|
Logorata dal tempo ed umile quella lanterna, fioca come il mio animo, illuminava i volti marcandone i lineamenti e accentando gli animi manifesti con i loro complicati equilibri. Tutti intorno a quel bagliore, protetti dall'oscurità, avevamo la forza di essere un po' come volevamo ma come non saremmo stati al ritorno della luce elettrica. La televisione, anni 60, dai contorni bombati come una scatola di legno, taceva finalmente l'estenuante tormento; intanto fuori pioveva e quel terrazzino della cucina era buio e freddo come la mezzanotte. Ricordo che in quelle notti, quando mi scappava e “si doveva andar fuori nel bagno esterno”, era un tormento quel freddo che intorpidiva le anche. Mia madre era lì che puliva energicamente un mobile con la base in marmo freddo… come lei; difficilmente qualcosa la toccava e quel calore che offriva quella lampada a gas sicuramente lei non lo avvertiva. Lodava la buia notte perché le ricordava la sua infanzia, quando tutti sette i fratelli erano intorno ad una candela dal tenue brillio, proprio come quel doppiere che illuminava la caligine di casa nostra: era disposto come sopra un altarino sulla cappa, lì vicino l'angolo del gas, e mi rievocava i riti mistici della domenica mattina con il forte odore d'incenso del giorno di Pasqua. Ogni fratello di mia madre conservava però, anche in quei momenti, la stessa indifferenza che li caratterizzava alla luce del sole; tutti erano conformi alla dottrina dell'ignoranza poiché privava ad ognuno di cambiare, specie alle donne, in tal modo sempre femmine per tutta la vita. Mio padre, occhi piccoli e brillanti – di puttuso come li indicava mia madre – appena andò via la luce accese con dovizia la lumiera, con le sue grandi mani forti come la roccia. La luce ritraeva le sue estremità con tinte a volte più intense ed alcune volte più argentee che assomigliavano al suo animo ed i suoi gesti si perdevano in un chiaroscuro di emozioni inespresse. Vita difficile quella di mio padre, eroso dal sale dello Ionio, con una grande coscienza ancorata agli affetti più profondi e al sole e al mare d'ogni stagione. Non ha mai posseduto nulla di proprio: “soldi, soldi, sempre soldi” prima dati alla madre per sposare le sorelle, poi alla famiglia per tirare su noi: sceccu di travagghiu per tutti ma mai per sé. Quando si andava ad un matrimonio e si “tirava a lucido” con il classico vestito blu, quello del suo matrimonio, era pieno di fascino non per come appariva ma per quello che raccontava: la sua geografia non l'aveva mai studiata ma vissuta e attraversata in un bagno di etnie di sapori ed odori mondiali, lì a basciu ‘nda caldaia . La luce illuminava la nostra tavola e i nostri volti con quelle tinte bianche e nere che solo i ricordi evidenziano. Fragile l'aura luminosa accarezzava il quadro formato dalla mia famiglia ritraendolo come un quadro di Degas con i polverosi colori predominanti nella terra bruciata e ciò mi rendeva forte: il mio sguardo si faceva fiero e si rivolgeva verso il buio del grande salone che mi faceva da camera da letto. In quei momenti non avevo più paura e quel buio, che anneriva i miei pensieri ed impauriva le mie notti, non mi faceva più male. Forte di un vago amore formale, ritrovavo tutti ed ognuno mi appariva quasi senza veli, denudato dalla rigida postura che il corpo offre quando si è osservati e, come nella semi luce uterina, tutti ritrovano nell'oscurità la posizione naturale al proprio animo ed incline alla propria coscienza. Mio fratello maggiore si dimenava irrequieto per la mancanza della televisione; documentari, cartoni, varietà: assorbiva tutto come una spugna. La TV era, per lui, un mondo facile, pronto e confezionato, che non operava sulla realtà alcuna ricerca, nessuna riflessione e tale atteggiamento in casa mia assumeva una valenza molto positiva, come del resto tutto ciò che partiva dal primogenito. Ha vissuto la sua vita come dentro un bicchiere: offuscata e confusa, eccessivamente filtrata, mai manipolata; quel bicchiere, ovviamente, era mia madre. Egli non ha ancora assaggiato la realtà. Il chiarore compenetrava la stanza e scorgeva sottilmente il suo mezzo volto con i suoi contorni irregolari che disegnavano, sulla pelle olivastra, strane linee come gabbie grafiche che tremolavano al fluttuare della luce. Nel sottile gioco delle ombre, che imperversava nella profondità della notte, quelle ambigue costruzioni non si aprivano mai per far uscire lo splendido animo che in esse contenevano e, inesorabile, quel bagliore, come uno squarcio, evidenziava la metà del suo viso, partendo su da un occhio, marcandone parte del