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Il mondo senza di me
Scritto da Aldo Ardetti   
giovedì 14 dicembre 2006

Autore: Marco Mancassola
Titolo: Il mondo senza di me
Edizioni: peQuod (2001) - Mondadori (2003)
Pagine: 171


Quel freddo intenso e addirittura la neve nel mese di settembre, seppur in una cittadina del nord (Padova), prefigura dimensione anormale e anomala dei luoghi, delle stagioni, dei personaggi. Qualcosa deve necessariamente cambiare, risorgere dalle “macerie umane”: che siano divorzi, abitudini, frequentazioni, luoghi ormai divenuti stretti e angusti, noia in una vita divenuta routine e di abbandoni.
Marco Mancassola pubblica “Il mondo senza di me” per i tipi di peQuod per poi approdare a Mondadori due anni dopo, nel 2003. “Il mondo senza di me” è un libro rivelazione per la capacità narrativa evidentemente inaspettata da un così giovane autore: la storia, o meglio le storie, risultano subito chiare, identificabili grazie alla onestà del narratore che si assume, in prima persona, tutti i percorsi dei singoli protagonisti. Si sdoppia: prima è Ale poi Ettore. Parla sempre in prima persona, conoscitore responsabile e cosciente di due percorsi, di due situazioni giovanili.
Tutto è chiaro: si avverte la necessità, diventata una questione di vita o di morte, di dare una sterzata alla propria vita, abbandonare chi ci ha abbandonato, andare alla ricerca di altri sfoghi, altri interessi. Di un’altra vita, insomma. Soprattutto di un altro amore. E di accettarsi, completare il lavoro di identificazione e accettazione. Non pensare solo ad una vita caratterizzata dal sesso ma fornirla anche di quegli affetti che rappresentano l'ancora per una vita a due con maggiori sicurezze. Certezze.
In duecento pagine vivono due ragazzi: Ale ed Ettore. Sulla scena gli altri sono contorno, ricordo o fantasia e desiderio, se non fantasmi che cercano di diventare coprotagonisti. È una continua meraviglia come Marco Mancassola possa accompagnare i due giovani in momenti continui di ragionamento e riflessione, analisi approfondite del proprio essere in un flusso narrativo che, per avvolgerti, non usa nemmeno il virgolettato nei dialoghi come se, per evitare ulteriori complicazioni, ulteriori problemi, ci si intenda con una raggiunta capacità telepatica; come se, anche il dialogo, per significativo e importante messaggio, per gioco allegorico, diventa egualmente pensiero.  
Se proprio si vuole trovare una nota stonata, a livello soggettivo, è quella che ci impone la domanda: perché le strade dei due protagonisti, a parte una breve parentesi domiciliare, non si incontrano mai? Anzi, quando Ale sembrava il personaggio principale, finisce invece per sparire e ritornare solo per un attimo in un pallido flash di Ettore. Quest’ultimo diventa quindi il personaggio protagonista, lui che nella prima parte del libro sembra vivere nell’ombra, oscurato dai pensieri di Ale, quasi una presenza fastidiosa nel freddo inaspettato di settembre. Perché Ale sparisce in maniera così repentina senza essersi occupato di Ettore? Tra i due non c’è storia, non sembrano esserci legami di sorta, paiono quasi costretti a vivere sotto lo stesso tetto. Questa “fredda” condivisione di spazi e tempi comuni non prevede nemmeno che il riscaldamento stemperi per così dire il clima fra i due: Ale risponde che non si è mai visto il riscaldamento acceso a settembre; quasi si impegna perché persista il freddo in quella casa, ma non è il freddo che deriva dai fiocchi che cadono a settembre imbiancando la città.
Ettore fugge quindi, scappa dalla vita. Si allontana tanto da Nino (ormai suo ex amante) quanto da Ale; vuole fuggire da tutti e da tutto. Ecco perché, quando alla fine del romanzo aspetta che dalle ferite sulle mani prodotte da cocci di vetro sgorghi del sangue, l'attesa rappresenta la speranza che da una vita spezzata possa sgorgare una tale forza per ricominciare.

 
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