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Ogni qualvolta Jorge Amado scrive un romanzo, nessuno in Brasile lo definirebbe come “fantasy”. Che cos’altro — è questa l’implicita domanda — può dunque essere un “romanzo”? Un’opera d’immaginazione, e quanto più lo è, tanto meglio! Nessuno è dunque sorpreso quando nei romanzi di Amado le divinità interagiscono con gli uomini, rendendo ordinari eventi in apparenza inspiegabili. Ma d’altra parte il Brasile —nonostante i suoi problemi economici — ha presumibilmente preservato un legame con la Terra in misura certo maggiore rispetto al “nostro” mondo settentrionale e occidentale. Grazie ad un approccio intuitivo, il mondo appare vivo e vibrante—ogni sasso, ogni roccia o albero, sente e vive. Ragionevolmente, noi siamo cellule di un organismo gigante, la Terra, che è a sua volta una cellula della sua galassia, e via discorrendo. Ma il mondo occidentale giustifica questa pretesa coscienza degli esseri “altri” rispetto all’uomo come “antropomorfica”. L’assunto è quindi che il romanziere semplicemente proietti la sua natura umana su esseri non-umani. In altri termini, egli li “rende umani” o “antropomorfi”. In un mondo di fantasia, lo scrittore crea le regole e tutto è possibile. Ma una fantasia rimane niente più che una fantasia. Tuttavia la scienza stessa, ultimo baluardo di un approccio che spesso può esser meglio definito come stolido, ha tratto incredibili conclusioni in queste ultime decadi. Ad esempio, come riportato dal Dott. Edward Whitmont nel suo The Alchemy of Healing.[1] Un’altra istanza del comportamento animale ci mostra che il bisogno della ricerca di sfide e stimoli e di evitare ciò che è “noioso” sostiene il processo di vita anche a livelli relativamente primitivi. R. Ardrey nel suo L’Imperativo territoriale (New York: Dell Publications, 1971, pp. 303ff.) descrive il comportamento delle planarie in un esperimento condizionato. Questi vermi primitivi, “privi di sesso, retto, sistema circolatorio, e di un sistema nervoso avanzato, di un cervello che non possa rigenerarsi in pochi giorni” avrebbero dovuto imparare a scegliere tra esperienze gratificanti ed altre non gratificanti. Furono posti in un pozzo all’interno di un labirinto inondato, ed in seguito l’acqua venne drenata. Poiché i vermi non possono vivere senz’acqua, si arrampicarono dal pozzo all’interno di un tunnel e giunsero casualmente ad un bivio di tipo Y. La scelta di una diramazione o dell’altra ricompensò i vermi con un’inondazione in seguito alla scelta corretta. Impararono, ma tra lo sgomento generale, si “arresero” dopo diverse ripetizioni e rifiutarono di continuare nell’impresa. Non avevano certo dimenticato, ma semplicemente rifiutato di continuare. Quando il labirinto venne prosciugato, i vermi si arricciarono e non si mossero, e “in aperta ribellione optarono per una morte inevitabile piuttosto che per un’ulteriore apprendimento”, anche attraverso l’offerta di cibo addizionale. Il mistero fu risolto quando i vermi vennero posti in un altro labirinto che gli offriva non soltanto delle pozze d’acqua, ma una superficie spaziosa e ruvida che rendeva la locomozione più difficoltosa e stimolante. I vermi avevano apparentemente sofferto di claustrofobia e noia! Pare che nell’assenza di stimoli , dei cambiamenti e delle sfide adattive che essa comporta, la vita non sia dunque un “vivere”, persino al livello del mondo “primitivo”. Eppure non molto tempo fa Sartre scrisse che la “Natura è muta”. No, la natura non è muta, ma molti uomini, nel mondo dominato dalle macchine, sono semplicemente divenuti sordi. Non solo gli uomini hanno bisogno di stimoli—ogni coscienza ne ha bisogno. La noia è più letale della fame. Stimoli e sfide archetipiche appaiono ogni giorno ad ogni livello. E’ noto che gli alberi trasudano sostanze