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Edo
Scritto da Fabio Medda   
venerdì 01 aprile 2005

Certo, non fu facile convincere Edo a seguirmi fino a S. Pietro di Sorres. Ricordo le sue riserve, le sue mille domande per dissuadermi più che per convincersi. Non capiva la mia esigenza di silenzio, la presa di distanza da un mondo in cui mi riconoscevo sempre meno. E, soprattutto, non capiva perché dovesse essere proprio lui a condividere questa mia apparente impazienza di invecchiare. Eppure, alla fine, a trascorrere il fine settimana in quella abbazia mi accompagnò. Ricordo con precisione il momento in cui la mia opera di convincimento, dopo tante resistenze, trovò improvvisamente la strada in discesa.Si discuteva, una sera di giugno, a casa sua. “Edo, ma come fai a non accorgerti che stiamo perdendo il nostro epicentro, viviamo i desideri di altri, seguiamo spesso comete sbagliate? Sinceramente, adesso dimmi: la vita che conduci è la tua o quella che ti hanno costruito attorno gli spot pubblicitari? Hai ben chiaro perché ti comporti in un modo piuttosto che in un altro? Sei sicuro della paternità delle scelte che fai? Io purtroppo no. Credo di aver bisogno di silenzio intorno a me per riappropriarmi delle facoltà di pensiero e di parola. Ho bisogno di perdere l’orologio, ho bisogno di guardare un film in bianco e nero perché sento che questi colori mi stanno ingannando. Se la TV di oggi ha le squallide sembianze del Grande Fratello, almeno per qualche giorno voglio dimenticarmi cos’è la TV. Ho bisogno di alzare gli occhi, Edo, e vedere solidi muri di pietra, alberi secolari, qualcosa che abbia sconfitto le mode. Ho bisogno di ritrovare il piacere di bere un semplicissimo bicchiere d’acqua, non queste aranciate. E voglio sentire la musica che sa ancora di legno, non i suoni campionati di un computer.”Mi guardò con diffidenza. Non rispose. Avevo colpito nel segno.C’è un argomento che gli è sempre stato particolarmente a cuore: la musica. Non lo avevo richiamato per caso. Si alzò dal divano e, continuando a lanciarmi brevi occhiate di finta ostilità, si diresse verso il pianoforte. Lo aprì, si adagiò sullo sgabello e chiuse gli occhi. Le dita scivolarono sui tasti lasciando cadere sui nostri pensieri alcune note. Una melodia conosciuta, forse Bach, sfiorata, accennata e poi ritrattata, sfigurata. Era il suo modo di entrare in contatto con la musica. Si accese una sigaretta, la poggiò sulla conchiglia che usava come posacenere. Edo non fumava, sapevo che la sigaretta si sarebbe lentamente trasformata in una colonnina di cenere, indisturbata, come una bacchetta d’incenso. Le dita, nel frattempo, erano passate con proditoria leggerezza da Bach a Thelonious Monk. La musica somigliava sempre più ad un treno con i vagoni sganciati. Talvolta anche molto distanti tra loro. Però il treno viaggiava, eccome se viaggiava. Il piccolo busto di Giuseppe Verdi, al centro del pianoforte verticale, osservava severo gli occhi chiusi di Edo, infastidito appena dal fumo dell’inutile sigaretta. Improvvisamente, le note di “Crepuscule with Nellie” si diradarono talmente da evaporare. Edo, riaperti gli occhi, chiuse la tastiera e restò con la testa china per un paio di secondi. Poi rientrò in sé. Si voltò e disse: “Sei proprio un rompiballe. Chissà se là c’è un pianoforte…”. Era il suo modo di dirmi che sarebbe venuto.Partimmo due giorni dopo, all’alba per arrivare a Sorres prima dell’implacabile calura di giugno e, soprattutto, perché ci piaceva bucare l’aurora, passare inosservati nel mondo che, a quell’ora, sembra migliore.Il