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Halloween 2004
Scritto da Marina Torossi Tevini   
mercoledì 09 febbraio 2005

Sferragliava un tram rosso sulle rotaie di Vienna. Pavimento imbevuto di pioggia e di rifiuti umani. Finestrini appannati e opachi, chiazzati di pioggia.
Sera di Halloween. Cinque ragazze vestite da streghe con calze a rete strappate e ragnatele sui capelli si passano birre e risate. Davanti a me un’anziana viennese porta le sue rughe con la bellezza di una statua di legno. Noi veniamo dall’Albertina, dalla mostra di Rubens, dove ci siamo persi per qualche ora in chiaroscuri profondi. 
Chiudo gli occhi mentre le ragazze streghe intonano un canto.
Vienna due anni fa. Un tram rosso nuovo ci portava tra ring e carrozze alla ricerca del bacio di Klimt. Dalla Stephansplatz al Belvedere, tra parchi gialli di foglie. L’itinerario oggi mi sembra logoro, usato. Dai manifesti mi inseguono gli occhi dolcissimi e azzurri del bambino di Rubens: occhi magnetici, dalle lunghe ciglia che vorrei accarezzare.
Torniamo in albergo con comodo di tv. Ci togliamo le scarpe. Halloween americana. Maschere. Maschere di Bush e  Kerry. Festa di carnevale. Famiglie maschere sfilano. Madri e figlie. Tutto fa simpatia. Tutto può portare voti. Sorrisi e rassicurazioni. Gli elettori vogliono essere rassicurati. Vincerà chi ispirerà più sicurezza. L’America ha paura. L’Occidente ha paura.
E allora capii… Noi, gli uomini grigi, noi che abbiamo sprecato, che abbiamo distrutto in un secolo… Noi, l’Occidente che abbiamo dismesso i  nostri dei per sostituirli con altri più cogenti e banali.
E allora ebbi la sensazione…No no. A Grinzing il mosto è buono.

Giù, nelle viscere della terra, freudianamente giù. U4. Direzione Schönbrunn. Poi di nuovo verso il centro. Cupoloni rotondi e statue gigantesche. Pollici di qualche chilo. Vienna metropoli. Luna park della mente. La città è storia, è civiltà. Se storia è civiltà. Il che è tutto da dimostrare.

I cavalli lipizzani non corrono per me nella notte. Klimt si è contaminato nella nudità di Schiele. L’oro è caduto. Resta un vuoto sconcio e depravato. Museo Leopold. Mostra di Schiele. Schiele ha colto nelle lunghe dita, nelle ginocchia ossute, nei nudi deformi, persino nelle case che ondeggiano la tragedia di un secolo buio.
Fa buio. Vienna musica. Sì, ma a animo sgombro.
Andiamo vagando in una nebbia carica di pioggia. L’aria è sporca. I monumenti li stanno pulendo. Emergono zone bianchissime dal nero che l’ultimo secolo vi ha impresso.

Oggi voglio la Vienna più banale, quella della Hofburg e della Herrengasse, della Graben e delle pasticcerie.
Appartamenti imperiali e appartamento di Sissi. Stanze e ancora stanze, ritratti e gioielli. Mobili antichi. La camera dove le spazzolavano i capelli per tre ore mentre il maestro di greco leggeva l’Iliade, attrezzi per fare ginnastica e un lettino dove si faceva massaggiare.  “Se il posto più bello del mondo fosse quello definitivo sarebbe per me l’inferno” diceva, e così vagò un po’ dappertutto lasciando marito e figli. Carrozze e treni e anche yacht lussuosi. Poi un giorno un anarchico per errore le diede la morte.
Ritorniamo nella Graben. Marco Aurelio, l’ho visto tra i busti al museo di Efeso. Domani magari facciamo una sosta a Petronell- Carnuntum, ok?

Ci fermiamo a Petronell- Carnuntum, avamposto romano contro la barbarie. Le parole di Marco Aurelio mi seguono. La consapevolezza di vivere ai confini di un tempo.

“Neue Europe” sta scritto su una porta, e via verso la dogana veloce della Slovacchia.
Bratislava. Piccola la sua parte antica, un mucchietto di case rosse perse in una marea di casermoni e grattacieli orrendi al di là del Danubio, cresciuti come un cancro.
L’Europa si allarga. Entrano le capitali dell’Est. Entrano col loro retaggio di delinquenza minuta, di bellezza antica, di sogni infranti.
Ricordo Praga, dieci anni fa. Praga di inerzia e di malaffare. Praga piena di orologi. Praga di ponti e di monumenti scuri. Praga di tram e di pomodori marci. Praga magica, ma attenti ai ladruncoli. Praga kafkiana. Anche nei ristoranti.
Ora siamo in Slovacchia.  Solo una timida occhiata all’altro da noi. Un affacciarci su uno stato per noi misterioso. Bratislava è l’unica città parzialmente occidentalizzata. Al di là, un mondo di gitani e di ruteni. Mondo arcaico e inquietante. Frontiera. 

 
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