.png, 1 kB
Home arrow Scriptorium arrow Autoring
Autoring
Scritto da Tommaso Chimenti   
domenica 01 maggio 2005

Mi hanno abbandonato. Qui sul ciglio di questa strada grande e larga, un mare nero bollente d’asfalto. Siamo scesi tutti e quattro. Io volevo le caramelle, quelle con il mou, da ciucciare durante il viaggio che a me da sempre noia la macchina. Devo sempre avere qualcosa in bocca e quando non ce l’ho mi mangio le unghie. E devo anche guardare in continuazione la strada sennò mi viene il mal di testa e di pancia e poi va a finire che vomito oppure dico di accostare, mi aprono scocciati la portiera dietro in un’area di servizio, prendo un po’ d’aria e poi ripartiamo. Faccio ritardare sempre l’arrivo. Con i denti mi mangiucchio le unghie fino al sangue. Mi dicono che faccio schifo. Hanno ragione. Anche quando gioco a calcio e la palla mi passa anche a pochi centimetri se non ho finito il lavoro sull’indice o sul pollice non posso muovermi, sono ipnotizzato. I compagni a volte urlano, io li lascio dire. A volte mi arrabbio e faccio a botte negli spogliatoi. Non sono un colosso ma mi faccio rispettare. Devo tirare fuori le unghie, che ormai non ho più. A volte mi fa male la punta delle dita soltanto a tenere la penna o il lapis a scuola. Io odio disegno. Cioè disegno con la riga e le squadre, tutti precisi, io invece sono per i segni tutti storti, curve e scarabocchi di quelli che non ci si capisce niente e soltanto io ci vedo qualcosa. Non so mai cosa disegnerò prima di farlo.

Mi hanno abbandonato, ora ne sono sicuro. Mia sorella frignava, la mamma era con lei, il babbo alla guida, serio come sempre. Gli occhiali scuri. Ha soltanto detto: “Fate presto, c’è traffico”. E’ rimasto al suo posto a guardare avanti. Lui guarda sempre avanti e se per caso ti guarda negli occhi sono guai. Ho imparato a non guardare nessuno negli occhi. Mi sembra quasi un affronto, un voler menare le mani. A volte non mi controllo e rompo quel che ho in mano in quel momento: un giocattolo, una penna. Anche una cosa che mi piace molto, la distruggo per vedere se le volevo così bene, se la rimpiangerò, se mi mancherà. Mi piace essere nostalgico, mi piace pensare che piangerò quando poi non lo farò. Insomma loro due sono andate al bagno. I bagni degli autogrill mi fanno davvero schifo. Non vorrei toccare niente nemmeno la porta per entrare. C’è puzzo lì dentro. Le maniglie sembrano tutte bagnaticce e nell’aria c’è un tanfo che mi fa vomitare. Ci vado proprio quando non ne posso più. Al mio ritorno in macchina mi chiedono sempre: “Ti sei lavato le mani”, “Si”, “Hai toccato qualcosa?”, “No”, “Qualcuno ti ha importunato?”, “No”. E ripartiamo. So tutte le risposte giuste che vogliono, sono al sicuro. A me non piacciono le sorprese. Le sorprese portano guai.

Ma stavolta mi hanno abbandonato sul serio. Loro due in bagno, l’altro che controllava qualcosa sul cruscotto, forse la polvere, il livello dell’olio, la strada da fare. Faceva caldo. “Vado in bagno anch’io”. Nessuno ha alzato la testa. Forse non mi ha sentito. Apro lo sportello. “Stai attento! Hai controllato che non ci fosse nessuno? E se colpivi qualcuno?”. Aprivo sempre troppo forte lo sportello della macchina. Era troppo pesante non ce la facevo mai al primo colpo e quindi dovevo usare tutta la forza che avevo. Dopotutto ho otto anni, non mi piace la matematica e adoro le braciole fritte. Dopo pranzo Happy days. Sogno di avere un giorno una macchina lunga come quelle, senza tettino dove posso salirci anche con le scarpe con il fango e nessuno mi dice di stare attento e di pulirmele e non voglio neanche aprire lo sportello per entrare ma voglio saltare da sopra, così. Mi sono avviato al bagno. Forse erano le tre del pomeriggio. Dopo aver fatto pipì mi sarebbero andati tanto i grisbì alla nocciola. La mamma lo sapeva, speriamo che me li fa trovare in macchina quando torno. Il cesso è uguale a tutti gli altri autogrill. Una luce strana dal soffitto quasi mi acceca quando entro. Mi fa anche freddo qui sotto. La signora grassa con gli spiccioli davanti seduta su un banchino come noi a scuola, suda e si asciuga con un fazzoletto grinzoso. Mi fa schifo anche lei, tutto il giorno qui sotto a contare monetine puzzolenti. Forse dopo aver toccato i soldi si mette anche le dita in bocca. Non posso nemmeno pensarci. La guardo male quando apro la porta.
Se ne accorge e mi fa un sorriso. Le manca anche qualche dente. Forse è una strega e non sono in un bagno sull’autostrada. Forse sono svenuto, mi ha fatto male la macchina, ho vomitato e sono svenuto, ecco, forse è andata proprio così. Spingo forte la porta di legno colorata di rosso, sembra quella del Mc Donald. A me piacciono i cheeseburger ma li mangio solo una volta al mese sennò mi fanno male almeno così ha detto una dottoressa amica della mamma. La mamma è buona, mi dà baci e carezze anche se a volte faccio arrabbiare anche lei. Poi facciamo pace. Quando torno da catechismo mi prepara due fette di pane con la nutella ed un bicchiere di latte freddo. Mi piace quando mi fa freddo d’inverno. Vado subito al riscaldamento e mi accuccio con la schiena giù per terra fin quando non mi va a fuoco. Nutella, latte, la mamma ed il salotto di casa mia. E’ così che vorrei la vita. Tutta la vita: io, la nutella, la mamma e se poi manca il latte vabbè ne farò a meno.

