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Tra le sue varie definizioni, quella che si rifà al realismo descrive la politica come una lotta che ha per fine il potere e come mezzo peculiare l’esercizio della forza. Applicata al panorama internazionale, questa concezione trova il primo ed efficace esempio nel Dialogo tra i Melii e gli Ateniesi di Tucidide, del 416 avanti Cristo. In quella occasione gli Ateniesi ingiunsero agli abitanti della piccola isola di Melo, che non volevano piegarsi al loro volere, di arrendersi e sottomettersi per scongiurare la loro distruzione, rinunciando alla libertà in cambio della salvezza. Ad i Melii, che chiedevano agli Ateniesi di moderare la loro potenza in considerazione della giustizia (dikaion), gli Ateniesi rispondevano semplicemente sottolineando che i rapporti di forza erano al loro favore. La forza rimane ancora oggi, da questo punto di vista, la costante dei rapporti tra gli Stati. Ciò che è accaduto ed accade quotidianamente in Medioriente ne è la prova. La “guerra” scatenata da Israele contro il Libano ha, ancora una volta, dimostrato l’incapacità assoluta del presunto diritto internazionale di imbrigliare la politica: Israele, che ha uno degli eserciti più attrezzati del mondo, ha riversato la sua potenza militare sul piccolo vicino, distruggendone infrastrutture civili e quelle (poche) militari e seminando morte. Secondo il diritto internazionale, quella di Israele era una flagrante violazione: le sanzioni, che sarebbero dovute scattare, avrebbero anche potuto prevedere una coalizione internazionale che intervenisse contro lo stato israeliano, un po’ come successe durante la prima guerra del golfo ai danni dell’Iraq di Saddam Hussein. Chiaramente, questa è fantapolitica: è accaduto che l’ONU, l’organismo preposto alla pace nel mondo(!), abbia alla fine adottato una risoluzione che mette sì fine al conflitto, con l’invio di una strampalata forza di interposizione, ma soltanto dopo che Israele ha avuto tutto il tempo di finire ciò che aveva iniziato. Oggi la forza di interposizione, i famosi caschi blu, garantisce così la pace, mentre a poche decine di chilometri Israele continua a bombardare nella striscia di Gaza palestinesi inermi (venti morti in meno di una settimana, dalle ultime notizie). Questo quadro merita qualche considerazione di ordine generale. La prima: difficile dare torto all’approccio realista, per cui la guerra è un elemento costante dell’agire umano e della politica. Non a caso molte definizioni del fenomeno politico degli ultimi anni non possono prescinderne, facendo della politica una polemologia. Come dimostrato a suo tempo da Carl Schmitt[1], ad ogni stato andava riconosciuto uno jus belli, un diritto di guerra nei confronti di tutti gli altri stati del pianeta, altrimenti non avrebbe potuto costituire un’autonoma forma di unità politica, perché non avrebbe potuto, in ultima istanza, difendere la propria esistenza quando la sentiva minacciata. Solo tramite questo riconoscimento la guerra poteva essere limitata e regolata, mediante accordi tra stati che si considerassero reciprocamente “giusti” nemici, mentre non poteva, almeno potenzialmente, essere mai essere rimossa. L’utopia pacifista delle leghe di nazioni - di cui l’ONU è l’ultimo esempio - costituite in vista di una pace universale, non reggeva quando gli stati erano i protagonisti della scena internazionale, e non regge adesso, nell’epoca della pax americana che è seguita alla caduta del Muro di Berlino: negli ultimi quindici anni i conflitti non sono certo diminuiti, ed in più è emerso in maniera prepotente l’attività del terrorismo globale. Ciò che è quindi cambiato, oltre alla situazione politica internazionale – e anche grazie all’evoluzione tecnologica - è lo stesso concetto di guerra. Essa non è più uno scontro tra due eserciti che si misurano su di un territorio con una capacità di offesa potenzialmente reciproca. Oggi la guerra diviene, come già Schmitt aveva prefigurato, un massacro, cioè la negazione stessa della guerra classica, che implicava un minimo di reciprocità.