per contrastare la crescita degli alberi circostanti. Può una tale evidenza esser giustificata come un’ “idea antropomorfica di una guerra tra alberi”? Grandi fiumi scavano grossi meandri attraverso il loro corso piuttosto che procedere in canali rettilinei. Gli idrologi si pongono ancora domande sui motivi di tale fenomeno. In verità, come c’insegnano microscopi, telescopi e molti altri strumenti, vi è molto di più di ciò che si vede ad occhio nudo. Entrambi i miei romanzi antropo-ec-centrici mostrano il mondo, e la nostra civiltà con esso, attraverso una coscienza ed una prospettiva differente. Altri libri presentano un simile approccio, ma nessuno lo ha esplorato nella narrativa/finzione. La narrativa di Tolkien, ad esempio, è interamente inventata. Persino gli dei ai quali ricorre sono una sua creazione. Io, dall’altra parte, tengo conto sia del mondo invisibile, sia di quello visibile, e trovo ispirazione in entrambi. Conseguentemente, le mie opere sono una miscela di fatti storici, naturali e di immaginazione attiva (alla quale si riferisce Ibn Arabº), e spesso la linea di demarcazione tra i due fattori diviene labile. Il Fiume è chiaramente analogo a L’Albero. Ancora una volta un inusuale narratore, in tal caso un grande fiume, racconta le sue memorie. Vi sono già singolari differenze. Prima di tutto, una differenza di carattere ontologico: un fiume vive? Se tagliamo un albero, o spezziamo uno dei suoi rami, la linfa sgorga dalle sue ferite. Come noi, un albero si origina da un seme. In seguito il seme cresce, “tramuta” in un alberello ed infine diviene un albero pienamente compiuto. Come noi, un albero “mangia”. Il suo nutrimento, molto più poeticamente del nostro, è il sole, che fornisce energia attraverso la fotosintesi. Un fiume è viceversa un’entità più astratta. E’ un gran corpo donatore di vita, per animali e piante che da esso la traggono (nel suo stato naturalmente incontaminato). Ma possiede una sua propria vita? Oppure si tratta soltanto di un raccoglitore e di un distributore di acqua piovana dalle nuvole e dai ghiacciai delle montagne? La mia intuizione, come forse potrete supporre, è che un fiume abbia una vita, ed un’estesa coscienza sua propria. Questo sarà probabilmente difficile da accettare per coloro le cui convinzioni siano d’orientamento materialistico. Non è comunque il caso che si preoccupino—dopo tutto, i miei sono soltanto romanzi… Avendo accertato che un fiume, essendo vivo, ha una voce, e che io dovrei darne espressione, sorge la prossima questione. Da dove dovrei iniziare? Dal principio, ovviamente, e dunque da una nube. Questo deve essere l’inizio, ho pensato, o sbaglio? Di qui la necessità di un’origine “sovracelestiale” delle specie, in cui il potenziale fiume è sorpreso dal principio del… tempo—dopotutto, non se lo aspettava. La reale origine di un fiume rimane avvolta nelle nebbie del tempo profondo. Dovremmo tornare indietro di milioni di anni, operazione certo scoraggiante e al di là dell’umana comprensione. Orbene, la nube diviene scura, e rilascia le sue numerose gocce. Una di queste è il fiume in embrione, così com’era. Quando la goccia incontra la Terra, la storia comincia. Come? Vengono in mente le parole di Rilke[2]: Tutto vuol scorrere. Ma noi ci trasciniamo come pesi. Statici pe r la gravità, ci adagiamo su ogni cosa. Oh quali noiosi maestri siamo per le cose, mentre essere prosperano nel loro stato d’innocenza. e dunque ho compreso. Il fiume/narratore non apparirà come un “noioso maestro”. La figura femminile del Tasso, nel mio precedente romanzo, mostra alcune delle caratteristiche comunemente associate ad un erudito. Sembra essere decisamente acculturata, ed inoltre fiera della sua conoscenza, talvolta con toni altezzosi. Come la regina della foresta, come una grande ed anziana dama dal tempo