Ma mi hanno abbandonato. Forse il salotto con il divano grande di pelle beige e la lampada che scende giù grande ed il tappeto dove si può stare anche scalzi che tanto non succede nulla e la televisione e la libreria dove prendo sempre i Quindici, forse non li rivedrò più. Adesso mi spiace di più per i Grisbì che la mamma quasi certamente mi aveva comprato. Qui fuori fa caldo ed appena esco dal cesso piscioso con la vecchia col grembiule blu da bidella quasi vengo abbagliato. Ci sono tante macchine qui fuori. Gente in piedi che si sgranchise le gambe, c’è anche chi fuma, anche se a me hanno sempre detto che il fumo fa male. Alcuni bambini giocano accanto ai papà. Non vedo il mio. Cioè non vedo il suo profilo duro che guarda stanco e deciso il nulla davanti a sé. Avrò fatto tardi. Non sono stato poi così tanto giù nel gabinetto. Non mi sono neanche lavato le mani, il lavabo era troppo alto. Alla domanda appena entrato in macchina avrei mentito, “Ti sei lavato le mani?” mi avrebbero detto dallo specchietto retrovisore, “Si” senza neanche alzare la testa, avrei risposto.
Guardo le macchine in giro, alcune hanno il motore acceso ed il fumo esce. Non bisogna respirare il fumo che esce dal tubo di scappamento delle auto perché fa male. Ce lo hanno detto a scuola e quando si è nel traffico bisogna chiudere i finestrini e se si va in bici in città bisogna stare sulla destra e cercare di respirare con il naso e mai con la bocca. Quel fumo nero va diritto nei polmoni e fa tossire. E’ per questo che da grande non fumerò, non voglio essere un tubo di scappamento.
Ci sono macchine scure e anche colorate. A me piacciono quelle colorate. Mi piace il giallo ma auto gialle non le ho mai viste, forse in qualche telefilm ma dal vivo mai. In mancanza di auto gialle preferisco le auto rosse e nell’Ispettore Derrick ci sono sempre macchine rosse. Lo guardo insieme a mia nonna, la sera. A tutti e due ci piace la sigletta iniziale e finale, che poi è la stessa.
In mezzo allo spiazzo di cemento ci sono quattro pompe di benzina. Sarebbe bello fare il benzinaio. Ti danno i soldi, metti la benzina, pulisci il vetro, metti l’olio. E’ facile, stai all’aria aperta, vedi un sacco di persone. Però non parli veramente mai con nessuno e sudi e stai tutto il giorno in piedi. Mio padre dice che è pericoloso perché a volte ti rapinano. E’ successo poco tempo fa. A volte ti sparano anche. Bisogna stare attenti a fare i benzinai. Quando ti danno il resto hanno un sacco di banconote in mano, ma il mio babbo mi ha detto che non sono tutti soldi loro perché la benzina che mettono nelle auto anche loro la devono comprare da qualcun altro. Il mio babbo sa tante cose e a volte me le dice. Da grande voglio essere come lui ma meno arrabbiato.

