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Usa & Jazz
Scritto da Flavia Piccinni   
sabato 01 aprile 2006

Dormono. Dormono tutti. Sento le loro teste appoggiate allo sporco dei sedili. Sento le loro mani unte, nere. Sento i loro occhi chiusi che leggermente si muovono mentre chissà a cosa pensano. Chissà se sognano. Dormono tutti tranne tu, che stai di fronte a me. Sei brutto. Sei oggettivamente un cesso. Con quei capelli neri, mossi, legati in una coda che ne mostra la lucentezza, quella che solo i capelli unti – capelli che non lavi da mesi – hanno. Tieni la testa appoggiata alla mano chiusa a pugno e chissà cosa pensi. Guardi in basso. Chissà se quelli come te hanno una vita sessuale. Forse con le puttane, ma chissà se quelli come te se la possono permettere una puttana. Hai una giacca nera, di quelle molto cheap, come direbbero le commesse di Zara. Copre a mala pena una camicia azzurra e bianca, a righe. Una di quelle che ti sembra ruvida anche se stai seduta di fronte all’uomo più brutto di tutti. Così ruvida che per un attimo di fa perfino distogliere lo sguardo dalle lenti sporche, appannate. I Prozac + mi entrano nella strada e mi raccontano di un viaggio strano. Chissà se tu lo hai mai fatto un viaggio. Nel centro della camicia, casomai. Nel centro della camicia, che poi è anche il centro della giacca, ci sta la tua cravatta. Bianca e grossa, con un nodo che sembra strozzarti. Non sei tipo da cravatta, neanche da camicia, neanche da scarpe squadrate marroni con le cuciture a vista. Stai tutto scomodo appoggiato al sedile e ci crederei, eccome se ci crederei, se mi dicessero che sotto la giacca hai una maglietta bianca e una collanina di perline, quella che ti ha regalato Michela la sera del tuo compleanno. Chissà quanti si ricordano del tuo compleanno, adesso.

Continuo a guardarti e il tuo imbarazzo cresce. Ti senti osservato e non sai come fare, non sai dove guardare. Tiri fuori dallo zaino, che tieni sul sedile vuoto accanto a te, un quaderno. Carta da musica; pentagrammi e note. Sapevo suonare, io, un paio di anni fa. Allora usavo la tastiera elettronica con le luci. Quella che si illumina di giallo, blu, rosso. Quella che ti segnala quale tasto spingere per comporre una musica che tutti conoscono e che tu, da solo, indovinando a mala pena la differenza fra un do e un la, non riusciresti mai neanche a immaginare. Poi mio fratello aveva deciso che avevo attirato, per troppo tempo, l’attrazione più di lui e così, così, aveva nascosto il caricatore. Avevo interpretato lo smarrimento come un segno del destino. Avevo definitivamente rinunciato alla mia carriera di donna da piano bar.
Adesso scrivi delle note e a me viene voglia di mangiarmi quella pizza vecchia di due giorni che ho in borsa. Un pezzo è patate e prosciutto, l’altro con il gorgonzola e i pomodorini. Apro la borsa. Mi sto annoiando troppo. Talmente tanto che anche un pezzo di pizza vecchio in un sacchetto di nailon mi sembra appetitoso. Quando non so che fare io mangio.

Mastico. Tengo la pizza inclinata, in modo che nessuno veda che cosa c’è sopra. Il gorgonzola è tutto secco e il pomodoro sembra essersi ristretto. La tengo inclinata perché nessuno, tu e quelli che dormono, veda la mia fame. Mordo e neanche mi preoccupo di disintegrare il boccone. Di formare il bolo, se così è. Deglutisco a forza, mordo ancora. Poi il telefono.
Tu alzi, per un istante, la testa dal quaderno. Tieni la matita vicino al naso. Al tuo brutto naso. Vorresti rimproverarmi per il volume, alto, della suoneria. Non mi importa. Mi vergogno solo della mia pizza e mentre cerco il cellulare la butto nel sacchetto, insieme al dubbio che avrebbe potuto farmi male. Tant’è.

Chi cazzo è che rompe a quest’ora?

Penso questo mentre continuo a frugare. Porto borse grandi per soddisfare la mia ossessione di isolamento. Perché voglio sentire tutte le mie cose intorno a me, sempre. Tu inizi a battere il piede sul pavimento. Non capisco se stai ascoltando la tua radio interna, quella che tutti i musicisti hanno, o se è la mia vibrazione ad eccitarti tanto. Continuo a frugare. Il telefono smette di suonare poi, riprende.
Occhiali, libri, pezzi di pizza. Trovo tutto tranne il telefonino.

- Cazzo succede, dimmi.