della sua narrazione, è immancabilmente risoluta e intransigente, almeno fino al suo imprevisto abbattimento. Un albero è un composto di cielo e Terra. Metà di esso è rivolto al cielo—i suoi rami, le sue foglie; l’altra metà è ancorata al terreno. Nessuna sorpresa, dunque, se il Tasso appaia di nobile animo e con i piedi per Terra allo stesso tempo. D’altra parte il fiume è un’entità piuttosto ineffabile. E’ permanente e mutevole allo stesso modo. Trae la vita non da se medesimo ma—si potrebbe sostenere—dalle nuvole. Dunque il fiume parlerebbe come un bambino, e sarebbe in uno stato di innocenza. La curiosità, e non la conoscenza, sarebbe il suo faro illuminante. Tuttavia la sua grande età gli conferisce una certa importanza. Quindi l’ho reso somigliante—e questo potrebbe sembrare bizzarro—al Dr.Watson in diversi tratti. Si, il Watson di “Holmesiana” memoria. Ho sempre ritenuto Watson—l’ultimo “amico del lettore”—un personaggio più umano rispetto al cervellotico Holmes. Si potrebbe obiettare che il fiume, essendo un dio, non dovrebbe essere accomunato a Watson—uno stupidotto civilizzato—quanto piuttosto a Holmes; in effetti, esso è onnisciente, ancor più dello stesso Holmes. Questa è una deficienza della nostra eredità monoteistica. Siamo abituati all’immagine di un Dio onnisciente, una vera e propria miscela tra un computer universale e un oracolo infallibile. Ma in un universo pagano—che, incidentalmente, è in tutto e per tutto più vicino alla vita reale di quello proposto dalla tradizione Giudeo-Cristiana—esistono divinità maggiori e minori, alcune più erudite di altre. Per milioni di anni il fiume mantiene fede al suo impegno con ineccepibile diligenza. Raccoglie le acque di ghiacciai, affluenti, laghi, piogge, nevi, rugiada, ecc.; li incanala attraverso l’ampia valle che egli stesso ha creato riempiendola di sedimenti; ed infine sfocia nel mare aperto. Non è mica una bazzecola. Ma questo è il punto in cui la sua conoscenza si esaurisce. In ogni altro aspetto, egli[3] è curioso e desideroso di esperienze come il buon vecchio Dr. Watson, con un’iniezione di ardore Latino che non dovrebbe mancare in un essere romantico. Sebbene sia un corpo d’acqua che, conseguentemente, non può essere smembrato, il fiume è essenzialmente o meglio quintessenzialmente una “entità senza carne”. Una condizione fondamentale dell’esser vivo è il prendere parte al “drama” del vivere. Tale partecipazione ha il suo principio molto tardi nella vita del fiume, ma assolutamente presto nel romanzo, quando il Vecchio Gnomo lo assiste, e specialmente quando il fiume si imbatte in un’”autentica meraviglia”, la caverna delle ninfe. Nel tredicesimo libro dell’Odissea, Omero scrive di una misteriosa cava abitata da splendide fanciulle. Molti secoli più tardi, Porfirio il Neoplatonico interpreta la caverna come simbolo del cosmo[4]. Più semplicemente, io introduco la caverna come referenza per il fiume e per il lettore, e focalizzo l’attenzione sulle ninfe. Immortali per natura, saranno le compagne del fiume attraverso i tempi. Una di esse in particolare, Salmacis, sarà ammaliante e tuttavia elusiva fin dall’inizio. Più avanti essa assurgerà ad una prevalenza individuale, e le sue vicissitudini lontano dal fiume—nella Roma imperiale prima, nella Firenze rinascimentale in seguito—mi consentiranno di tracciare un largo e vario quadro della civiltà Occidentale. Più crucialmente, ben presto Salmacis rivela al fiume che esse, le ninfe, sono là per donargli la vita. Come? L’acqua che scorre è, tra le altre cose, eminentemente non-adesiva. Non ha la proprietà di rimanere “attaccata” alle cose, piuttosto prosegue nel suo fluire. Quindi, il fiume non conosce attaccamento alle cose terrene. Ma lo conoscerà una volta sotto l’incantesimo delle ninfe. In altri termini, inizierà a desiderare, e tale desiderio annuncerà la sua partecipazione al drama del vivere. Sebbene non cesserà mai di essere un curioso spettatore, egli diverrà allo stesso modo un partecipante, dilettandosi nei piaceri—e patendo le sofferenze—dell’amore. Come L’Albero, Il Fiume è un connubio di narrativa e autobiografia. Diversamente dal suo predecessore, tende maggiormente alla prima. Inoltre, è in armonia con la reale natura del fiume.