viaggio scivolò via tra qualche silenzio, un caffè e molto Pat Metheny. Io guidavo, Edo s’incantava spesso guardando il paesaggio circostante e talvolta sonnecchiava. Ogni tanto, mi godevo anch’io quel meraviglioso tramonto alla rovescia. Ad un certo punto, non potei fare a meno di sfiorare con lo sguardo la chitarra che Edo si era portato dietro. Sapeva che non c’era un pianoforte a Sorres.Giungemmo sul colle vellutato dove sorge l’abbazia quando ormai il mattino scaldava il viso. Ci accolse l’abate priore, con il quale sbrigammo le poche, semplici formalità prima di essere accompagnati nelle nostre camere. Io alloggiavo a poca distanza dall’antica casa canonica, Edo dalla parte opposta dello stesso corridoio. Erano due stanze ricavate da antiche celle ormai in disuso.Il giorno del nostro arrivo ci rivedemmo soltanto a pranzo, nella piccola foresteria che si affacciava sul chiostro. Seduti allo stesso tavolo, uno di fronte all’altro, per qualche minuto ascoltammo soltanto lo scricchiolio delle panche in legno sulle quali eravamo adagiati. I pasti vengono consumati dai monaci in silenzio. Gli ospiti, pur non essendo tenuti al rigido rispetto del silenzio più assoluto, parlano il meno possibile. Poche e sommesse parole. “Che te ne pare?” sussurrai rivolto al mio commensale. Edo mi guardò, portò alla bocca un pezzo di pane e, senza mai smettere di essere serio, rispose: “Tutto questo silenzio fa venire voglia di ascoltare”. Il suo sguardo si arrampicò sulle pareti della vecchia foresteria, ne percorse un tratto poi si bloccò oltre la finestra, in un punto imprecisato del chiostro. “Qui dentro anche i muri hanno qualcosa da dire. Sta a noi saperli ascoltare”. “E’ per questo che ogni tanto ho bisogno di venire qui” mormorai prima di mandar giù l’ultimo sorso di vino.Il pomeriggio, all’interno dell’abbazia, è dedicato allo studio. Al fresco della mia camera, spartana ma confortevole, io passavo il tempo a leggere e prendere appunti per il mio nuovo libro, la biografia di un noto uomo politico. Quando mancava più di un’ora alla cena, i muri di granito che mi circondavano lasciarono filtrare il ronzio ovattato di quello che doveva essere un canto gregoriano. Erano i vespri. Aprii la porta, mi affacciai sul corridoio e notai l’ombra di Edo, seduto sul muretto, con la schiena appoggiata ad uno degli archi che incorniciano il chiostro. Imbracciava la chitarra ed accompagnava il canto dei monaci con discrezione, quasi pudore. Non aveva notato la mia presenza. Pensai fosse meglio così. Inseguiva i suoi pensieri, preferii lasciarlo in compagnia della sola luce del tramonto.Tornai nella mia stanza. Mi coricai sul letto con le mani dietro la testa e le gambe incrociate. Il giorno dopo saremmo ripartiti per Cagliari. Decisi di godermi le ultime ore della rarefatta solitudine dell’abbazia, dove per essere non è necessario sembrare, dove il silenzio non significa indifferenza e la notte ti abbraccia senza chiederti niente in cambio.Ritornai su queste riflessioni durante tutto il viaggio di ritorno, la mattina seguente. E, guardando il sedile dove all’andata c’era la chitarra di Edo, pensai che la vita è proprio imprevedibile. A volte per riconoscere la nostra strada abbiamo bisogno di un aiuto, di una mano che ci spinga verso un apparente baratro oppure sposti di qualche metro il fascio di luce con il quale illuminiamo il nostro cammino. L’aria fresca di quel mattino la ricordo ancora. Tornerò ancora a S.Pietro di Sorres. E ti porterò il pianoforte che mi hai chiesto, padre Edoardo.

 
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