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Come collaboratore dell’editrice DoraMarkus ho visto nascere questo libro, ho seguito passo Maria Ausilia nella correzione dei capitoli, ho ascoltato al telefono le sue spiegazioni, ho letto le sue lunghe mail e ho fatto le mie osservazioni. L’editing è un lavoro minuzioso e attento, che però è il più possibile rispettoso del testo originale. A volte, quando si leggono molti manoscritti, si è portati a non lasciarsi coinvolgere troppo, come sanno tutti quelli che fanno editing; e il problema diventa quello di trovare la giusta distanza, la giusta misura tra la vicinanza – empatia col testo e i propri schemi di attribuzione del significato. Io, devo dire la verità, col libro di Maria Ausilia non ci sono riuscito: non ho trovato la giusta misura; mi sono lasciato coinvolgere dalle spie emozionali del testo; e i suggerimenti sono stati solo di tipo formale. Interventi che potevano rendere più o meno veloce il ritmo della narrazione. Dunque, nella storia, è rimasto intatto lo stile istintivo di Maria Ausilia. Ed è grazie a questo stile che prende forma l’angoscia della vita in carcere. La storia è quindi quella autenticamente vissuta; è la storia di una detenuta che ha sempre decisamente gridato alla sua innocenza. Tralascio ovviamente l’elencazione delle sue vicende giudiziarie. Nel web sono presenti ben 298 pagine che riassumono, in ogni particolare, la storia di questa donna. Mi soffermerò invece brevemente sul messaggio, su quel messaggio che, come dicevo all’inizio, mi ha profondamente colpito. In questo testo, l’autrice chiede un confronto, ci chiede di gettare uno sguardo su un mondo che nel sentire comune percepiamo come “altro”, diverso e lontano. È difficile per i “liberi” calarsi in quella realtà , perché quasi sempre siamo portati a credere che tutto ciò che proviene dal mondo carcerario, per la sua congenita chiusura, sia inaccettabile. I carcerati non hanno un’identità, sono una massa indistinta; vivono in un mondo che non c’è, un non luogo dal quale, all'esterno, non giungono che flebili voci. Sono voci che quasi mai hanno la forza di oltrepassare quelle porte sbarrate. E noi pensiamo che, sbarrate le porte, il discorso carcerati sia chiuso una volta per sempre. Nel testo si percepisce chiaramente il momento in cui queste famose porte si chiudono dietro le spalle della protagonista della storia: è quando, appunto, le viene consegnato l’elenco dei libri della biblioteca, la cui copertina di plastica verde reca incisa sopra la parola “detenuti”. Scrive l’autrice: «Avverto una indefinibile sensazione perché la scritta mi rammenta violentemente che sono una detenuta, chiusa in carcere». E’ una presa di coscienza dolorosa e la tentazione di lasciarsi andare, di accettare di tutto ciò che la parola “detenuto” suscita è forte. Ma questo non accade. Maria Ausilia quelle porte le apre, ci prende per mano e ci trascina all’interno del suo piccolo mondo. Noi possiamo vedere, attraverso i suoi occhi, come si vive e come si soffre in carcere. Ed è la sofferenza che ci lascia stupiti. Le sue parole materializzano una dimensione emozionale molto ricca, che scopriamo essere identica alla nostra, a quella degli uomini liberi. Attraverso i suoi occhi vediamo le mura della cella, sentiamo i rumori metallici delle sbarre e delle serrature che si aprono e si chiudono, abbiamo quasi l’impressione di percepire il suo pianto. Sono questi suoni che ci rimandano indietro la disperazione e la solitudine della “detenuta Piroddi”. La detenuta Piroddi che vuole, attraverso questo suo diario intimo, metterci di fronte a quelle regole non scritte della quotidianità detentiva, che prevede non solo i rapporti dei detenuti con il personale carcerario, ma anche l’isolamento, la negazione del riposo a causa dei continui controlli, l’allontanamento dai familiari, le condizioni durissime del sovraffollamento. A libro chiuso, quindi, il problema rimane aperto: chi commette un reato, soprattutto se odioso, è giusto che paghi, non dobbiamo dimenticare le esigenze della giustizia, ma, ci chiediamo, la pena si deve uniformare a un principio ispiratore esclusivamente punitivo? Possiamo davvero credere che siano strumenti validi i permessi premio o le licenze brevi per detenuti che non abbiano seguito all’interno del carcere un percorso veramente efficace (un “trattamento”, per usare il linguaggio carcerario) atto a favorirne la rieducazione e il reinserimento? Alla fine, come ha dichiarato l’Associazione dei giuristi democratici: «l’amnistia e l’indulto sono provvedimenti che si rendono necessari a causa del fallimento dello strumento penale». Certo, è difficile non tener conto del dolore dei familiari delle vittime, per il quale dobbiamo avere il massimo rispetto; però pensiamo che il dialogo, come l’incontro di Nuoro ha dimostrato attraverso gli interventi del Vescovo Pietro Meloni, dell’ex cappellano di Badu e Carros, don Meloni, sia possibile. Ma dobbiamo modificare la mentalità, nel senso di una maggiore apertura alla possibilità di cambiamento delle persone. Non dobbiamo chiuderci in pregiudizi che non farebbero altro che uccidere il sentimento della speranza che è comune anche ai detenuti. |