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Appunti per una poesia periferica
Scritto da Lelio Semeraro   
giovedì 09 novembre 2006

Omar l’arabo: mi chiamano così. Ma io non lo so e loro che ne sanno. Sul volto olivastro porto tratti medio-orientali, memoria esterna di un passato che solo lui sa. I giorni degli anni scivolano in cortili di cemento, posti chiusi ostili bruciati moderni. Immagino qualcosa sotto il cappello di mio padre un tappo buono ad ogni spavento. Questioni non se ne fanno. Si rompe a spiegare le sue rotture. Mio padre si vanta di conoscere la storia dei grandi re di Persia ma del suo passato parla poco e niente. Non lo guardo più, non gli parlo più, scruto con discrezione quello che posso, la sua decadenza e i viaggi delle particelle elementari. In qualche sguardo rubato recupero il senso del migrare. Il mio gatto arabo va accarezzato contropelo. Nei sogni vedo il terrore. Dagli incubi emana la realtà. Quella che non conosco. Pietre contro carrarmati. Madri che piangono figli e la loro fine. Dal sonno sudo immagini e dolore. La colpa disegnata sul volto, raccontata dalle genti più di mille e una notti. Le esplosioni così nostre che la morte non può espiare, può solo evidenziare. Qualcuno mi sorveglia, con sguardo d’indagine. La domanda mi contagia. Dove ho la bomba?

 
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