[5] Un albero è inerentemente—e inevitabilmente— centralizzato. Ogni cosa ruota attorno a lui. Un fiume, in questo caso per oltre seicento chilometri, è assolutamente decentralizzato. La sua coscienza si estende dalla sorgente all’estuario, passando per ogni cosa che vi è in mezzo. Non potrebbe essere usata miglior metafora per una mente ampia. Addizionalmente, l’utilizzo di personaggi immortali – ninfe, dei, gnomi, ecc. – mi ha permesso di farli interagire con il fiume durante la narrazione, piuttosto che farli scomparire una volta terminato il loro tempo. Di qui la possibilità di creare una trama con diverse sottotrame intersecatesi con essa. Il leitmotif del romanzo è l’Amore[6], e la storia d’amore tra il fiume e la sua favorita ninfa d’acqua, Salmacis, è un idillio che inizia con meraviglia e termina nella privazione, quantunque non sempre privo di speranza. Un altro dei temi principali è l’anelito alla trasformazione. Ovidio lancia il suo incantesimo attraverso le sue inimitabili Metamorfosi, ma, al di là delle influenze letterarie, la trasformazione mostra innata urgenza in ogni essere. Tutti cambiamo, e nel caso ciò non avvenisse, ne saremmo certamente sorpresi. Il fatto che tutte le trasformazioni nel libro porteranno ad una sorta di cumulativo “gran finale” è qualcosa che sfugge completamente al fiume—ma di nuovo, egli è un… fluente Dr.Watson. E la trasformazione finale coinvolge Salmacis, nel suo nuovo ruolo di Venere e Madre di Dio al medesimo tempo. Rinunciando deliberatamente alla sua immortalità, metterà al mondo sua figlia, e si badi bene, non suo figlio. La Bambina Magica ha un formidabile valore redentore. Attraverso di lei, ci è offerta una possibilità per ricominciare, imparando dai nostri errori e dunque evitandoli. Ma fino ad un nuovo ciclo “infinitamente più dolce”, Dei e Dee sono costretti ad abbandonare noi e la Terra. Il fiume è l’ultimo a cedere, di certo contro la sua volontà. Tuttavia, deve farlo. Egli è più di un dio disonorato; è stato infatti dissacrato, dimenticato, umiliato dalla tecnologia umana e dalla sua sete di potere. Questo è il termine del romanzo; come vi sono giunto? Mostrando, attraverso i racconti di vari personaggi, l’evoluzione dell’umanità nella valle del fiume. Avendo come riferimento una valle del Nord-Italia, ho dovuto effettuare una scelta tra innumerevoli eventi da inserire nella mia narrazione. Non essendo quest’ultima una cronistoria, ho isolato alcuni riferimenti che ho ritenuto simbolici alla luce delle loro immediate conseguenze 1) La matriarcale civiltà Neolitica prima dell’invasione dalle steppe; quindi 2) i cavalieri giunti da terre lontane, con un intero bagaglio di nuove credenze e nuovi dei 3) i Romani, i primi sfruttatori razionali della natura, i primi a riferirsi al fiume come “risorsa”; 4) L’alto Medioevo; 5) il glorioso Rinascimento con il suo revival neo-pagano espresso attraverso grandi opere d’arte, ed infine 6) il predominio di guerre sempre più devastanti (le Napoleoniche, La Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale) fino all’invenzione della bomba atomica. Il “soggiorno terreno” del fiume diviene dunque privo dei suoi connotati meravigliosi, e tutti gli dei abbandonano la Terra. Tuttavia, mentre l’umanità lavora diligentemente alla propria disfatta, qualcuno si occupa comunque di prevenirla—il movimento “verde”. Ma soffre di