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Guardando dalla spiaggia, le onde sono tutte uguali. Si ripetono infinitamente, una dopo l’altra, inseguendosi con noia e ritmo costante. Si infrangono, scivolano sulla battigia risalendola quanto più possibile, si fanno assorbire un po’ dalla rena e piano si ritirano, rientrando nel mare più deboli di prima. Che importa se sono le onde lunghissime delle maree, o quelle impetuose delle navi veloci. Che importa se sono portate da una brezza leggera o scosse da un vento corposo. Onde, sono semplicemente onde, che ripetutamente si dondolano fino alla terraferma, la raggiungono, se ne rendono parte, tornano e ripartono, confondendosi nel mare delle migliaia di altri movimenti d’acqua. I palloni leggeri abbandonati sulla riva avanzano e si ritraggono, inseguendo le onde superficiali o la risacca radente la battigia. Restano lì, non occorre inseguirli. Si allontanano e tornano, noiosamente trasportati dalle infinite onde che, ripetutamente, si inseguono una con l’altra, costanti e legate tanto alla terra quanto al mare. Quelle stesse onde che, una volta agitata di spuma la superficie ed increspato brevemente il mare, scompaiono, tornando poi di nuovo uguali e ancora e ancora. Viste da sopra le onde sono diverse. Ti prendono e ti lasciano, ti avvolgono e ti cullano. Ti sferzano irriverenti e ti spingono lontano. Viste da sotto le onde sono diverse. Increspano di mille colori la superficie, riflettendo cieli surreali diversi ad ogni metro. Giocano col sole e con la luce, accarezzano i pesci, disegnano mille forme diverse e sfumano mille tonalità. Viste da dentro le onde sono il mare, la terra, il cielo, la luce, i pesci e tutte le sfumature. Sono la forza che prende e che lascia, che deposita i detriti e fa derivare le zattere. Da dentro si è parte e si vedono, spesso sfumati, tutti coloro che, in piedi o seduti, guardano le onde da fuori, da sopra, da sotto. |