Abbandonato. Mi siedo davanti al supermarket. La porta alle mie spalle fa din don ogni volta che qualcuno entra o esce. Io li guardo in faccia sperando di trovare qualcun altro che è stato abbandonato lì e fare due chiacchiere. Non ho paura degli sconosciuti. Anzi faccio sempre volentieri due parole. Io la gente buona la so riconoscere, la guardo negli occhi e se mi fido ci parlo. Mi hanno detto di non prendere nessuna caramella dagli sconosciuti né di salire in macchina di qualcuno che non sia il babbo o un parente o un amico di famiglia. Non sono mai salito in macchina di nessuno, io vado a piedi o in bicicletta, ma qualche caramella o gomma quella si l’ho presa più di una volta. L’asfalto sotto il mio sedere è rovente ma ci sto bene appollaiato come il gufo che la notte sull’albero nel giardino della casa dei nonni al mare urla il suo dolore, la sua gioia di vivere. Chissà se i gufi lasciano in giro i loro pulcini. Chissà se i piccoli gufi si chiamano pulcini o gufini. Quando trovo qualcuno glielo chiedo. Ho i pantaloncini corti e le scarpe da ginnastica ben allacciate. A me piacciono le cose strette, le cose certe e nette, decise, bianco e nero. Solo io posso essere sfumato. Le scarpe sono nere ed anche i lacci sono neri, invece i calzini sono grigi e corti. Mi sento bene con queste ai piedi, sento di poter fare tutto, camminare, correre, saltare tanto non si rovinano, non si sformano, non si sciupano. Mi puzzano soltanto un po’ i piedi. Non sopporto tanto lavarmi i piedi nel bidè. Si bagna per terra e poi bisogna asciugare, tanto vale farsi la doccia. A me non piace neanche pulirmi le orecchie, gli stecchini con il cotone in cima mi fanno male. Adoro invece la mamma quando mi asciuga con il phon i capelli. Chiudiamo la porta e siamo soli, io lei ed il calorerumore dell’asciugatore. Più rumore fa e meglio è. Sembra una cascata, un aereo in decollo, una padella che frigge, una caffettiera. La mamma mi asciuga piano, il babbo forte, ma è il suo modo di voler bene, dice lei sorridendo e carezzandomi. Io ci credo. Io di lei mi fido.

Solo e abbandonato e neanche con la mia maglietta preferita ma con una qualsiasi, una di quelle che te le metti e sai che qualcosa andrà storto. Io vorrei sempre mettermi la maglia nera con la scritta bianca, mentre il mio maglione preferito è quello a righe grosse orizzontali blu e celesti e sopra ricamato il mio nome. Con quello mi sembra che gli altri mi riconoscano, che già sappiano chi sono, che già siamo amici senza presentarsi, che già possiamo giocare insieme. Ho addosso invece quella con dei disegni strani, per me sono indiani ma mi hanno detto tutti che sono di fantascienza. Non mi piace essere contraddetto anche se non sto troppo a discutere. Rimango della mia idea, tanto la maglia è mia. Più che disegni però sono segni astratti e a guardarla bene mi fa anche un po’ paura. Me la metto soltanto perché portandola non riesco a vederla. Mi sta anche un po’ larga, mi fa da gonna. Ho i capelli corti e le braccia raccolte sulle ginocchia, sono ossuto e nelle foto vengo sempre con gli occhi strizzati che sembro scemo o cinese. Non vengo bene nelle fotografie. Potremmo farne una con il sole alle spalle, la foto verrebbe male ma io non avrei quell’espressione imbecille da punto interrogativo stampato sulla faccia. Mi piacciono solo le foto dove sono venuto bene. Oppure quelle senza nessuno, solo monumenti o statue che almeno non muoiono, non cambiano. Mi fanno paura i cambiamenti. Ma qui all’autogrill non ho paura. Il sole mi riscalda, è pomeriggio, è estate. Appena si accorgono che manco sul sedile posteriore fanno marcia indietro, mi sgridano, mi abbracciano ed io risalgo dietro, guardo la strada, ciuccio un limone, conto le macchine, le divido per colore, provincia, perdo il conteggio e ricomincio, sogno di avere una motocicletta e fare a zig zag tra le linee segmentate centrali fin quando non mi si storcono gli occhi, li faccio fermare un paio di volte, li sento dire “Sbrigati, che c’è traffico e non arriviamo più”. Ora arrivano. Me lo sento.

