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Meglio riconoscersi
Scritto da Flavia Piccinni   
venerdì 16 dicembre 2005

“Perché non mi chiama?”, questa la domanda. “E' stronzo”, questa la risposta. Declinata, la risposta, in varianti che spaziano da quella più comprensiva: è morto, a quella più intransigente: si è dimenticato di me. Fatto sta che è domenica mattina, solo le 11.54 e lui non mi ha ancora chiamato. Tengo il telefono fra le mani. Lo passo dalla destra alla sinistra. Poi di nuovo alla destra. Lo spengo, ché a volte non funziona bene. Lo riaccendo. Provo a chiamarmi con il telefono di casa. Provo a spostarlo continuamente, a volte capita che non prende. Sono le 12.03 e lui continua a non chiamarmi. Mi viene da sbattere la testa contro il muro. Ripeto il mantra cosmico: sono una cretina e lui un approfittatore. Cerco di rilassarmi: respiro - parolaccia - espiro. Mi siedo sul divano e mentalmente ripercorre le tappe della serata, un po' come faccio quando perdo qualcosa e mi imbestialisco e poi piango, a dirotto, e poi mi siedo e dico: cosa ho fatto prima di perderlo? Questa volta, e mi sento ancora più cretina, sto seduta e mi chiedo: cosa ho combinato ieri sera? E mi tornano in mente una serie confusa di particolari, che si compongono in mille modi diversi. A seconda della prospettiva. Poi, però, ripensandoci, le prospettive sono solo due:

- prospettiva a
io sono una ragazza timida e riservata che non ama i luoghi troppo affollati. Lui è un bel ragazzo, che cerca di farmi sentire a mio agio perché si accorge del mio imbarazzo. E, dopo avermi presentato i suoi amici, e avermi offerto un drink mi porta in una stanza con più silenzio per conoscermi meglio. Poi, visto che si è innamorato di me, mi invita a casa sua. Dice che ha una bellissima stanza e che sua mamma se non torna presto si preoccupa.

- prospettiva b
io sono una verginella sprovveduta con due grosse tette. Lui è un piacione che tutte le sere si fa una diversa. Aveva fatto una scommessa con i suoi amici, mi ha fatto ubriacare e mi ha portato a casa sua.

Esaminando le due ipotesi, non riesco a venirne a capo. Come faceva sua mamma a preoccuparsi se lui vive da solo? Le scommesse fra amici non erano solo prerogativa delle “american comedy”? E poi come si fa ad ubriacarsi con l'acqua? Era acqua quella che avevo chiesto o avevo detto “fai tu”?
Troppe domande. Soprattutto per le 12.07 di una domenica mattina di giugno. Mi alzo dal divano e cerco nella borsa il suo numero. Lo prendo e provo a chiamarlo con il cellulare, dopo aver messo anonimo. Il telefono squilla. Una, due, tre: volte. Squilla e nessuno risponde. Provo ancora. E una volta di nuovo. Poi. Chiamo da casa. E sento la sua voce, che risponde. Tre secondi per formulare un discorso, aiutandomi con le diffuse e non per questo meno inutili regole giornalistiche: “Who, What, When, Why, Where”. Non necessariamente in quest'ordine da figurine Panini. Giusto il tempo per eliminare il balbettio e sento lui che urla. Meccanicamente ripete: “Chi sei? Che vuoi?”. Giusto il tempo per ripetermi mentalmente la presentazione che ha attaccato. Mi ritrovo con una sola certezza: non è morto, lo stronzo. Ci ho messo un secondo a individuare un degno soprannome. Lo stronzo è vivo e vegeto. Ed io sono qui, davanti al telefono che se ne sta zitto e mi guarda con quegli occhietti minuscoli: con i tasti. Sto qui e me li guardo, che bello. E penso che sono proprio una sprovveduta con delle grosse tette. Una che beve acqua e si ubriaca. Una che, forse, dovrebbe tornare a vivere con i genitori. Sarebbe meglio – almeno per la bolletta del telefono.

 
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