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La politica ritrovata
Scritto da Alain de Benoist   
giovedì 14 dicembre 2006

La politica è un dato fondamentale dell’esistenza umana, un elemento costitutivo di ogni società – il che vuol dire che non può esistere una vera umanità al di fuori di essa. La politica esiste, inevitabilmente, in primo luogo perché l’uomo è un essere sociale e storico dalle aspirazioni contraddittorie, in secondo luogo perché il cammino delle società non è stabilito in anticipo, ma anzi è sempre indeterminato. Essa emerge pienamente, come categoria autonoma, nel momento in cui all’interno di una determinata società i sistemi di parentela diventano insufficienti a regolare i conflitti e a determinare gli obiettivi comuni.
Ed è nel contempo una prassi e un ambito.
In quanto prassi, la si può definire l’arte della decisione in vista del bene comune. È un’arte, in effetti, e non una scienza, giacché implica la pluralità delle scelte e i suoi obiettivi dipendono da situazioni concrete che cambiano di continuo. È un’arte che esige prudenza nella determinazione dei mezzi e degli scopi, perché la politica può creare solo equilibri provvisori. Esige altresì decisione, perché la deliberazione non basta, da sola, a suscitare l’azione. Ogni spazio comune implica inoltre la pluralità degli agenti, delle loro aspirazioni o dei loro punti di vista (il “politeismo dei valori”), e dunque la necessità di un’istanza in grado di operare una scelta fra quelle aspirazioni e quei punti di vista. Quanto al bene comune, che ovviamente non è la somma dei beni o degli interessi particolari, può essere concepito come quel che manca a ciascun individuo preso separatamente.
In quanto ambito, la politica designa la dimensione pubblica del sociale e ha quindi per presupposto la distinzione tra pubblico e privato. (La sottomissione del pubblico al privato è il segno distintivo dei regimi liberali, la confisca del privato da parte del pubblico è quello dei regimi totalitari). Per contrasto con il privato, che corrisponde alla sfera (familiare, domestica, economica) della necessità, rappresenta la sfera della libertà. È un vettore privilegiato di accesso ed uso della libertà, un vettore di realizzazione della propria eccellenza.
Il campo politico è uno spazio di reciprocità, in cui gli uomini non si incontrano come persone private ma appaiono l’uno all’altro come cittadini per agire e decidere in comune. Il politico trae il suo ruolo fondatore dal fatto che organizza le comunità umane facendole stare insieme. Istituzionalizza il legame sociale, fonda la coappartenenza, il voler vivere insieme (la philia). È il luogo di un faccia a faccia nel quale si regolano le questioni comuni. Alla società il politico “non detta la sua maniera di essere, la fa essere”, ha scritto Marcel Gauchet. Già Althusius definiva assai giustamente la politica “arte di associare” (consociandi). Modalità di esistenza collettiva ed insieme forma specifica dell’azione, la politica, fondandosi su un luogo comune, diventa essa stessa il luogo del comune.
La politica non si riduce quindi all’organizzazione dei poteri o alla capacità di “designare il nemico”, e meno che mai a un semplice sistema di obbedienza e di comando. La politica non è la dimensione statale. L’errore del potere statale consiste nel credere di essere la società, nella misura in cui la rappresenta. Le cose non stanno così. Non è il potere a determinare le forme sociali e i valori culturali; al contrario, è la codificazione dei valori culturali e delle forme sociali a determinare i sistemi di potere. La negazione della condizione ontologica di pluralità comporta una valorizzazione illimitata dell’unità, che fa violenza al sociale e finisce per trasformarsi in appello alla tirannide. Questo è lo sfondo di tutti gli schemi ereditati dall’assolutismo romano.
In Europa, la politica fa la sua comparsa in Grecia contemporaneamente alla democrazia. Per meglio dire: appare in quanto democrazia. Non è un caso. Se si ammette che la partecipazione alla vita pubblica è il miglior mezzo per l’uomo per realizzarsi ed esercitare la propria libertà, come afferma un’intera tradizione che va da Aristotele a Hannah Arendt, bisogna anche riconoscere che la democrazia non è “il meno cattivo dei sistemi politici”, come dicono sdegnosamente coloro che vi vedono solo un male minore, ma il migliore – e forse l’unico che possa essere considerato veramente politico, nella misura in cui è anche il solo il cui principio si fonda sulla partecipazione del maggior numero di persone alle vicende pubbliche. Per la sua essenza, la democrazia è dunque prima di tutto partecipativa e non rappresentativa. La democrazia partecipativa è una delle forme della reciprocità generalizzata. È per la politica ciò che il dono cerimoniale è per la sociologia: una modalità di riconoscimento reciproco all’interno di una data comunità. Entro tale comunità, essa realizza lo scopo che l’antico diritto delle genti realizzava in relazione alla guerra: limitare l’ostilità. Consente di regolare pacificamente i conflitti, di prendere una decisione scegliendo tra le parti in causa senza criminalizzarle né annientarle. Viceversa, ogni forma di dispotismo, nella misura in cui si riduce a un semplice gioco di potere,tradisce lo spirito del politico, giacché si basa su una confisca.
Non stiamo assistendo oggi alla fine del politico, ma alla fine di una forma politica caratteristica di una modernità a sua volta in via di compimento. All’esaurimento di un modello di autorità sovraordinata, in cui la decisione era concentrata nelle mani del potere collocato in alto. Al fallimento di una democrazia che attraverso il parlamentarismo liberale è diventata esclusivamente rappresentativa, e che non rappresenta più niente. Al fallimento di élites autoproclamatesi tali che, come l’esperienza storica ha ripetutamente dimostrato, non erano né più capaci né meno fallibili delle masse che pretendevano di illuminare.
Paul Valéry diceva acutamente che la politica risiede nell’arte di impedire alla gente di aver parte nelle questioni che la riguardano. Il primo soggetto della democrazia, non bisogna mai smettere di ricordarlo, è il popolo. Il punto di partenza della politica democratica è il potere costituente del popolo. La sovranità democratica non è la sovranità nazionale, ma la sovranità popolare. La politica è oggi chiamata a rinascere partendo dalla base. Ciò implica la necessità di superare la dicotomia artificiale tra lo Stato e la “società civile” per ricostituire, in tutta la sua ricca diversità, la dimensione politica del sociale.
La politica che parte dalla base implica la sovranità condivisa, il principio di sussidiarietà, il rispetto dei corpi intermedi e delle libertà fondamentali, la costituzione a ciascun livello di un equilibrio fra deliberazione e decisione. Bisogna avere presente in mente il modello greco anziché quello romano. E sostituire all’immagine della piramide quella del labirinto.

 
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