naso, sussurrando mezza bocca; tutto il resto si confondeva nel buio e lui, nel suo mezzo interesse, ascoltava silente con la regale superficialità di cui era stato nutrito. Con la stessa superficialità, riusciva a beffeggiare il minore: un altro maschio arrivato però “al secondo posto”. Riccio e rosso, era tutto il ritratto di mio nonno ma riesco a ricordarlo sempre e solo come in quella sera: nemmeno dodicenne, con il viso rischiarato dal nostro lume; quella luce, che sembrava una fetta d'Eternità, attraversava la sua faccia per scorrere lentamente dentro le sue vene ed accenderne il suo grande cuore. In quel calore, inorgoglito non solamente da quella luce, si avvicinava, come una lucertola in primavera, sempre più alla fiammella; talvolta regolandola un po' a modo suo e giocando alle vampate, si è divorato la fanciullezza scegliendo di lavorare già a dodici anni. Grandi le sue mani, quasi da uomo vissuto, spesso nere e callose; intorno a sé vi è persistente l'odore agro di sigarette accese: ogni “tirata” è un mozzicone di vita irrisolto, ogni bicchiere è un conto in meno da pagare. Lo vedo grande adesso ma, se lo guardo in fondo agli occhi e all'animo, lì dove io lo riesco a vedere, scorgo un pianto antico e sommesso, quasi come un lamento, di un bimbo che piange perché s'è perso nel bosco della vita e non riesce a trovare il ritorno. Lui era arrivato in modo inatteso e nella sua vita vissuta non gli è mai mancato di sentirselo ricordare. Mio padre quella sera si rese conto d'avere la sua famiglia attorno: non doveva nemmeno scinniri a' marina – non lavorava quella notte a causa del cattivo tempo – e, quando raramente sentiva quel fremito intorno, in lui riemergeva l'anelito di giovinezza vissuta con in bocca le esperienze e nelle mani la grottesca realtà di un uomo la cui casa tagliava le onde e la salsedine ne ricopriva il cuore. Amava raccontare le sue avventure di marinaio e tirare fuori delle foto in bianco e nero che ritraevano ciò che di vero pulsava nei suoi ricordi: la fresca età. Ma il timone della sua vita ormeggia adesso la banchina e sopra quel furgone – del suo nuovo lavoro – ha perso i suoi ciclici tempi scanditi da onde violente e calate di pesca. Quella sera, intorno al lume, nell'oscurità della mia casa il mondo aveva preso a girare con modi e tempi che non gli appartenevano ma che seguivano i convulsi ricordi e le squillanti risate di episodi per noi senza data e senza storia, ma che erano capaci di smuovere i nostri animi e solleticare le nostre fantasie, donandoci la facoltà di fare nostre delle situazioni che non ci appartenevano. Era una corsa contro il tempo: dalla Cina maoista, dove lui, ignaro della lingua, aveva annuito ad un discorso rivoluzionario e si ritrovò venerato come “l'europeo che comprende i complicati meccanismi sociali”, all'Africa nera quando, lui e qualche amico, in cerca di prostitute, pestò per errore un africano ubriaco, sdraiato a terra ma con in mano un coltello a sciabola. Le energie buone si scioglievano nell'aria e le dorate risa penetravano prepotenti nella nostra cucina, non più fredda e buia ma illuminata da una fine gioia impalpabile ma reale. La luce del lume fluttuava al riso beato e sincero ed il suo crepitio s'accendeva quando mio padre incalzava con i racconti di quel peperoncino calabrese che alzò la sua temperatura corporea e quella dei suoi amici quando, nella lontana Russia, si erano trovati a meno quattro gradi e il freddo li aveva indeboliti. Storie sincere, fatte di lettere scritte con errori e lette con ancor minore competenza. Momenti sottili come le fragili promesse di una famiglia: si modificano o addirittura scompaiono con l'evolversi degli anni e con il cambiare delle situazioni ma, in quel momento, era per me reale il bisogno della loro esistenza e del loro amore. Quella notte, quando andai a dormire, era totalmente buio – senza la luce della cucina a cui ero abituata – ma, per la prima volta, non ebbi paura perché mi ero resa conto che, come dita della stessa mano, eravamo diversi l'uno dall'altro ma qualcosa ci legava in modo grande e profondo: era l'Amore, tacito e confuso, che era emerso dal silenzio delle nostre anime, al riparo dai nostri ruoli estremi e prevaricatori, di fronte un'ingenua fiammella che come torcia aveva saputo scavare nel cuore d'ognuno ed offrirne il meglio. La mattina dopo, alla luce del giorno, i visi erano nuovamente tirati e l'indifferenza era rientrata in noi. Buco – Termine usato per indicare degli occhi piccoli. Mulo da lavoro. Giù nella caldaia. Scendere alla Marina – luogo dove sono ormeggiate i pescherecci. |