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Autore: Jonathan Lethem Titolo: La fortezza della solitudine Edizioni: Marco Tropea Editore, Milano 2004 Pagine: 552
Jonathan Lethem è un postmoderno che si muove tra i generi per stupire con una visionarietà ora infantile, ora apocalittica. Questo romanzo di 600 pagine è il suo capolavoro: narra di Dylan, ragazzino bianco figlio di due "alternativi" degli anni '70 (il padre, pittore, dipinge fotogrammi di un film tutto inventato) che come Lethem cresce a Brooklyn, in un quartiere abitato solo da neri. I genitori credono nei miti '68eschi della società multirazziale, sono presi dall'ideologia progressista e individualista che guarda al tutto senza badare alle sofferenze quotidiane, per cui trascurano le sofferenze del figlio che deve crescere tra compagni che lo rifiutano e lo rendono soggetto di quello che chiameremmo "razzismo al contrario". Le rare volte che riesce a inserirsi è costretto a comportarsi da "negro", assimilando la cultura del basket e dei graffiti, ma anche del furto e della droga. Lo salva il rapporto con il suo migliore amico, Mingus, un ragazzo nero, figlio di un cantante soul in declino, che come lui ama i fumetti Marvel e fa quello che può per integrarlo tra i neri. La loro amicizia durerà tutta la vita, sebbene le loro strade si divideranno anche per eventi drammatici. Tutto il romanzo sembra un "C'era una volta in America", in parte autobiografico, degli anni 70/80/90, muovendosi tra realismo esasperato e momenti di pura fantasia, come la passione per i super-eroi, a cui i due, per un certo periodo, assomigliano o credono di assomigliare. Bellissimo e sorprendente. |