È Ilaria la mia migliore amica. Mi chiama sempre nei momenti meno opportuni: mentre fumo, sono al cesso o dormo. Lei predilige sempre quest’ultima attività, però. Quando rispondo mi sommerge di chiacchiere e di come stai e di mi manchi e allegria, allegria, allegria. Io a dirle che alle quattro come tutte le persone normali dormo, ma lei a raccontare di come la sua vicina si è tagliata i capelli e di quanto è figo il ragazzo di turno e di quanto ce l’ha lungo e.
 
Silenzio. Adesso però c’è silenzio.

- Ila dimmi, non rompi neanche più di tanto. Anzi, probabilmente mi hai anche salvato la vita.

Silenzio. Ancora.

- Ilaria cazzo, dimmi.
- Siediti.

Frase banale per dirmi che è successo qualcosa di grosso. Adesso bisogna vedere grosso quanto.
Penso a sua madre morta, alla mia. Penso che è rimasta incinta. Che si è fatta la frangetta. Quasi non respiro e il sapore di gorgonzola mi entra dentro, quasi al cervello. Quasi lo respiro. Quasi.

- Marcello ha fatto un incidente ed è morto.

Adesso non respiro per davvero. Mi sembra di fumare mille sigarette, dalla bocca e dal naso, dalle orecchie. Sussurro qualcosa ma non hanno un suono, un significato, le mie parole.

- Ti puoi spiegare meglio?

Riesco a dire solo questo mentre Ilaria, dall’altra parte del telefono, rimane in silenzio. Io penso a Marcello, a quando l’ho conosciuto che aveva meno di sei anni e giocavamo insieme in spiaggia a Ostia, alla spiaggia libera sotto l’ombrellone giallo. Giocavamo con le palette rosse e i secchielli e finiva che litigavamo per le formette, quelle dei pesci e delle stelle. Le stelle, per noi, erano sempre quelle marine. Non eravamo come gli altri bambini che appena dicevi stella pensavano a quelle del cielo.

- La macchina si è distrutta contro un muro. Lui era senza cintura e quando l’airbag si è aperto gli ha spezzato l’osso del collo.
- Era ubriaco?
- No.

Adesso penso a mille e mille motivi. A tutti quei motivi, quei perché. Penso che ti sei suicidato perché, come mi ripetevi sempre, non riuscivi a trovare un editore. Penso che ti sei scocciato di chiudere gli occhi in treno e pensare a come sarebbe stata la tua vita solo se, solo se, avessi smesso di prendere la metropolitana per Termini e poi Piazza di Spagna, quella delle otto e venti – minuto più, minuto meno. E attraversare il laghetto sotto il Palalottomatica con i suoi zingari che ridacchiano ogni volta che passa una ragazza, con gli autisti dei bus che arrivati sulla collinetta sembrano aver dimenticato il codice della strada. Penso alle mani del ragazzo davanti a me che scrivono musica, che leggono armonia.

- Quando sta il funerale?
- Sabato alle tre e mezza.

Deglutisco rumorosamente e non so se lo faccio perché devo o semplicemente per imitare quelli che nei film, più spesso nei cartoni, si trovano davanti a situazioni che non sanno come affrontare. E, allora, deglutiscono. Poi dico che vengo sicuramente e che se gli altri hanno intenzione di fare fiori o cose simili, qualsiasi cosa dico, per me va bene. Ilaria mi ringrazia, tossisce e poi chiude.

Per alcuni istanti non penso altro che a lui, Marcello. Ai suoi occhi e alle stelle sulla sabbia. Me lo immagino con la testa appoggiata all’airbag, mentre riposa. Me lo immagino sopra la faccia dell’uomo più brutto e il suo quaderno, al posto delle sue mani nervose che continuano a scrivere e dei suoi occhi che vagano, in cerca di qualcosa.
Dietro di lui, se mi appoggio al sedile e cerco le poltrone di fronte a me, una donna gesticola mentre parla e ride con una ragazza, avrà vent’anni, che le è accanto. Mangiano patatine dalla busta. Penso a dove si puliranno le mani. Allora la sensazione che i sedili siano davvero sporchi mi assale, ancora.  Anche gli altri passeggeri iniziano a svegliarsi. Tengono gli occhi socchiusi e ogni tanto so che mi fissano. Io, non so se piangere o restare ferma. Non so cosa fare e poi mi viene in mente la tua giacca grigia, quella con la riga arancione al centro. Penso a Paola che si era innamorata di te in quarta ginnasio e ancora ti veniva dietro; ai giornali, chissà cosa titoleranno domani; a me. Penso a me mentre il treno continua a dividere la campagna per portarmi a Ostia, dove giocherò con le formette di stelle e pesci. Dove le palette saranno tutte mie.

 
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