[2] La potenza distruttiva dei bombardamenti israeliani in Libano né è un esempio lampante. Non esiste combattimento, ma solo distruzione. Non sarà qualche razzo Hezbollah su Haifa a cancellare questa realtà di enorme sproporzione tra attaccanti ed attaccati. Varrebbe forse la pena di coniare qualche altro termine per indicare queste azioni, visto che quello di “terrorismo” è utilizzato per chi in genere le subisce. La seconda: se quella postmoderna è una guerra di annientamento, non può nemmeno essere regolamentata in quanto tale. Se l’azione israeliana in Libano è durata quasi un mese, quello che Israele fa quotidianamente nella striscia di Gaza è l’ultimo bollettino di un conflitto decennale. Abituati alle poche notizie che trapelano, nessuno ci fa più caso. Le molteplici risoluzioni dell’ONU sulla questione israelo-palestinese sono sempre rimaste lettera morta. Chi guarda all’ONU come ad un organismo internazionale efficace in queste situazioni, o è in malafede oppure vive su un altro pianeta, quello di un’ideologia pacifista che non ha contatto con la realtà. Vero è, al contrario, che questo tipo di attacco genererà sempre forme di risposta incontrollata. Il terrorismo internazionale, che fa del mondo intero il campo di battaglia e non distingue tra militari e civili, è la normale conseguenza di questo tipo di guerre, che da oltre cinquanta anni non distinguono tra belligeranti e non. Il partigiano, campione della guerra asimmetrica, può facilmente trasformarsi nel terrorista che in nome di un’inimicizia assoluta fa del mondo intero il proprio teatro di operazione e di qualunque individuo il proprio nemico.[3] Il rapporto è quello di causa-effetto. La terza: come già sottolineato, questo tipo di azioni non risolve il conflitto, ma lo porta ad una estrema degenerazione. Il caso dell’Iraq ne è una prova schiacciante. È stupefacente come i media internazionali ci riportino ogni giorno il numero di vittime del quotidiano attentato a Baghdad, ed è davvero incredibile che si possa ancora immaginare l’Iraq (ma lo stesso discorso vale per l’Afganistan) come un paese liberato e pacificato dagli americani, dove un giorno potrà regnare la libertà e la democrazia. E qui veniamo ad un’ultima considerazione. Questi interventi, pur se contrari ad un diritto internazionale che è tale solo sulla carta, sono legittimati, di fronte all’opinione pubblica mondiale, in nome di una presunta superiorità morale e razionale della democrazia su qualunque altra forma di governo. In quanto tale, si sostiene, la democrazia va esportata. Ma la democrazia moderna, che è una procedura di distribuzione del potere come le altre, non dimostra, rispetto alla guerra, questa razionalità e questa superiorità etica tanto care all’umanitarismo ed al globalismo giuridico: sono anche le democrazie, come dimostrano quella americana e quella israeliana, come e spesso più di altri regimi che democratici non sono, ad aver condotto “guerre” soltanto distruttive e ad essersi sottratte a qualunque loro regolamentazione, ed a qualunque (del resto improbabile) giudizio dei vari Tribunali internazionali, che vivono sui vari processi a Saddam Hussein e Milosevic e costituiscono, come acutamente sostenuto da Danilo Zolo,[4] semplicemente l’ulteriore accanimento dei vincitori nei confronti degli sconfitti, una sorta di estrema conseguenza del conflitto in nome dell’umanità (occidentale) , in cui il nemico va annientato fino alla fine. Tolto il velo dell’ideologia democratica e pacifista, demolito il diritto internazionale, che è quello dei vincitori, rimane la forza, il nostro punto di partenza. La guerra del Libano, come affermato esaurientemente da Alain de Benoist nell’ultimo editoriale di Eléments,[5] è una delle tante mosse compiute da Stati Uniti e dai loro alleati, verso la costituzione del nuovo Nomos della Terra, il nuovo ordine del mondo globalizzato e unipolare, che però più che ordinare sembra trascinare verso un caos cieco e distruttivo, che fagocita l’identità dei popoli e le loro culture, e che fa emergere le spinte, elementari ed incontrollate, della violenza cieca. Il prossimo obiettivo, non è difficile prevederlo, sarà l’Iran. È possibile immaginare un altro Nomos delle Terra, frutto di un mondo multipolare, ove di fronte alla forza degli americani e dei loro alleati si pongano altre visioni del mondo, sostenute dalla forza di nuove forme di unità politica che comprendano finalmente spazi più vasti, visto che lo stato-nazione non sembra poter più rappresentare l’unità politica nella post modernità? L’Europa, la grande assente in questo scacchiere, non sembra voler comprendere la partita in gioco. Ma essa resta una grande speranza, per i popoli europei e non solo per essi. NOTE [1] Vedi Carl Schmitt, Le categorie del politico, Bologna 1972, pp 129-136. [2] cfr Carl Schmitt, Il Nomos della Terra, Milano 1991. [3] cfr su questo argomento Pietro Emanuele, Note critiche alla teoria del Partigiano in Carl Schmitt, in «Incursioni», n.1, gennaio 2006, Centro Studi Meridie,Napoli. [4] Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad, Bari 2006. [5] Robert de Herte, Vers un nouveau Nomos de la Terre ?, Eléments n.122. |