Sudo. Oltre a sentirmi abbandonato, forse lo sono proprio. Non ho l’orologio ma mi sembra un’eternità che sono qui seduto sul marciapiede nero. Non mi sono alzato per paura che arrivassero e ripartissero senza vedermi. Ho sete e mi scappa di andare in bagno ma io non mi muovo. Mi scoppierà la vescica ma quando arriveranno mi troveranno qui con gli occhi chiusi dal sole e le gambe rattrappite, le braccia infuocate. Poi mi abbracceranno. La mamma sarà preoccupata, il babbo mi sgriderà ma lui fa così perché mi vuole bene. Lo so me lo ha detto la mamma. Mi sa che i grisbì saranno già finiti. Li avrà mangiati Giulia. A lei non fa male la macchina, lei non da noia, lei non viene mai sgridata. Lei è più piccola. Lei è carina e non rompe mai niente in casa, gioca tranquilla e fa i compiti in silenzio. Lei non rompe né si sporca i vestiti. Quando arriveranno Giulia dormirà dietro tra le briciole. Anche senza biscotti sarò contento di vederli, sarò contento se il babbo mi guarderà male, sarò felice di vedere la mamma con le lacrime agli occhi, vuol dire che mi vuole bene, lei dimostra così. Io mi sento più simile alla mamma. Sorriderò e farò la faccia dispiaciuta, terrò la testa china in attesa della punizione, forse mi sono allontanato troppo, forse sono stato troppo tempo in bagno, forse mi sarò imbambolato a guardare qualche vetrina e loro sono stati tutto il tempo in apprensione per me, forse hanno pensato che mi hanno rapito. Ma stasera sarò a letto in campeggio nella mia roulotte celeste e sarò stanco e quindi dormirò e domattina faremo colazione con il caffellatte e il pane e nutella e poi andremo sulla spiaggia, giocherò con la rena e poi farò il bagno e tutto sarà a posto.

Ma la mamma non arriva. Scruto ogni macchina, i suoi abitanti. Non c’è nessuno con il profilo duro che scruta l’orizzonte come marinaio, nessuna donna che scende trafelata con le mani nei capelli e corre verso di me. Intanto è sceso il buio. Ho freddo, sento i brividi sulle braccia. Nessuno si è fermato a chiedermi se avevo fame, paura o se mi ero perso. Non mi sono mosso di un centimetro. Forse avrò anche dormito con la testa in mezzo alle gambe. Sarò sembrato uno di quei bambini tutti sporchi che fanno l’elemosina davanti alla chiesa dove abita Francesco, il mio compagno di banco. Sono sempre lì che gironzolano, che ti chiedono soldi, che parlano male l’italiano, tutti sudici. Loro non vanno a scuola e non fanno i compiti, stanno sempre in mezzo alla strada a giocare, senza scarpe a correre e non si ammalano mai. Forse le centinaia di persone che sono arrivate a fare il pieno alla macchina o a comprare le sigarette o i biscotti ai bambini o i leccalecca o il giornale hanno pensato che ero uno di quei bambini zozzi. Ho mal di pancia, il cavallo dei pantaloni è tutto bagnato, sento l’odore che arriva dalle mutande fradice. Adesso sembro proprio uno zingaro. Ho i capelli appiccicati alle tempie ed ho tanta sete. Le luci delle macchine sfrecciano sulla strada grande e larga, tremo dal freddo. La porta dietro di me si apre e si chiude. Qualcuno ride, qualcuno sbuffa, altri si sistemano i pantaloni. Il mio orizzonte è il marciapiede, le mie orecchie captano i suoni, la vista dei piedi che salgono il gradino, che scendono lo scalino. Ora mi addormento e quando mi risveglio sono al mare. Tanto lo so che è un sogno. Arriveranno e mi porteranno via. Sento l’odore della mamma, la sua gonna a fiori che svolazza mentre corre a prendermi in braccio, i suoi baci al sapone di Marsiglia, il sorriso largo, i capelli nocciola, il mio gusto preferito di gelato. Voglio perdermi altre cento volte per la soddisfazione dell’abbraccio della mamma che mi stringerà fino a farmi male e voglio cento punizioni dal babbo e cento sere senza cena, cento sgridate, anche cento schiaffi. Si, è colpa mia. Non sono stato bravo, mi avevano detto di metterci poco tempo ed io invece sono stato un’eternità in bagno. Ma mi saprò far perdonare. Sarò buono e righerò dritto, non avranno più niente da ridire di me, sarò un figlio modello.

Abbandonato, sono un fagotto nero nel buio di questo autogrill. Sono confuso nel nulla, stretto tra due macchine che mi hanno parcheggiato davanti. Forse non mi hanno nemmeno visto. Non ho preso nessun passaggio da nessuno, non ho mangiato nessuna caramella da uno sconosciuto. Sono stato bravo, sono stato alle regole. Non so che ore sono. Ho le scarpe slacciate. Mi si chiudono gli occhi ma devo essere pronto quando i fari del babbo illumineranno in questa direzione, devo scattare in piedi immediatamente, lui non ammette ritardi, lui non vuole fare tardi, lui non vuole rimanere imbottigliato nel traffico. Ora arrivano, ora arrivano, ora arrivano.

 
< Prec.   Pros. >
OOPS. Your Flash player is missing or outdated.Click here to update your player so you can see this content.

Articoli correlati

© 2012 Centro Studi Opìfice
Joomla! è un software libero realizzato sotto licenza GNU/GPL..