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“Perché non mi chiama?”, questa la domanda. “E' stronzo”, questa la risposta. Declinata, la risposta, in varianti che spaziano da quella più comprensiva: è morto, a quella più intransigente: si è dimenticato di me. Fatto sta che è domenica mattina, solo le 11.54 e lui non mi ha ancora chiamato. Tengo il telefono fra le mani. Lo passo dalla destra alla sinistra. Poi di nuovo alla destra. Lo spengo, ché a volte non funziona bene. Lo riaccendo. Provo a chiamarmi con il telefono di casa. Provo a spostarlo continuamente, a volte capita che non prende. Sono le 12.03 e lui continua a non chiamarmi. Mi viene da sbattere la testa contro il muro. Ripeto il mantra cosmico: sono una cretina e lui un approfittatore. Cerco di rilassarmi: respiro - parolaccia - espiro. Mi siedo sul divano e mentalmente ripercorre le tappe della serata, un po' come faccio quando perdo qualcosa e mi imbestialisco e poi piango, a dirotto, e poi mi siedo e dico: cosa ho fatto prima di perderlo? Questa volta, e mi sento ancora più cretina, sto seduta e mi chiedo: cosa ho combinato ieri sera? E mi tornano in mente una serie confusa di particolari, che si compongono in mille modi diversi. A seconda della prospettiva. Poi, però, ripensandoci, le prospettive sono solo due: - prospettiva a io sono una ragazza timida e riservata che non ama i luoghi troppo affollati. Lui è un bel ragazzo, che cerca di farmi sentire a mio agio perché si accorge del mio imbarazzo. E, dopo avermi presentato i suoi amici, e avermi offerto un drink mi porta in una stanza con più silenzio per conoscermi meglio. Poi, visto che si è innamorato di me, mi invita a casa sua. Dice che ha una bellissima stanza e che sua mamma se non torna presto si preoccupa. - prospettiva b io sono una verginella sprovveduta con due grosse tette. Lui è un piacione che tutte le sere si fa una diversa. Aveva fatto una scommessa con i suoi amici, mi ha fatto ubriacare e mi ha portato a casa sua. Esaminando le due ipotesi, non riesco a venirne a capo. Come faceva sua mamma a preoccuparsi se lui vive da solo? Le scommesse fra amici non erano solo prerogativa delle “american comedy”? E poi come si fa ad ubriacarsi con l'acqua? Era acqua quella che avevo chiesto o avevo detto “fai tu”? Troppe domande. Soprattutto per le 12.07 di una domenica mattina di giugno. Mi alzo dal divano e cerco nella borsa il suo numero. Lo prendo e provo a chiamarlo con il cellulare, dopo aver messo anonimo. Il telefono squilla. Una, due, tre: volte. Squilla e nessuno risponde. Provo ancora. E una volta di nuovo. Poi. Chiamo da casa. E sento la sua voce, che risponde. Tre secondi per formulare un discorso, aiutandomi con le diffuse e non per questo meno inutili regole giornalistiche: “Who, What, When, Why, Where”. Non necessariamente in quest'ordine da figurine Panini. Giusto il tempo per eliminare il balbettio e sento lui che urla. Meccanicamente ripete: “Chi sei? Che vuoi?”. Giusto il tempo per ripetermi mentalmente la presentazione che ha attaccato. Mi ritrovo con una sola certezza: non è morto, lo stronzo. Ci ho messo un secondo a individuare un degno soprannome. Lo stronzo è vivo e vegeto. Ed io sono qui, davanti al telefono che se ne sta zitto e mi guarda con quegli occhietti minuscoli: con i tasti. Sto qui e me li guardo, che bello. E penso che sono proprio una sprovveduta con delle grosse tette. Una che beve acqua e si ubriaca. Una che, forse, dovrebbe tornare a vivere con i genitori. Sarebbe meglio – almeno per la bolletta del telefono. |