sovra-razionalizzazione, cercando di assegnare—dal principio ed ancora adesso—un valore prettamente materiale agli animali ed alle piante. Il mondo ha bisogno di miti attraverso cui vivere, capaci di associare la consapevolezza ecologica ad un più alto senso della vita. Possediamo tutti una psiche, di conseguenza necessitiamo di attività mentale, coinvolgimento e persino di igiene psichica. Ma il mondo, nella cultura occidentale, è tuttora presentato come una macchina priva di anima ove interazioni casuali sono soggette alle meccanicistiche leggi di stampo Newtoniano. Tutti gli animali lottano per la sopravvivenza, e soltanto il più sano, il più forte, il più adatto sopravvive. Ma allora che dire degli affascinanti vermi piatti che trovano la noia così insopportabile da rifiutarsi—al prezzo della loro stessa vita—di ripetere il medesimo esperimento? Il mondo è un grande luogo, e in esso vi è di che gioire. La Natura non è muta—dobbiamo soltanto ascoltarla. E vi sono tanti segreti al di là dei nostri occhi—ma dobbiamo cercarli, e farlo appassionatamente. Ripulire fiumi, oceani, ecc., è il primo passo. Ma non saranno delle regole a svelarci la chiave di tutto. Non lo faranno saggi né manifesti. La mia speranza è di aver mostrato, attraverso entrambi i miei romanzi, quanto la Terra sia magica, incantata ed incantevole, così come alcuni dei suoi esseri umani, ad ogni modo. Questo non deve però rimanere “soltanto un sogno”. Consideriamo la cultura della violenza e del saccheggio—la nostra storia tramandata[7]—come un grande fraintendimento. Abbiamo la facoltà, ora più che mai, di agire diversamente. Ma sono convinto che una tale trasformazione non arriverà da noiosi manuali. Siamo un composto di materia e psiche, o come recita una famosa ballata, Corpo e Anima. Abbiamo bisogno di sogni, miti e aspirazioni romantiche. La mia speranza è di riuscire, con i miei libri, a contribuire al risveglio di sentimenti amabilissimi e dormienti, che dalle donne si estendano a tutti gli uomini. Sì, direte forse che sono un sognatore, ma non sono l’unico.
NOTE [1] North Atlantic Books, Berkeley 1995. [2] Rainer Maria Rilke The Sonnets to Orpheus: Second Series, Fourteenth Sonnet, tradotto dal tedesco da A. Poulin, Jr. [3] Il fiume non rimane a lungo un’entità neutra nella narrazione. Le affascinanti ninfe d’acqua, sue “amate”, lo renderanno un “lui”. [4] L’intero romanzo è intriso di mitologia, principalmente, ma non soltanto, di stampo Greco-Romano. Ciò è, tuttavia, il primo ed ultimo riferimento mitologico esplicito che farò qui. Poiché mi rivolgo al lettore istruito, piuttosto che al lettore medio, presumo che una tal divagazione non sarà interamente malaccetta. Ma se dovessi spiegare tutti i riferimenti mitologici, potreste essere indotti a credere che senza una loro conoscenza diretta il mio romanzo non possa essere goduto. Niente di tutto ciò! I miti che utilizzo, re-invento ed elaboro si reggono grazie alla loro rilevanza archetipica. Sono, in altri termini, immagini archetipiche, l’essenza dei sogni. Come tali, si riferiscono a noi tutti, prescindendo dalla nostra preparazione specifica per la materia mitologica. Il potere del mito non è in discussione. La mia tesi è che il mondo occidentale non sia sprovvisto di miti. Semplicemente, ritengo che sia alimentato da miti errati. [5] ”Conosci te stesso”, ammoniva l’oracolo di Delfi. Un personaggio carismatico—non importa se eroe o villano—agirà sempre in accordo alla sua natura. [6] “Un testimone appassionato di una Natura vivente e di un universo asperso di Eros, ” scrive Joscelyn Godiwn di questo libro. [7] Joyce scrisse; “La Storia è un incubo dal quale cerchiamo di destarci.” Ma scoperte archeologiche dimostrano abbastanza efficacemente l’esistenza di società preistoriche in cui violenza e depredazione non erano le regole. |