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Numeromania
Scritto da Aventino Loi   
giovedì 08 settembre 2005

Due piedi, i miei. Li infilo nelle pantofole: il destro, poi il sinistro. Non perdo l'abitudine di contare le piastrelle: quattro, otto … La barba non la faccio; oggi. Perdo tempo sciacquandomi piano il viso. L'acqua è fresca. Mi piace. L'asciugamano è morbido e spesso. Fili di bambagia si arroccano sui peli del viso ispido. Sedici giugno: fra trentadue minuti l'appuntamento. Puntuale. Ogni volta la stessa raccomandazione. Osservo le auto, di sotto, sfilare lente. Ferme, ora. Devo mischiarmi a tutto il casino. Il caffè, un bicchiere d'acqua. "Sessantaquattresimo battaglione fanteria", un flashback lungo il corridoio. La divisa, i gradi, il Garrant. Volevano farmi carabiniere. E' tardi. C'è traffico. Chiudo la porta piano: mamma dorme. Non posso fermarmi a comprare le sigarette. Sto esagerando: in due giorni centoventotto. La macchina parcheggiata all'ombra. Fa già caldo. Dopo ho sempre un gran freddo. Per ore. Lo devo incontrare all'angolo tra viale Mancini e largo Gennari. Davanti al numero duecentocinquantasei. Vado piano, per non avere intoppi. Ritardi. Il contachilometri segna cinquecentododici. In pochi secondi l'ultimo numero cambia: mi mette in crisi. Arrivo in tempo. E' una donna. Entra e siede al mio fianco. " Questo è l'assegno, circolare come convenuto. Per qualsiasi problema chiami questo numero: uno zero due quattro… milleventiquattro. E' un centralino aziendale: dirà di aver sbagliato numero. Per due volte. Qualcuno la soccorrerà. Va bene?". "Si" rispondo. Fermo e la faccio scendere. Ho qualche ora. Un bagno al mare mi farà bene. La striscia gialla delimita la corsia dell'autobus. M'infilo gli occhiali scuri. Ci vorrebbe un parcheggio. Mi spoglio in macchina. Sotto porto gli slip da mare. Quando ho del lavoro li infilo sempre, anche d'inverno. Nel duemilaquarantotto avrò… Altro fisico. Entro in acqua senza sostare in spiaggia. Non ho accappatoio. Nuoto verso il largo. Rientro. Due ragazze ridono, mi sfiorano. Sono procaci. Il costume ridotto., trasparente. I capezzoli erti. Il sesso duro. Esco dall'acqua. La doccia. Il sole mi asciuga in pochi attimi. Qui non so più che fare. Riparto sgommando, il caldo ha dilatato i pneumatici. Lo stereo al massimo. E' ora di pranzo. "Una bistecca, insalata e patate fritte. Da bere acqua minerale. Non gassata". Non arriva un filo d'aria sulla terrazza ombrosa. Il caffè deve essere freddo, scecherato col ghiaccio. Subisco il fascino delle formiche in fila lungo il davanzale. Su pochi centimetri il calcolo veloce: quattromilanovantasei. Ho pagato il conto. Corro per le strade sfollate. Salgo fino alla veduta di Monte Giardino. Lieve frescura. Si stacca la camicia dalla schiena sudata. "Mamma, la palla". Un bambino biondo guaisce spingendo un pallone giallo. Le saline, gli stagni, l'immondizia digrada a scomparsa. Penso di pisciare dalla ringhiera. Risalgo in macchina ad ascoltare la radio: "Tubiamo…". Sono rimasto fermo troppo a lungo. Ho un impegno, altrimenti tornerei per dormire. Guido piano, mi sporgo dal finestrino. Tutte le serrande abbassate. Aspetto il verde. Il palazzo nuovo boccheggia per la verniciatura fresca. Al prossimo semaforo mi fermo a fare acqua. Scendo e orino all'ombra di una vecchia pensilina. Sono spettinato. Ci deve essere un pettine nel cassetto del cruscotto. C'è un biglietto per il cinema. Usato. Numero ottomilacentonovantadue. Sarebbe necessario uno schizzo di gelatina. Fiancheggio le auto in sosta. Sono piuttosto rilassato. Arrivo fino al chiosco di San Giuliano, continuo salendo a destra. Il quartiere vecchio, Porta Margherita, il terrapieno. Mi fermo ancora. Monte Giardino è dall'altra parte. In mezzo le case, i palazzi, le strade. Comincio a vedere animazione. Riaprono i negozi. L'ora non è lontana. Qualche passo, avanti e indietro lungo il muraglione. Basta: mi avvio. E' presto; arriverò per tempo. Cedo il passo a un gruppo di studenti. Sono diretti lì. In pochi minuti ci sono. Posso stare in seconda fila. Lo spazio per le auto è sufficiente. Quanto mi farà aspettare? Tamburello con le dita, me le ficco nel naso. Arrivano altri studenti. Salgono la scalinata di marmo, sì perdono oltre il portone. Le chiavi le lascio infilate nel quadro. Devo andare. Solo pochi gradini. E' di spalle; lo chiamo, si volta. Faccio fuoco senza scoprire l'arma. Alcuni colpi. Di corsa in macchina. La giacca avvolta sulla pistola fuma ancora. Riparto, un po' di confusione. L'allieva china su di lui è carina. Piange il suo professore. Lo schizzo le ha sporcato la camicetta bianca. Ora posso rallentare. Alla prima traversa trovo la seconda auto. La Mercedes può tornare al proprietario. Parte subito, il motore già caldo. Getto via gli occhiali scuri, m'infilo in un cortile, a caso. Sotto il sedile un pantalone e una camicia sgargiante. Cambio abbigliamento senza spegnere il motore. Il vecchio dentro una busta, poi nel cassonetto poco oltre. La rivoltella nel bagagliaio, dentro il falso cerchione della ruota di scorta. Riparto. Il mio numero di matricola universitaria?… Sedicimilatrecentottantaquattro. Mai frequentata. Seguo il percorso stabilito. Lascio l'auto, continuo a piedi. Fino alla fermata dell'autobus. Deve esserci un biglietto dentro la tasca posteriore. Numero trentaduemilasettecentosessantotto. "Obliterare qui". E' affollato. Arrivo quasi fino al posto di guida. "Non parlate al conducente". Non ci penso neanche. Dal finestrino le vetrine corrono veloci. Scarpe, giocattoli, camicie, medicine, tute, scarpe… Dei capelli biondi, leggeri, mi sfiorano le labbra. E' attraente. Mi guarda, sorride. Ricambio. La seguo? Scendo con lei; io dietro di pochi passi. La seguo? Per pochi minuti. Correggo verso casa. Piano, a passi lenti. La bionda con la maglia insanguinata… sorride. Apro la porta, la casa è deserta. L'ex voto a mia madre. Sotto, il giornale di ieri: "sessantacinquemilacinquecentotrentasei vittime del terremoto in Iran". Tutti morti.

 
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